L’artista friulana Michela Franceschina debutta come cantautrice con l’interessante “Burattini erranti”, tra pop, jazz e raffinata canzone d’autore.

Attendeva da tempo il suo debutto discografico la giovane artista friulana Michela Franceschina, già attivissima in campo musicale su più versanti. Esperienze vissute sia sul palco, da sola o in gruppi come il trio vocale Kalliope e i Bossa Loca, che tra i banchi di scuola – metaforicamente parlando ma non troppo – , visto che è un’educatrice musicale alle prese con giovani e bambini.

Un album a proprio nome però è tutta un’altra cosa, proprio perchè in queste 12 canzoni Michela ha saputo far confluire le varie tappe del suo percorso musicale, assemblando anche brani costruiti nel tempo ma che necessitavano, meritavano, un più ampio respiro. Tra le pieghe di questo esordio intitolato “Burattini erranti” abbiamo quindi messa a fuoco tutta la poetica autentica che sgorga dal cuore e dalla penna dell’autrice.

Testi e musiche sono quasi esclusivamente opera sua, se si eccettuano degli interventi di collaboratori come Nicola Pravisano e Michela Niccoli; da segnalare inoltre l’importante contributo di Marco Bianchi che ha suonato la chitarra in tutti i brani e si è occupato della quasi totalità degli arrangiamenti, a parte “Il cûr ” e “L’anima” affidati a Geremy Seravalle, impegnato anche alle tastiere. A registrare in studio con lei, oltre a validi musicisti come Giacomo Iacuzzo alla batteria e percussioni e il bassista Alessandro Toneguzzo, anche Paolo Forte che ha suonato la fisarmonica in “Miniera” e ne “Il mercato dell’amore”.

Dopo le doverose segnalazioni, è giusto però arrivare a parlare più specificatamente del disco, che ci mostra un’artista vitale, talentuosa, alla ricerca ancora forse di una sua strada musicale ma che già è in grado di maneggiare bene la materia partendo da alcuni capisaldi. Il primo è l’utilizzo di uno strumento principe, in questo caso il pianoforte, che evidenzia tutto il suo amore (e il suo studio) per la musica classica, nonostante si denoti all’interno dell’album un eclettismo che lo fa rifuggire da facili definizioni, pur restando generalmente nell’ambito della canzone d’autore.

Le definizioni possono essere talvolta necessarie, giusto per inquadrare un lavoro, specie in un’epoca in cui si è “bombardati” da uscite discografiche più o meno valide che possono finire per disorientare l’ascoltatore. E anche un disco come questo, uscito qualche mese fa, rischiava e rischia (ma nel nostro piccolo siamo qui a dargli il giusto tributo!) di rimanere in qualche modo sommerso, fluttuante nel calderone della musica d’autore che per molti critici è ormai solo una bolla stantia, bloccata su stilemi sorpassati, se non proprio vetusti. Per questo poi è importante sviscerare al meglio le canzoni e far emergere il bello là dove ne valga la pena.

In ogni caso, e qui rompo gli indugi, visto che di musica d’autore, o “dei cantautori”, me ne occupo e ne ascolto tanta, voglio spezzare una lancia a favore di coloro che, pur non tradendo la lezione dei grandi del passato, stanno provando a innovare e metterci del proprio. E’ il caso anche di questo album, in cui la Franceschina partendo come detto da composizioni al pianoforte, ha voluto comunque puntare forte sulle melodie (quindi associabili a un mondo pop) e su arrangiamenti che prediligessero soluzioni diverse, vivaci, finanche spiazzanti (penso a un episodio come “Persa”).

Michela nei testi si smarca dall’autobiografismo spinto per svelare altri scenari e, se pare azzardato definire il lavoro come un concept album, è anche vero che l’idea che sta alla base di “Burattini erranti” si ritrova qua e là in vari punti, e ha a che fare con la libertà degli individui che, come burattini, è forse circoscritta a un potere deciso dall’alto ma ciò non impedisce mai la ricerca e la voglia di trovare il proprio spazio. In questo viene normale associare il tema a ciò che tristemente stiamo vivendo, con una libertà che in questo momento ci viene necessariamente privata nella sua forma più piena e, anche se era impossibile un anno fa prevedere tutto questo, ci viene in soccorso in questi casi proprio la musica, grazie alla quale possiamo spaziare almeno con la fantasia e immaginare scenari lontani.

L’inizio del viaggio è affidato alla raffinata “La principessa”, adattissima a fungere da cartina di tornasole dell’intero album, con uno dei testi migliori del lotto, mentre la successiva “Non è una favola” si muove su coordinate differenti, più briosa con i suoi accenni swing e un cantato sinuoso e arioso adagiato sulle parole di Michela Niccoli. Seguono due canzoni che si stagliano abbastanza nettamente dal resto della scaletta, anche per l’utilizzo assai riuscito del dialetto friulano. La prima, “Il cûr”, è solare e orecchiabile nei suoi efficaci cori, la seconda (“Piscologo”) è più ondivaga e venata di malinconica ironia. Entrambi i testi sono a firma di Nicola Pravisano, mentre le musiche sono della stessa Michela Franceschina.

Si arriva così a “Dimmi come fai”, quella sì di stampo più classico, lineare e diretta nelle parole amorevoli di Michela Niccoli, mentre il cuore del disco è affidato a due dei brani a mio avviso più convincenti della raccolta, entrambi a firma dell’autrice.

“Persa” ha un andamento obliquo, un cantato sicuro per un testo che non le manda a dire, pur non lesinando in immagini poetiche, mentre la successiva “Noia” è assolutamente irresistibile nel suo andazzo jazz. “Miniera” (una dolce dedica al nonno) e “Il mercante dell’amore” si muovono fluide, acustiche, e trasudano fascino latino, mentre in “Back in Old America” fanno capolino degli elementi reggae a colorare un brano assai evocativo. “L’anima” è particolarmente intensa e suggestiva, con i tocchi sapienti della chitarra elettrica di Marco Bianchi e le tastiere non invasive che incalzano in sottofondo. L’album infine si chiude con la guizzante “Eco di te”, una mid tempo dai connotati pop rock (anche qui ottime le chitarre), in un testo che è una sorta di invocazione a ritrovare la propria strada, con la speranza di avere sempre una casa che ci possa attendere e rassicurare.

“Burattini erranti” è indubbiamente un album fresco, accattivante, ottimamente suonato e interpretato, dove Michela Franceschina è riuscita a trasmettere tutta la sua passione per le sette note. Sono brani in cui la matrice classica è ancora presente e probabilmente ne rappresenterà il registro sonoro anche in futuro ma dove è già evidente il tentativo di rivestire il tutto con gli abiti di volta in volta più adatti.

(Le foto sono di Leonardo Fabris, progetto grafico di Rossella Zarabara)

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