Intervista ad Attilio Fontana che ci racconta il nuovo album “Sessioni segrete” e ripercorre la sua storia così intensa e ricca di incontri

Attilio Fontana ne ha fatta di strada da quando infiammava i cuori delle giovanissime con il gruppo de I Ragazzi Italiani, di cui era riconoscibile voce e personalità di spicco.

Non è stato facile scrollarsi di dosso quel periodo così fortunato a livello artistico, una volta chiusa quell’esperienza, ma si è da subito rimboccato la maniche, muovendosi agevolmente tra canto, teatro, fiction in tv, musical e altro ancora.

L’occasione buona per intervistarlo è giunta per l’uscita del suo ultimo progetto discografico: “Sessioni segrete” un disco live d’altri tempi, registrato all’Ellington Club di Roma, che ne segna un pieno ritorno alla musica, quella vera, cantata e suonata.

la cover di “Sessioni segrete (Live at Ellington Club)”

“Ciao Attilio, come stai? E’ un piacere poter scambiare quattro chiacchiere con te”

“Ciao Gianni, piacere mio, sto bene, nonostante il periodo che stiamo vivendo. Stiamo valutando di trascorrere il Natale in Veneto, mia moglie Clizia (Fornasier, attrice) è di Treviso… vedremo con tutte queste costrizioni se sarà possibile”

“In effetti pare che il Veneto diverrà zona rossa ovunque, con gli spostamenti ridotti così al minimo. Ti parlo da veronese, purtroppo la situazione sanitaria è abbastanza al collasso qui. Comunque ti auguro davvero che passiate un Natale sereno”

“Grazie di cuore”

“Partirei da questo ultimo lavoro in ordine di tempo, un live decisamente interessante a cui hai dato un titolo intrigante: “Sessioni segrete”. Quale esigenza hai avvertito nel metterti a incidere queste canzoni? Avevi voglia di ripartire in un certo senso, dopo mesi di forzato stop?”

“Questo disco nasce dal desiderio di fare musica e di fare il live anche quando purtroppo non si può. Come per tanti altri colleghi anche per me è stato un anno nefasto, in cui io ho perso quattro spettacoli, una tournée lunghissima a teatro di uno spettacolo molto bello, dei live: la mia vita negli ultimi anni è sul palcoscenico e quindi questa astinenza che dura ormai quasi da un anno si fa sentire. Poi, essendo un creativo ho comunque voluto usare il tempo per dedicarmi a varie cose, come riscrivere un copione da capo. L’esigenza di tornare a esibirmi era quindi fortissima, e mi era venuta l’idea di fare un live in questo locale di Roma, aperto poco prima del lockdown, l’Ellington Club. Qui c’era la dimensione che piaceva a me, dove si fa musica vera, anche retrò se vogliamo, mi viene da definirlo un tempio del live. Avevo in programma una serata e purtroppo la persi due volte, così ho proposto ai proprietari di trasformare il locale in uno studio di registrazione, creando una situazione di recording, per poter girare lì dentro disco e anche video. Come con i vinili una volta, dove si posava la punta sulla cera e quello che rimaneva impresso era buono.

Una cosa insomma antitetica all’utilizzo dell’autotune, una “crociata” solitaria contro l’algoritmo. Ne è uscito un disco un po’ fuori dal tempo per chi lo ascolta, è come gustare un buon bicchiere di vino rosso, poco filtrato, dove dentro però ci trovi tantissima verità. Avendo amato i bootleg nell’epoca dei cd o del vinile, o un disco come il “Live At Sin-è” di Jeff Buckley, desideravo fare un lavoro di quel tipo, sincero, ne avevo bisogno”.

“Si tratta di un disco principalmente acustico quindi, senza sovrastrutture?”

“Sì, è un disco in cui suoniamo in trio e dove il suono della chitarra risalta moltissimo. Franco Ventura, con me da vent’anni, è un po’ il “chitarrista della discografia italiana”, avendo suonato con Nada negli anni ‘70, Mia Martini, Bocelli, Neri per caso, Marina Rei, Giorgia, e anche in questo progetto siamo entrati subito in sintonia, il nostro è un sodalizio che dura da tanto tempo”.

“Il vostro ormai infatti è un feeling consolidato. Inoltre c’è anche Roberto Rocchetti al pianoforte, per un album magari scarno ma che riesce a suscitare emozioni. Sei soddisfatto del risultato ottenuto?”

“Sono molto soddisfatto. Sognavo questo album da tempo e alla fine è arrivato! In tre giorni abbiamo popolato questo posto facendo sessioni su sessioni e alla fine le polaroid musicali più belle le abbiamo “stampate” in questo album di undici brani, da cui usciranno poi tredici video, perché per ogni brano voglio dare anche una veste visiva. Con noi come hai detto c’è anche Roberto Rocchetti al pianoforte, un musicista molto conosciuto a Roma”.

“Tu non hai mai abbandonato la musica, pur avendo centellinato le tue uscite discografiche: dagli esordi come solista a inizio millennio, ad “A” uscito nel 2007, fino a “Formaggio” del 2014 e ora questo nuovo lavoro dove in pratica ridai nuova luce a canzoni del tuo repertorio. In più questa curiosa e bella versione de “Il Triangolo” di Renato Zero”, che però nel contesto ci sta benissimo; direi che c’è un filo conduttore che lega le canzoni, è così?”

“Sì, perché anche “Il Triangolo” che è un brano famosissimo, un classico della canzone italiana, qui assume un tono giocoso ma mellifluo, con quell’atmosfera che intendevo ricreare da “musica live” che tanto manca, quella cosa di assistere a pochi cm tipica di un concerto in un club, come un living room. Ho voluto riadattare alcuni brani significativi tratti dai miei album precedenti e ho incontrato così quelle stesse canzoni in una forma più matura, più adatte anche a questo tipo di musica; d’altronde io stesso sono più maturo di quando le avevo scritto (all’epoca avrò avuto 28/30 anni), e sento che adesso sono cantate meglio, suonate meglio: le paragono un po’ a del buon vino, che più sta lì e più migliora”.

“Questo disco rimarrà un progetto a se’ stante o avrà nelle tue intenzioni uno sbocco diverso? Hai voglia di proporle in concerto dal vivo?”

“Assolutamente sì, è quello che desidero. Voglio portare in giro questo album così com’è nato: live, anche se questo in fondo è un antipasto del progetto che avevo sognato, dove le canzoni le vorrei suonate con contrabbasso, piano, le chitarre… ovviamente non potevamo di questi tempi essere in tanti su un palco, ma avremo spero modo di recuperare e di proporre un lavoro più ricco a livello di arrangiamenti, pur non tradendo lo spirito originario che lo contraddistingue”.

“Ti possiamo definire un artista poliedrico, viste le tue esperienze professionali così diverse. Stiamo parlando di musica, per cui il grande pubblico ti ha conosciuto al tempo della tua militanza nel gruppo, ma hai fatto anche tv, teatro e altre cose. Tu come ti senti però nel profondo? Più musicista o più attore? O entrambe le cose?”

“Vivo di questo in fondo e non mi sono mai fermato, sono un curioso famelico delle varie forme espressive in cui poter far emergere il proprio talento. Di sicuro ho studiato, e sto studiando tuttora molto, da attore, ma sento comunque la voglia di far coesistere questo mio lato con il mio essere cantante e musicista. Sono due dimensioni molto diverse, anche per come le vivo personalmente. Nelle canzoni sono nudo, nei miei dischi si trova un Attilio senza veli, più fragile: c’è una parte del mio cuore, vi sono spremuto io dentro quelle note, intimo e sensibile. Un album diventa una sorta di radiografia musicale e quindi mi sento in sostanza meno protetto. Nel teatro invece c’è una sorta di bipolarità, visto che posso interpretare i “folli” che albergano dentro di me senza pudore, ed è una vera conquista, dal momento che nasco bambino timido e sul palco riesco a mettere dentro cose che chi mi conosce bene sa che mi appartengono pure, ma in quel luogo magico le posso colorare, creando empatia col pubblico. E’ sempre un’emozione molto forte quella che ottengo dalla musica e dalla recitazione, e a ben pensarci non riesco a essere mono-polare nell’arte: sono come rapito e trasportato in un mondo dove mi sento “padrone” e non operaio… o meglio, mi sento un artista”.

“Queste due polarità che ti contraddistinguono, il poter interpretare su un palco una parte e l’essere denudato con le canzoni, sono confluite in un programma come “Tale e Quale Show” che infatti in pratica ti ha dato una piena affermazione. Sembravi davvero a tuo agio e sicuro dei tuoi mezzi, anche destreggiandoti in situazioni molto diverse. Cosa ti è rimasto dentro di quella felice esperienza?”

“Ti ringrazio delle tue parole. Beh, quella di “Tale e Quale Show” è stata un’esperienza straordinaria. E’ stato un farmi rivedere dal grande pubblico per chi magari non mi seguiva a teatro e la gente così mi ha riscoperto. Ho voluto giocarmi le mie carte al massimo, studiando molto, curando il talento in modo ossessivo, sono uno a cui piace lavorare. Quel programma è stato una maratona necessaria per me, uno sfidarmi continuo cercando l’anima dei personaggi che dovevo di volta in volta interpretare. Ho svolto un lavoro “all’americana”, facendo nottate a studiare l’artista, le sue canzoni, e il mio proposito era di godermela fino in fondo. Oltretutto ho riamoreggiato con i miei primi amori, da Battisti a Gaetano, da Dalla e De Gregori fino alla Vanoni…”.

“Ricordo bene la tua interpretazione della Vanoni, straordinaria!”

“Eh, una bella sfida appunto ma ogni volta in pratica era come farsi un viaggio in acido (per quanto io non mi sia mai drogato, ah ah), potevo portare sul palco il leone che tenevo chiuso in gabbia da qualche anno ed è stato magico “diventare” Sting, Bob Marley: sono tornato adolescente, quella musica è la colonna sonora della nostra vita”.

“Grande successo, ottime perfomance ma c’è stato un personaggio tra quelli proposti che proprio sentivi lontano da te?”

“Certo, è capitato, e ho quasi discusso quando mi proponevano interpretazioni particolari tipo quella di Giuliano Sangiorgi, che trovavo inarrivabile in quanto lui è un contorsionista della voce, un pirotecnico… quel registro lo trovavo quando cantavo Jeff Buckley ma era da tanto che non bazzicavo quei quartieri vocali e pensavo non sarebbe uscito niente di buono. Invece sono riuscito ad acciuffare quella vocalità, così rock, che magari ai più era sconosciuta ma che avevo ancora dentro di me. Vinsi pure la puntata, insomma, fu un’enorme soddisfazione”.

Foto di Maurizio Montani

“Vorrei ora soffermarmi su un progetto molto particolare che mi incuriosisce molto, quello dedicato a Padre Pio, che io sento vicino perché mia moglie è nativa di San Giovanni Rotondo. Come è nata l’idea di fare un musical su una figura così rilevante nel nostro secolo? Ho letto che in qualche modo tu e tua moglie vi sentite protetti da lui, vero?”

“In quel periodo ero impegnatissimo con “Tosca – Amore disperato”, un’opera di Lucio Dalla, con lui avevo scritto pure dei brani poi finiti in un film; se ci penso ero in una fase di apoteosi creativa e questa idea di un musical su Padre Pio venne dal mio discografico dell’epoca che voleva appunto in qualche modo replicare l’intento della “Tosca”. Non fu facile, mi arrovellai per un po’ perché mia madre era molto devota e sapevo quanto Padre Pio fosse importante per i suoi fedeli. C’era stato un periodo, negli anni ’80 soprattutto, in cui ci fu un grande dibattito sulla sua persona mentre adesso mi pare la sua figura sia universalmente accettata e riconosciuta, ma appunto nell’accostarmi avevo molti dubbi, proprio per la sua grande statura morale. Non volevo in alcun modo che si pensasse che volevamo lucrare su una figura così preziosa, io sentivo il bisogno di farne emergere la grande umanità. Sono andato da Padre Luciano Lotti, uno studioso, il più grande custode della sua storiografia e all’inizio non ne voleva proprio sapere. Quando finalmente lo incontrammo, ricordo nitidamente che ci trattò male, dopotutto mi disse che ogni giorno riceveva proposte anche di dubbio valore. Insistetti tanto, puntai i piedi anch’io dicendogli che avevo 4 brani e un video di presentazione, che ci avevo lavorato dietro sei mesi e che doveva almeno darmi un ascolto prima di dirmi di no. Lui infine si convinse, ascoltò i brani e si commosse, dicendomi che era la cosa più bella e più vera che aveva sentito su di lui e ci aprì definitivamente le porte. Dopo due mesi eravamo a un tavolo rotondo e riuscimmo a realizzare il lavoro, dove misi tutto me stesso (il 90% dei testi è mio, la musica al 50%), per un’opera che era un po’ il corrispettivo di “Notre Dame de Paris”, con musica mediterranea, la taranta, la Campania di mezzo: il pubblico che venne a vederci al termine dello spettacolo era visibilmente estasiato. Nella prima versione ero solo direttore artistico poi invece proprio il protagonista sul palco di quest’opera, intitolata “Actor Dei”. Peccato poi la brutta disavventura con il produttore, cose che nel nostro mondo purtroppo accadono ma non posso scordare quelle forti emozioni che mi porto nel cuore. Inoltre San Giovanni Rotondo è diventata come una seconda casa: i sangiovannesi ti accolgono, all’inizio magari possono sembrare burberi, com’era pure Padre Pio in fondo, ma poi quando capiscono chi sei diventi uno della famiglia. Ho tuttora legami con la città, con il Comune e con i frati (come Fra Francesco), mi sento quasi un cittadino onorario! Il rapporto con il Santo è ormai stretto, ti devi affidare a questa figura, non è una cosa cerebrale, come può essere con altri aspetti della religione: con Padre Pio ti affidi e ti succedono cose uniche. Nel mio caso è successo un episodio molto forte mentre stavo con mia moglie, un segno inequivocabile, come una carezza che arriva dall’alto. Mi sono convinto che era un segno, una sorta di miracolo personale e da allora ho sentito la sua presenza vicina ogni volta che chiedevo che ci fosse, perché per me era importante”.

“Tornando invece più indietro nel tempo, hai incontrato difficoltà in campo artistico a proporti dopo l’esperienza con I Ragazzi Italiani? C’era una sorta di pregiudizio nei confronti di chi usciva da quella che era a tutti gli effetti la prima boy band nostrana?”

“Tantissime difficoltà, altrochè! Avevamo una “linea rossa”, una schiera di persone allineate ma all’epoca in fondo non temevamo nessuno perché eravamo in una situazione di business davvero importante, con una corte intorno fatta di discografici, bodyguard, manager; noi eravamo l’epicentro del vulcano ma la percezione della realtà era difficile da cogliere, tenendo conto come fossimo giovani all’epoca, dai 22 ai 24/25 anni suppergiù. Questa cosa è stata fortissima, viverla all’apice del successo ma anche e soprattutto direi dopo, perché da un momento all’altro questo mondo dorato sparisce, si polverizza perché non sei più primo in classifica e in pratica rimani solo. La ricostruzione per me è stata durissima da affrontare e sostenere, ancora oggi pago una sorta di pregiudizio sul gruppo: sai, per molti noi siamo quelli a cui le ragazzine lanciavano le mutandine e i ragazzi le monetine (anche se la loro era un’invidia giocosa se vogliamo!). Ho dovuto sdoganarmi attraverso il teatro, dove mi buttai a capofitto e pian piano la gente ha capito che c’era della sostanza. Mi viene in mente un episodio con Gianni Morandi dopo che mi vide impegnato nella “Tosca”, mi disse testuali parole: “Attilio… io ti credevo un coglione, invece sei veramente bravissimo, complimenti!”. Insomma, finalmente la gente iniziò a vedere di me un qualcos’altro, come successo poi anche a “Tale e Quale Show”. Negli anni aver puntato sul talento ha premiato ma all’inizio non è stato facile, perché così facendo ci sono dei periodi in cui si va avanti “mangiando pane e cipolla” come si dice a Roma, come quando ho fatto dischi di nicchia con musicisti che per stima e amicizia lavoravano con me, ma era evidente che dopo I Ragazzi Italiani non ero più nell’epicentro della discografia. Mi ero defilato da un mondo che sa essere anche spietato, ancora oggi è una lotta continua, visto che in pratica faccio un disco acustico nel periodo in cui vanno forte le grosse produzioni. Io però mi metto a testuggine per tirare fuori l’essenza di quello che riesco a dire e a dare, è una sorta di vocazione la mia. Questo è ciò che voglio fare, ora sono solo, la responsabilità è solo mia, non siamo più in cinque… ho martellato come un pazzo sulle mie cose e dopo vent’anni comincia a premiarmi questa mia poliedricità come dici tu”.

“Alla fine conta quello che si fa sul campo, le canzoni, sono sempre loro a fare la differenza… certo poi c’è bisogno che la gente ti dia una possibilità”

“Sono conscio che il mio non sia un disco facile, non è super pop, le armonie sono complicate, un po’ jazz, con Franco ho dovuto imparare a suonare meglio per ottenere il linguaggio che volevamo. E’ un lavoro se vogliamo di ricerca, più da addetti ai lavori forse ma io mi sento autentico in queste canzoni e riprendendole in mano sono un po’ come il legno, vivono in una forma diversa. La mia è una ricerca da musicista un po’ ambiziosa: l’ho detto, quando ho un obiettivo mi ci metto a lavorare in maniera ossessiva”.

Foto di Maurizio Montani

“L’esperienza con I Ragazzi Italiani vista in lontananza mi pare ti abbia lasciato ottimi ricordi e anche rivedervi tutti insieme (più o meno, perché mancava Manolo Bernardo) nella trasmissione “90 special” è stato bello, sembrava una reunion tra amici, senza velleità particolari ma ancora in sintonia”

“E’ così, perché di fatto siamo rimasti amici; certo, ci si vede magari una volta all’anno ma sai, le nostre vite sono complicate, un po’ come per tutti quelli della nostra generazione e non è semplice ritrovarsi più spesso. Quella fu un’occasione particolare, Nicola Savino mi ha un po’ stalkerizzato, lo ammetto, ci voleva a tutti i costi. Io gli dicevo che i ragazzi non ne vogliono sapere anche se ce lo chiedono tutti, però a un certo punto mi ha convinto, e così gli dissi: “Senti, io ci sto, posso fare una cosa per te: darti i numeri di tutti e te la vedi tu!”. Alla fine ci rendemmo conto che era un programma adatto, andammo in quattro (solo Manolo non volle partecipare per motivi personali) e ci divertimmo pure. Prendemmo la cosa con entusiasmo, fu una rimpatriata e un vero tuffo nel passato. Anche Carlo Conti ci aveva chiesto più volte una partecipazione ma sentivamo che, proprio perché fu un’esperienza bella che aveva segnato le nostre vite, non aveva senso andarci senza un vero progetto. Nel caso di “90 special” ce l’aveva, perché si trattava di un omaggio ed era il contesto adatto per fare un regalo al nostro pubblico che non ci ha mai dimenticato, e difatti si è subito riscatenato! Facemmo un’esibizione acustica di “Vero amore”, il tutto in un clima di grande serenità. Però è stata una cosa finita lì perché abbiamo vite diverse, c’è chi un po’ si è ritirato non volendo più avere a che fare con questo mondo… io sono l’unico “pirata” che ha continuato nel bene e nel male ad avventurarvisi dentro”.

“Forse le tue motivazioni erano diverse, più forti. Vuoi dimostrare di poter essere ancora protagonista in questo campo?”

“Amo fare questo lavoro tantissimo, e quando me ne danno l’opportunità lo faccio al massimo, non mi risparmio mai. E’ un po’ il mio “campo da calcio”, dove mi piace giocare fino all’ultimo sangue, è un istinto grande al quale non so rinunciare”.

“L’intervista sta per giungere al termine ma non posso non chiederti un ricordo su un grandissimo della musica italiana come Lucio Dalla. Cosa ha rappresentato per te lavorare con lui? Cosa ti ha lasciato a livello professionale e soprattutto umano?”

Lucio è stato un piccolo gigante, l’incontro della vita. Venivo dalla fine della storia dei Ragazzi Italiani e dovevo rinascere artisticamente. Quel provino l’avevo studiato come un pazzo, per me Dalla erano le “dieci tavole di Mosè della musica”, è stato l’unico a spaziare tra vari mondi sonori, a differenza ad esempio di un Baglioni o di un Renato Zero che hanno esplorato meno territori. Lui ha fatto dischi con un poeta, ha scritto “Caruso” così come “Attenti al lupo”, era discografico, produttore, talent scout, giocoliere, jazzista. Incontrarlo è stato meraviglioso, Lucio era un “folle”, genio e sgregolatezza, e per tre anni è stato innamoratissimo di questa “Tosca”. Era sempre in giro con noi, ci ospitava a casa sua, registravamo in barca: in quegli anni siamo stati la vita di Lucio nei suoi andirivieni. E’ stato per me un master di vita in musica essere lì al suo fianco, vedere come cantava, lavorava in studio, com’era capace di neutralizzare gerarchie e classi sociali, così che a casa sua trovavi il giovane deejay che parlava col pittore, l’ex zar di Russia col lirico in pensione, il principe con il pescatore: era un circense della vita in una maniera pazzesca. Anche la leggerezza con cui girava le difficoltà e le faceva diventare divertenti, le metafore che usava… un incontro “magico – apostolico” nella musica che mi ha lasciato in eredità un insegnamento inestimabile. Poi scrivere tre brani assieme, a trent’anni poter firmare un brano con un mostro sacro come Dalla fu un’emozione incredibile, non penso sia una cosa capitata a molti quella di incontrarlo e suonarci assieme, se quello era uno dei tuoi sogni. In più, al di là dell’aspetto artistico, ho avuto la fortuna di essergli amico. Anche finita la splendida avventura della “Tosca”, lui comunque ti chiamava quelle 2/3 volte all’anno: “Ehi, Atti, come te la passi? Cazzo stai facendo?”, con la sua tipica parlata, anche solo per il bisogno di condividere qualcosa con le persone con cui si era trovato bene a collaborare. Insomma, è stato folgorante conoscerlo da vicino, nel bene e nel male perché quando voleva essere pungente aveva mille armi per poterlo fare; ti metteva in crisi, in difficoltà, però sono quelle cose che alla fine ti facevano migliorare e cambiare la visuale anche sulla durezza e sull’asprezza che talvolta il tuo lavoro porta con se’ lungo il cammino”.

“Una testimonianza davvero preziosa la tua, e sono convinto che Lucio sarebbe orgoglioso di te. Un grosso in bocca al lupo per questo progetto e per il prosieguo della tua carriera”

“Crepi il lupo Gianni, grazie mille a te, è bello che ci siano persone che in modo appassionato dedicano tempo e spazio anche a chi propone un certo tipo di musica, lontana dalle mode del momento”.

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