Una piacevole chiacchierata con Olden, autore con “Prima che sia tardi” di uno dei dischi italiani più belli dell’anno

Ho conosciuto personalmente il cantautore Olden (il cui vero nome è Davide Sellari) nell’ottobre scorso, in quel di Sanremo. Era giunto tra i finalisti nella categoria “miglior album di interprete” e, benché la sua (interessante) rivisitazione di brani anni sessanta (intitolata emblematicamente “A60”) non si fosse aggiudicata la prestigiosa Targa relativa, era riuscito comunque una volta di più a farsi notare e far arrivare la propria musica, anche mediante brevi ma intense esibizioni durante la giornata che andavano a intervallare momenti strutturati come le conferenze stampa della Rassegna del Premio Tenco.

Foto di Flavio Ferri

Io come giurato della manifestazione gli avevo dato fiducia, votandolo con convinzione, e in quel contesto ebbi modo di scambiare qualche chiacchiera con lui (e col suo fido produttore Flavio Ferri, che conoscevo molto meglio per via della sua militanza nei Delta V, band assurta al successo e alla popolarità tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio), con la promessa di continuare a seguirlo nel suo nuovo progetto previsto per l’anno a venire.

L’idea che ci facemmo io e mia moglie Mary fu quella di due artisti che credevano moltissimo nel proprio lavoro e che riuscivano a trasmetterti tutta la loro passione.

Quel disco tanto atteso, intitolato “Prima che sia tardi” si è rivelato alla fine davvero notevole, mantenendo di fatto le promesse.

Ne ho scritto per Indie For Bunnies, una delle testate musicali con cui collaboro, ma l’occasione è diventata propizia per scambiare qualche chiacchiera a proposito del disco e più generalmente sulla sua musica e sul significato che questa ricopre.

Lui perugino di nascita da tempo vive in Spagna, catalano ormai d’adozione, e alla fine ci si è accordati per sentirci via whatsapp: nonostante l’insolito espediente (almeno per me), quel che ne è uscita è un’intervista ricca di contenuti in cui in modo molto naturale e spontaneo ci si è aperti su molti argomenti, bevendoci su fra l’altro una birra (seppur a distanza).

“Ciao Davide, come prima cosa vorrei chiederti dove ti trovi in questo momento e com’è la situazione dalle tue parti. Come stai? Lo so, sembra la classica domanda rompighiaccio ma in periodi come questo assume il suo reale significato.

“Ciao Gianni, in questo momento sono a Barcellona che è casa mia ormai da undici anni; sono nel mio appartamento qui vicino al mare, siamo chiusi ormai da due mesi. Purtroppo a Barcellona ancora non si è avanzati dalla fase 1, che è quella dove si riapre qualche bar coi tavolini fuori, un momento di socialità che è ora che torni presto perché mi manca ed è una cosa a cui sono un po’ abituato. La frustrazione ormai è un po’ cronica, è diventata meno acuta ma spero che finisca presto perché non è molto produttiva. Non sono uno di quegli artisti che in questo periodo stanno scrivendo. Sto provando a scrivere ma con grande difficoltà, ho bisogno di prendere l’aria, di vedere un po’ la strada, di sporcarmi i piedi e le mani, altrimenti non so se riuscirò a creare cose nuove, insomma. La situazione è un po’ questa, poi la differenza va da città a città, da Regione a Regione, noi siamo quelli un po’ indietro insieme a Madrid”.

“So che abiti da tanti anni in Spagna, a Barcellona per l’esattezza. Nella mia recensione (lusinghiera, questo te lo posso anticipare, io non mi sbilancio mai con i 10 ma 8, 8/5 per me sono già voti altissimi), ho scritto magari in maniera azzardata che la tua formazione musicale, anche se era iniziata ovviamente in Italia, si è sviluppata principalmente in Spagna attraverso il contatto che hai avuto con alcune istanze del luogo, non soltanto dal punto di vista ambientale ma anche sociale (che non significa necessariamente per la tua vicinanza alla Catalogna e tutto quello che sappiamo riguardo il movimento per l’autonomia). E’in Spagna che sei venuto in contatto con certo tipo di musica che poi ha indirizzato i tuoi gusti e il tuo modo di comporre, giusto? Se non è così, puoi spiegarmi meglio?”

“Intanto grazie per il voto, io più di 8 non l’ho mai preso, quindi per me 8 è già 10! Sono contento perché quando il disco fa centro è sempre una soddisfazione, poi essendo un album anche abbastanza atipico mi fa molto piacere. Guarda, la mia carriera solista è cominciata in Spagna, il mio primo disco l’ho fatto nel 2011 con un’etichetta catalana che era Daruma Records; quindi sono entrato in contatto con questo produttore: Marc Molas (molto giovane che aveva e ha ancora un’etichetta), il quale dopo aver sentito i miei provini produsse il mio primo disco, in inglese. Dopodichè si è sviluppata la mia carriera, anche se io venivo già da parecchi anni di gavetta come cantante di varie band a Perugia: la prima band si chiamava “Roarrr”, la seconda “Zonaplayd” (con citazione di “Balle Spaziali” per chi è fan di questi film) e infine i “Figli di John”, più o meno mantenendo la stessa formazione con qualche cambio. Quindi ho scritto le mie prime canzoni in Italia quando avevo tipo 16/17 anni, diciamo forse anche 18, Olden in pratica è nato tra l’Italia e la Spagna, durante il mio viaggio in questa transizione mi sono trasformato e sono entrato in contatto qua non tanto con la musica locale, quanto con delle persone che mi hanno permesso di conoscere nuovi ambiti. Uno dei casi più importanti è stato incontrare Sergio Sacchi del Club Tenco, attraverso Steven Forti, che ora fa parte anch’egli del Tenco ma è prima di tutto uno storico e appassionato di musica. Forti faceva un programma radiofonico a Barcellona per italiani, dove mi ha invitato, così ci siamo conosciuti e gli ho fatto sentire le mie cose. Ricordo che a quei tempi Sergio Sacchi (che ancora non credo fosse direttore artistico del Tenco ma solo presente nel Direttivo) aveva ascoltato le mie cose, gli era piaciuto molto la mia voce e mi disse: “Ma perché non canti in italiano?”: era curioso di sentire come scrivevo.

Questa cosa un po’ mi ha stimolato, già avevo voglia di tornare a scrivere in italiano perché è quello che avevo fatto sempre in Italia – questo episodio in inglese era stato uno spartiacque, una pausa –  e da lì ho ricominciato a scrivere nella mia lingua, ho fatto il mio primo disco poi ne sono usciti altri tre (questo che è appena uscito è il quinto). Quindi sicuramente l’atmosfera e l’ambiente di Barcellona anche inconsciamente qualcosa mi hanno lasciato, ma musicalmente forse meno di quanto si possa immaginare perché comunque sono rimasto fedele ai miei mondi e ai miei gusti: il rock britannico soprattutto, la musica d’autore italiana, nonostante abbia potuto negli anni conoscere delle cose nuove, anche in catalano, che mi hanno sicuramente lasciato dei segni”.

(Grande la citazione di “Balle Spaziali”, l’avevo visto che ero poco più che un bambino!)

“Tornando alla domanda precedente, mi riferivo non esclusivamente al fatto che tu fossi stato influenzato dalla musica spagnola in sè; sapevo però che avevi avuto modo di partecipare al programma di Steven Forti e intendevo dire che in Spagna eri stato coinvolto per la prima volta in qualche progetto legato alla canzone d’autore: avevi interpretato Leo Ferré, anche De Andrè e quindi in qualche modo eri entrato in contatto diretto con quel tipo di musica.

“In quel senso hai ragione riferendoti al mio incontro con le realtà locali, perché io comunque – sempre tramite Steven che è stato veramente cruciale – ho partecipato a degli spettacoli di Barna Sants (una sorta di Tenco catalano), un Festival sulla musica d’autore. Avevamo fatto anche uno spettacolo scritto da Sergio Sacchi e da Joan Isaac sulla storia dell’Anarchia (e tra l’altro venimmo anche al Casinò di Sanremo; poi a Carrara al Primo Maggio facemmo un concerto della Cgil con gente come Staino e Guccini presenti). Si chiamava “Canzoni d’Amore e d’Anarchia” ed era molto bello, erano presenti canzoni anche in catalano, in spagnolo, in tutte le lingue; poi ho preso parte anche a un disco, sempre di Barna Santz (“Cuba Va”) stavolta dedicato a Cuba e alla Rivoluzione Cubana, insieme a cantanti sia cubani che spagnoli. Anche in quell’occasione cantai in catalano e in spagnolo, c’è anche la mia versione di “Cohiba” di Daniele Silvestri tra l’altro. Quindi sì, direi che in effetti ho preso parte a diversi spettacoli qui a Barcellona, con esperienze spesso legate al Tenco, a “Cose di Amilcare”(l’Associazione di Steven Forti e di Sergio Sacchi), la costola catalana del Tenco, il Barna Sants, dove sono entrato in contatto con artisti locali”.

Foto di Flavio Ferri

“Venendo alla tua musica, io ti avevo conosciuto con il tuo album precedente ad “A60”. Era già un bel disco secondo me, ma meno a fuoco rispetto a quello già citato candidato alla Targa Tenco e molto diverso da quello che ci hai presentato in questo 2020. Già “A60” aveva delle buone premesse, perché sembrava un album “tuo”, nonostante contenesse solo cover. Tante volte i dischi di interprete sono più o meno fedeli agli originali, oppure cambiano con risultati modesti o quantomeno azzardati. Nel tuo caso invece, sembrava come detto proprio un disco personale, un po’ perchè forse le canzoni scelte non erano poi così note, ma soprattutto perché sei riuscito a far trasparire la tua anima musicale.

Adesso tutto questo si è ampliato in un disco come “Prima che sia tardi”, volevo chiederti: da dove è partita l’idea che sta alla base del lavoro?

Non è da tutti realizzare un album che (come ho definito nella recensione), parla di una realtà distopica ma non troppo in fondo: è una realtà sinistra quella che descrivi ma che è un po’ lo specchio, la paura di quello che ci vediamo davanti quando sentiamo parlare alcuni esponenti politici. Tu hai fatto riferimento a una proiezione scurissima della realtà odierna, oppure volevi fare un disco che andasse in qualche modo a trasfigurare l’Olocausto, il Nazismo? Perchè io nelle canzoni ci rivedo molto quel periodo lì, nei “Quartieri di Lavoro”, nella figura del dittatore…”

“Parlando dei miei dischi, “Ci hanno fregato tutto”, quello a cui ti riferisci, è un lavoro che secondo me è venuto bene a metà, perché segna temporaneamente la fine di un collegamento ad un mondo più pop, o per lo meno pop rock; lì ci sono degli episodi del quale non sono neanche tanto contento (tipo “Gianni”, proprio quello che porta il tuo nome, non è uscito fuori come volevo) e da allora ho voluto appunto staccarmi dal contesto pop (anche se i testi cercavano già allora di essere poco pop, con dei contenuti non solo di evasione ma anche di riflessione) e l’incontro con Flavio Ferri (il mio produttore a partire dal successivo “A60”) è stato molto importante, direi fondamentale, perché anche con le sue critiche, l’idea che aveva di quel disco, mi ha fatto capire tante cose: che non bisognava giocare sul sicuro ma che dovevamo provare a rischiare. Disse che avrei dovuto provare a valorizzare diversi aspetti, come ad esempio la mia voce, senza riempire il disco di troppi suoni, e renderlo invece minimale. Voleva mettere in luce soprattutto la voce, la melodia e i testi.

Il progetto sul nuovo disco è venuto dopo una chiacchierata con lui in un bar e dopo un po’ di birre, quando lui mi ha suggerito: “trova un’idea, pensa a qualcosa, raccontiamo una storia!”. Sembra una banalità ma quella conversazione mi ha fatto scattare la voglia di mettermi a scrivere come veramente non avevo mai fatto prima; buttai giù così una sorta di romanzo (una sessantina di pagina), dove ho creato poi questa storia che ascoltate nel disco. Ed è stato facile trovare l’ispirazione, perché in quel periodo, in Italia (ma non solo) si stava assistendo sempre di più a un certo ritorno di politiche populiste e che in certi casi, diciamolo, ricordano dei regimi passati, neo fascisti (anche se ovviamente non siamo arrivati a quello in Italia). Sappiamo ad esempio quello che succede in Turchia, pensiamo inoltre a personaggi come Bolsonaro e Trump, che non saranno neo fascisti ma comunque calcano certe ideologie populiste che spesso sfociano nella xenofobia e nell’intolleranza, lo abbiamo visto purtroppo in tanti casi.

In quel periodo non ne potevo proprio più di assistere a questo spettacolo indegno dei “pollai social” nei quali si sfogava tutta la rabbia e la frustrazione di persone che giravano intorno soprattutto a Matteo Salvini. Mi è venuto una sorta di rigurgito di questa destra italiana populista che sull’immigrazione ci ha lucrato e ci campa da anni, tanto che in tempi non sospetti dicevo ai miei amici italiani: “ma vi rendete conto che in Italia si parla solo di immigrazione, solo di stranieri?”. Da molti anni stanno preparando questo tipo di politica. Leggere tanti commenti di odio, vedere – anche se da lontano – tanta superficialità in giro nelle persone, mi ha portato a creare una reazione interna che poi è scaturita nella scrittura di questa storia. E’ un disco dedicato alla libertà e all’uguaglianza, che va contro ogni tipo di intolleranza. Racconto nel disco una dittatura, tu dici che è distopica ma in realtà non è appunto così lontana dalla realtà, infatti spesso la definisco una realtà parallela o comunque purtroppo prossima, ed è anche un modo quindi per “avvisare”: “Prima che sia tardi” intende proprio quello, avvisare che il passato nero può tornare, ed è compito anche degli artisti trasmettere dei messaggi che non siano solo di intrattenimento. Conte dice che lo facciamo divertire, e forse ha anche ragione, perché molti artisti si sono dimenticati che la musica oltre che intrattenimento può essere molto di più, è anche contenuto”.

(In effetti è un’analisi molto lucida. E’un pericolo reale quello che Olden descrive o ipotizza nelle sue canzoni, seppur in modo allegorico, anche se avevo intuito ci fosse da parte sua piena consapevolezza e non fosse soltanto una profezia… come in quei film tipo “Contagion” che visto oggi mette i brividi).

“Il tuo non è un messaggio profetico, almeno mi auguro, è più un monito reale che ci stai dando con la tua musica: prima che sia tardi, cerchiamo tutti di drizzare le antenne.  L’uscita di Conte è stata molto infelice ma è un po’ lo specchio dei tempi, perché purtroppo per l’ascoltatore occasionale o distratto, sembra che ci siano spazi ridottissimi per la canzone con dei contenuti.

Tu con il tuo disco sei riuscito benissimo in questo, e un tempo album del genere riuscivano ad arrivare ai primi posti in classifica. Adesso non è più così e io non sono sicuro che un disco seppur dal valore intrinseco come il tuo, possa ottenere il successo che spettava ai grandi cantautori negli anni 70, però mi auguro che tu abbia un riconoscimento giusto in quelle sedi competenti, perché oltre ad avere un’idea tu ci hai sommato una grande qualità proprio dal punto di vista musicale.

Ci sono canzoni che, chiaramente, vanno seguite dalla prima all’ultima (mai come in questo disco, perchè c’è un continuum seguendo il viaggio della protagonista Zahira e del suo amico che l’aiuta a distanza), però diciamo che tu hai saputo nei momenti topici del racconto valorizzarli al massimo con degli spunti degni dello spessore delle liriche. “Aquilone” ad esempio, uno dei momenti importanti del racconto, è accompagnato da una canzone che spicca (non a caso primo singolo), però mi viene in mente anche “Mare tranquillo”, una canzone che mi ha colpito molto, oppure “Il clown” che sinceramente è il brano che più fa emozionare. Come sei riuscito ad adattare in questo caso le parole alla musica? E’ stato difficile, visto che è la prima volta che ti cimentavi in un concept album, oppure ti è venuto naturale creare quel climax giusto in base alle diverse fasi del racconto?”

“Gli spazi per la musica con dei contenuti non sono molti però ci sono, ma soprattutto confido che forse, dopo quello che è successo, ci siamo finalmente resi conto delle cose importanti. Ci sono due futuri che io vedo, che ipotizzo: o dopo questa epidemia, dopo questo momento terribile, si ritorna a una sorta di anni 60 nel quale c’era bisogno di evasione e di divertimento ancora più frivolo (e non solo ovviamente, perchè poi gli anni 60 hanno creato cose meravigliose, c’era una grande gioia, un’esplosione di vitalità), oppure ci si renderà conto che il sistema capitalista e un certo tipo di consumismo e di edonismo forse è il momento che si fermino, perchè ci stiamo rendendo conto che le cose importanti sono ben altre. Io auspico un ritorno ai contenuti, spero ci sia la voglia di riassaporare cose più concrete, più vere, con più sostanza.

Riguardo la musica del disco, stavolta ho scritto prima di tutto le parole, quindi dopo il romanzo ho adattato i testi e di giorno in giorno li mandavo a Flavio che poi mi dava un parere. Mi diceva cose tipo: “questo sviluppalo, questo è bello, questo è brutto, qui lavoraci di più…”. Io gli ho dato retta quasi sempre perché di lui mi fido molto, perché mi ha capito profondamente e questa è una grande fortuna. Mi ha permesso di scegliere una decina di testi, sul quale poi ho iniziato a scrivere delle musiche. Le ho scritte in casa e poi in studio con Flavio ci abbiamo lavorato; lui le ha arrangiate soprattutto, io ho dato qualche idea ma ho lasciato spazio a Flavio perché ha delle idee molto belle, molto giuste: lui capisce come valorizzare le cose (non solo con me ma con tutti i quali lavora) e quindi in fondo è stato abbastanza facile devo dire arrivare al prodotto finito, perché le musiche e le melodie poi mi sono venute abbastanza velocemente e per l’arrangiamento,come detto, Flavio ha dato un contributo veramente importante. E poi ci tengo a ricordare anche l’apporto musicale di Ulrich Sandner, chitarrista che ha impreziosito con delle idee il lavoro”.

“Non sapevo che gran parte del merito dell’arrangiamento fosse di Flavio, pensavo avesse svolto più un ruolo da produttore. Io lo apprezzo da sempre nei suoi dischi con i Delta V e credo sinceramente sia una fortuna quando un artista trova un produttore che diventa qualcosa di più di un produttore, una persona davvero fidata. Mi sembra di capire che lui sia uno che vuole il bene dell’artista, una cosa che non è sempre così scontata quando si comincia a lavorare, invece voi avete creato un bel binomio e credo che ci sarà soltanto da guadagnarci, vista anche la sua grande esperienza”.

“Flavio è un pezzo importante di Olden, è ormai parte integrante, non riesco neanche a chiamarlo produttore perché è prima di tutto un amico, una persona che mi vuole bene e mi stima, e che a dispetto di quello che sembra è una persona che si commuove quando riceve bellezza, quando sente qualcosa che ritiene bello. A me è servito molto perché, come dici tu, lui vuole il bene dell’artista o quanto meno vuole che l’artista tiri fuori quello che è. Se questi non ha niente da dire, lui te lo ribadisce senza mezzi termini; se sente invece che tu hai qualcosa da dire cerca di farti capire come dirlo, e questo è veramente preziosissimo, senza mai secondi fini ma solo appunto per la bellezza”.

“Prima avevo fatto riferimento a “Il Clown” ma anche “Non tu, noi” è una canzone che mi piace tanto e la prima volta che l’ho sentita mi ha emozionato. Ne “Il Clown” lì si arriva in pratica al compimento, alla fine del Regime, però non è una canzone di rivalsa, di rabbia: questo mi ha colpito molto, perché sembra quasi il Popolo essere compassionevole nei confronti del dittatore, o meglio non va a infierire, tanto che il dittatore, l’Oca Nera, si è ormai ridicolizzato da solo. Insomma, il popolo anziché schiumare ancora rabbia, preferisce lasciarsi alle spalle il brutto periodo e guardare già avanti, pensando finalmente a un nuovo futuro. Mi è piaciuta tantissimo questa cosa ma non so se è una chiave di lettura giusta, dimmi tu”.

“Sì, dici bene, il clown è esattamente questo, è una canzone che vuole sostanzialmente svelare, togliere la maschera al dittatore che in realtà è un buffone, perché ne abbiamo avuto esempi nel passato, no? E’ banalissimo forse citare Hitler o Mussolini ma il discorso se vogliamo vale anche per Stalin: erano personaggi che sembravano delle caricature, tu li vedi adesso nei loro comizi ed erano sommamente ridicoli, nella loro foga, nella loro retorica assurda. Sono delle persone che fondamentalmente nascondono qualcosa di tragico e di ridicolo allo stesso tempo, sono personaggi grotteschi. Quindi non è necessario infierire, soprattutto se chi condanna quel tipo di persona si ritiene differente. Infierire è comunque sempre un atto violento: condannare la violenza con la violenza sarebbe poco coerente. Il senso è allora: “si lasci pure il clown al proprio destino”, che poi in realtà quello che fa è praticamente uccidersi, ciò che dice la canzone. Il problema è che questo succede sempre dopo aver lasciato morti e tragedie alle proprie spalle. “Non tu, noi” è invece una delle poche canzoni prettamente non politiche, è molto personale nel raccontare un sentimento, che ci voleva in quel preciso momento del disco, dove lui scrive a Zahira dicendole che le manca, le manca quello che sono, non tanto lei (ovviamente è una provocazione dialettica) ma quello che sono loro insieme”.

“La nostra lunga chiacchierata è giunta al termine, vorrei chiudere chiedendoti quali sono le tue prospettive. Un po’ mi hai risposto prima ma mi piacerebbe sapere quali sono le tue aspettative personali su questo lavoro. Cosa ti aspetti da questo disco, Covid 19 permettendo?” 

“Questo disco come dici tu purtroppo è stato bloccato quasi sul nascere, a causa di questo terribile virus. Noi siamo riusciti a fare la presentazione, la conferenza stampa a Milano e dei concerti tra gennaio e febbraio. Siamo arrivati a un po’ di persone, anche fra gli addetti ai lavori e ad aprile maggio saremmo dovuti tornare probabilmente con un numero ancora più importante di date, perché come dico sempre questo è un disco che va raccontato direttamente. Le persone andrebbero prese una per una e “costrette” in un certo senso ad ascoltarlo, perché solo se ti permetti di accostarti ad esso in una certa maniera, di essere immerso in una particolare atmosfera e di seguirlo attentamente, puoi coglierne l’essenza, sennò probabilmente rischia di sfuggire. Quindi il fatto che siano mancati i live è stata una grande pecca, perché avremmo potuto raccontarlo veramente bene alla gente.

In quei pochi live eseguiti, ho visto che la reazione del pubblico è stata molto emotiva, si notava che la gente presente ai concerti era molto colpita ed era rimasta intrigata dalla storia. Il messaggio del disco era arrivato! In questo mondo, in questa società di oggi, dove tutto è rapidissimo, tutto è veloce e quasi tutto virtuale, oggi che al momento mancano anche i contatti reali purtroppo è un problema. Ma sono fiducioso, perché convinto che con “Prima che sia tardi” abbiamo fatto una cosa bella e sincera, che verranno fuori sempre più persone che lo ascolteranno e lo apprezzeranno. Per il futuro speriamo di riprendere qualche live se possibile da qui a fine anno, sto provando a scrivere delle cose nuove che potrebbero essere anche collegate a questo disco, perché forse non ho ancora detto tutto”.

PS –  Comunque la canzone “Gianni” mi aveva colpito molto, non ci sono poi molte canzoni col mio nome… è famosa “Gianna” di Rino Gaetano ma non è proprio la stessa cosa! Non mi riconoscevo ovviamente nel tuo pezzo, per come lo descrivi, però era un brano con un ritmo particolare. E’chiaro che sembra lontanissimo da quello che stai facendo adesso, direi che sei molto maturato come autore e credo sinceramente che sia questa la tua strada”.

“Chiudiamo volentieri con “Gianni” allora e torniamo un po’ indietro nel tempo. Devo dire che mi piace il testo di questa canzone, perché credo abbia un’ironia bastarda. Testo che in realtà è serio, ironico, dove descrivo un personaggio squallido che condanno. Il problema è che poi è risultata una canzone allegra e spensierata, l’ascoltatore medio magari nemmeno ci fa caso a qual è il vero senso della canzone. Non la rinnego ma forse l’arrangiamento, come è venuta fuori nell’insieme, non mi convince più ed ora non farei mai una cosa del genere.”

Credo sinceramente che possa dormire sonni tranquilli, dubito infatti che alla luce di questo lavoro ci sia qualcuno che ancora fraintenda le sue reali intenzioni: Olden adesso fa sul serio e ha tutte le carte in regole per durare a lungo.

 

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