Anthony Valentino ci racconta “Walking on Tomorrow”, il suo album d’esordio

Ho conosciuto Anthony Valentino qualche anno fa, segnalato dall’amico Carlo Albè, poliedrico artista (scrittore, musicista, autore). All’epoca Anthony stava promuovendo il demo “Walking on Tomorrow”, lavoro in cui il giovane milanese aveva riversato tutto sè stesso.

Ora quel sasso lanciato per vedere l’effetto che fa è diventato un vero album, autopubblicato a fine gennaio 2020 e supportato stavolta da un ufficio stampa.

In questi due anni non è rimasto con le mani in mano, anzi, da tempo vive ormai a tutto tondo la felice condizione di musicista, anche se non è stato certo una passeggiata dover imboccarsi le maniche e dedicarsi anima e corpo alla sua più grande passione, lasciando il cosiddetto posto fisso. Una professione che, seppur soddisfacente per certi versi, non gli permetteva di crescere appieno sull’altro versante, quello comprendente le pulsioni, le emozioni più vere che si hanno dentro e che cercano solo un canale giusto per uscire fuori. Nel suo caso è stata la chitarra a fulminargli la vita di adolescente, e da allora nulla è stato più come prima.

Anthony ci ha raggiunto telefonicamente un paio di settimane fa per raccontarci quello che sta vivendo e soprattutto come è nato e si è sviluppato il progetto attorno a “Walking on Tomorrow” che, come scritto in apertura, ha in realtà radici lontane.

“Ciao Antonio, bentrovato! Ci eravamo lasciati qualche anno fa, nel 2017, mentre eri impegnato con la promozione di un demo. Ora a quasi 35 anni ti senti pronto per spiccare il volo ma volevo tu raccontassi ai miei lettori quando hai deciso che la musica sarebbe stata ben più di una passione per te e come hai vissuto quei primi passi da artista a tutto tondo, per lavoro“?

Ciao Gianni e un saluto ai tuoi lettori. Oramai sono quasi 8 anni che vivo solo di musica, quindi sì, posso dire di essermi consolidato e questo era quello che in qualche modo sognavo ma ti lascio immaginare che non sia stato per nulla facile, anzi, è stato come fare un salto col paracadute! Durante l’università svolgevo anche due lavori contemporaneamente, fino a quando non iniziai in tribunale. Svolgevo un lavoro bellissimo, e a dire il vero anche il contratto era fantastico, insomma ci stavo bene. Poi però mi accorsi che mi assorbiva davvero troppo, in termini di energia mentale soprattutto e trovare anche solo il tempo o la concentrazione per suonare in giro o per comporre – che poi è la cosa che più mi piace – diventava sempre più difficile. Io ero già stato in contatto col mondo degli studi di registrazione, come fonico ma avevo preso il tutto come un’opportunità di imparare tanti piccoli trucchi del mestiere. Inoltre è innegabile che bazzicare in quegli ambienti mi aveva fatto conoscere molta gente, ovviamente soprattutto musicisti. Fu così che nel 2013 presi la sofferta decisione (soprattutto per i miei genitori e le persone che mi stavano vicino!) di licenziarmi dal mio impiego fisso per aprirmi un piccolo locale che sarebbe poi diventato il mio studio.

“Un po’ il sogno di tantissimi aspiranti musicisti! Concretamente come hai avviato la tua nuova attività? Di cosa ti occupavi?”

All’inizio non ti nascondo che è stato tutto fuorchè facile, per la gente ero semplicemente un pazzo! Però sentivo che dovevo per lo meno provare, che se non lo facevo allora, forse poi non ci sarebbe stata più l’occasione o il momento giusto. Sempre se esiste un momento giusto! Io sentivo però che era quello il mio momento, per cui iniziai a lavorare a testa bassa su diversi progetti. Diciamo che è stata una scelta istintiva per certi versi ma ovviamente ponderata: da parte ero riuscito negli anni a mettermi via dei soldini, crearmi almeno le basi per partire era cosa necessaria e in quel senso da valutare con la massima attenzione. Detto ciò, il primo anno, anno e mezzo, è stato letteralmente da panico, con momenti anche di sconforto, per non dire di crisi totale! Sono riuscito comunque a tenere botta tra piccole produzioni di gruppi locali, insegnando principalmente chitarra, fino a che mi sono per così dire assestato.

“Avevi già un giro di nomi, artisti, band con cui lavorare?”

Certamente negli anni avevo conosciuto diversi artisti della scena milanese e non solo e questo sicuramente mi è tornato utile. D’altronde suono con gruppi da quando avevo 19 anni, quindi in questo lasso di tempo sono venuto a contatto con diversi addetti a lavori, musicisti e appassionati, anche molto noti. Ad esempio i componenti dei Camaleonti frequentano il mio stesso negozio di dischi a Cinisello Balsamo. Non posso dire di conoscere bene il loro chitarrista ma è capitato di prendere un caffè assieme e chiacchierare piacevolmente di musica.

“Quindi col tuo studio davi possibilità a molti artisti di registrare, produrre, dare vita ai loro progetti?”

Sì, perchè col tempo sono riuscito a creare uno spazio interessante! Chi viene qui sa di trovare un bello studio per provare. E’ uno spazio di una trentina di metri, dove mi sbizzarrisco proponendo lezioni private (seguo ben 32 allievi), occupandomi di piccole produzione, molte sul versante punk (ma non solo)… anche semplicemente appunto per dei demo, come feci io qualche anno fa, preparando quello che sarebbe diventato “Walking on Tomorrow”. Come già detto i primi tempi sono stati da panico, lo ripeto, mi sono reso conto che fare il musicista a tempo pieno in Italia non è per niente facile. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi ha supportato ma ho avuto le mie difficoltà agli inizi, poi pian piano ho trovato – sto trovando – la mia dimensione e, insomma, è andata bene. Lo rifarei sicuramente!

“Quando è nata la voglia di scrivere canzoni tue? So che una prima folgorazione l’hai avuta col mitico Slash. Ti hanno influenzato anche le band italiane e milanesi nello specifico, visto il gran fermento che c’era in quegli anni a Milano, anche in ambito rock?”

Ero un adolescente in pratica e una volta scoperta la chitarra, non l’ho lasciata più- Mah, ispirazione poca in realtà. Certo, la prima volta che ho sentito Slash è stata una cosa bella potente e, per quanto nella mia città ci sia anche il giro delle rock band, ho da subito cercato una via mia. Ho sempre privilegiato l’aspetto della composizione, anche sapendo pochi accordi agli inizi perchè ho capito presto che la musica poteva rappresentare quello che avevo dentro, potevo esprimermi tramite la chitarra, i testi. Ho imparato col classico canzoniere da duemila lire, per dire, suonando su pezzi dei mostri sacri italiani più che i grandi del rock. Quindi, i nomi sono quelli di De Andrè e Battisti, l’ambito hard rock sarebbe arrivato dopo.

“Del tuo demo scrivevo che, seppur preminente la matrice hard rock, si possa in realtà distinguere una varietà di suoni e, di conseguenza, di atmosfere. Mi viene in mente un brano come  “American Dream”, dall’arrangiamento che mi ricorda gli anni ’50, proprio quelli del sogno americano. E’ uno degli episodi più singolari e riusciti secondo me, con quel piglio honky-tonk. In altre canzoni invece siamo dalle parti di un rock epico, insomma sei voluto andare oltre i generi.”

Grazie Gianni, mi fa piacere tu abbia colto alcuni riferimenti, l’elaborazione e lo studio che ci sono dietro. Ci sono tante atmosfere diverse, perchè diversi sono gli stati d’animo che ho voluto trasmettere. Questo disco è un lungo viaggio dentro di me. C’è stato uno sviluppo delle canzoni, non solo irruenza ma voglia di comunicare attraverso più linguaggi. E sì, un brano come “American Dream” è proprio anni ’50 come attitudine, parlo di Chuck Berry che per noi rockers è una sorta di nonno, il nonno di tutti i chitarristi, come Jimi Hendrix è nostro papà e gli eroi degli anni ’80 i nostri zii. Nell’album convivono una forte componente più istintiva, quasi heavy metal ma amo esplorare altre direzioni.

“Queste canzoni sono state concepite un bel po’ di anni fa e solo ora trovano un vero sbocco, una pubblicazione. Le senti ancora tue o qualcuna la vedi ormai datata? Immagino per te significhino tanto visto che hai tenuto in scaletta tutte le canzoni del demo. E’ stato per mania di perfezionismo, o più “banalmente” per registrarle meglio, che hai fatto trascorrere più di due anni fino a dargli una forma definitiva?”

Il demo fu realizzato per mettermi in gioco su un lavoro mio, dopo tanti anni spesi assieme ad altri gruppi dove per forza ti devi confrontare e scendere a compromessi. Lo considero un bel test per come è andato: in fondo negli anni ’70/’80 i demo andavano molto e io vengo da quella scuola di pensiero. Era un lavoro in un certo senso già definito, con un’idea che è rimasta inalterata, ma era un prodotto grezzo, mi interessava vedere cosa succedeva. L’album lo ipotizzavo già allora per il 2019/2020. E’ il mio primo lavoro solista, è veramente come un figlio per me, quindi ciò che avevo scritto tre anni fa è ancora validissimo. Avevo voglia finalmente di divulgarlo, fargli prendere vita, dare un respiro ufficiale, vicino agli standard di oggi come produzione. In questo album racconto tutto di me: esperienze, proiezioni future, è un cammino dall’oggi verso il domani, nei miei sogni e desideri. E nel realizzarlo ho dovuto selezionare fra una cinquantina di brani.

“Come già sottolineato nel fare questo hai spaziato fra tanti cambi di atmosfere, a volte sono cupe, tese, altre invece più distese e rappacificate… sei sulla strada giusta dopo le tormenta mi verrebbe da dire”

Non sono un fan delle etichette, non mi piace chi lavora su un genere, lo trovo limitante e fuorviante. Dicendo “hard rock” magari uno non avvezzo si potrebbe allontanare, e così vale per altri generi specifici. Ho lasciato le mie band, ero stufo di fare cover, mi sono detto: “ok Tony, è arrivato il momento di raccontarti, senza filtri, generi, senza pensare se una cosa è pop, rock, blues o hard rock. Per questo nel disco passo da atmosfere quasi horror come “Your Eyes” (io sono un grande fan dei film horror), quello sì un brano teso a una canzone d’amore puro come “My Light Found in the Rain”, fino alla già citata “American Dream”, che invece è scanzonata, leggera. Mi sono divertito molto a giocare sul paradosso, senza pregiudizi, se in un brano ci stava bene un assolo, lo inserivo volentieri”

“Tu sei il titolare unico del progetto. Come hanno accolto la tua proposta gli altri musicisti che si sono approcciati alla tua musica, sia i turnisti in studio che quelli che ti seguono live. Hanno rappresentato bene quello che avevi dentro, soprattutto chi si è occupato delle voci?”

“Sì, sono molto contento e soddisfatto del risultato finale, anche se la ricerca è stata estenuante, in alcuni casi c’ho messo più di un anno a trovare i turnisti. Non per motivi economici, nessuno ha posto condizioni, avevo un budget e non è mai stato quello il problema; piuttosto per me era (ed è) fondamentale trovare qualcuno che prendesse quello che ho scritto e lo interpretasse poi nel migliore dei modi, che lo facesse suo. E’ tutta gente molto preparata quella che ho coinvolto a suonare con me. Alla batteria c’è Pietro Pizzi, al basso e tastiere Salvo Correri, già attivo con gente come Ornella Vanoni, Francesco Baccini, Gatto Panceri. Per non dire dei due cantanti: Scream Chiummo e Antonella Poerio”

“Il compito mi pare assolto nel migliore dei modi: ascoltando Chiummo mi pare proprio ci sia tu al microfono. Ma mi ha colpito tantissimo anche la voce femminile, ci dici qualcosa di lei?”

Lo faccio con estremo piacere perchè la voce femminile è, come dicevo prima, quella di Antonella che per me è una figura molto importante, nonchè mia cugina! Ed è una figura oltretutto significativa, perchè è stata proprio lei, quando avevo 17 anni a mettermi letteralmente la chitarra in mano. Questo disco, lo ripeto ancora una volta, è importante perchè racconta chi sono e da dove vengo. Nella vita è fondamentale essere grati e dimostrare gratitudine alle persone, ed è ahimè, una cosa che si è un po’ persa. Quando ho scritto le mie canzoni sapevo già che alla voce ci sarebbe stata mia cugina. Ero a casa sua quando vidi la vhs di Slash del ’92, lei già suonava e cantava, mi insegnò i primi accordi, era una grande fan dei Guns N’ Roses.

Tornando alla domanda, il disco è stato ben accolto da tutti, perchè hanno percepito quanta passione ci sia da parte mia, idem per i musicisti che mi seguono nei live, tutti ragazzi che conosco da un po! Ho selezionato musicisti in base a principi umani, ad esempio Leo, il bassista suona con me da 6/7 anni, il chitarrista è un mio allievo, alla voce c’è un ragazzo di 21 anni che ha “fame”: la musica ha bisogno, al di là della tecnica, di gente che ci creda, che abbia fame.

“Tua cugina ha una voce bellissima, è molto riuscito il contrasto fra le due voci. Ci sarà anche dal vivo questa particolare miscela espressiva?”

Eh, mi piacerebbe molto anche nei live la presenza della voce femminile, in questo momento lei non ha un gruppo ma abita a Roma ed è impossibilitata ad affiancarmi nei concerti. Sai, io ragiono col cuore e vorrei tanto proprio lei! Mai dire mai però, in fondo lei ormai conosce tutti i pezzi a memoria, quindi se vuole raggiungere in qualche data sarei felicissimo… Nei primi live non ci saranno né tastiere né cori, ci presenteremo in classica formazione hard rock:  2 chitarre,  un basso,  voce e batteria ma nel tempo mi piacerebbe inserire le tastiere e sondare sempre più appunto la disponibilità di mia cugina”

“Cosa hai pensato per dare sfogo a questa tua voglia di far conoscere il disco, come vuoi farlo volare? Prossimi live, segnalazioni, recensioni, manifestazioni, concorsi… questo disco… Quali strategie pensavi di mettere in atto? Quali sono le mosse da fare, hai delle aspettative o procedi giorno per giorno?”

“La pianificazione in un buon progetto è fondamentale, altrochè. Ho un ufficio stampa che tiene i contatti con i media, le radio in particolare, proprio per cercare di pubblicizzare l’album sempre di più, poi fare più interviste possibili, farsi conoscere, il disco che finirà su tutti i portali da venerdì 24 gennaio, mentre le copie fisiche saranno disponibili per fine marzo. Già domenica 26 ci sarà una prima presentazione dell’album, e una seconda è prevista al Tnt di Milano il 15 febbraio. Spero di riuscire poi a fare tanti live ma con degli inediti di hard rock non è per niente facile”

“Oltretutto in un periodo storico che mi pare privilegiare molto la lingua italiana, soprattutto nell’ambito hard rock in cui ti muovi, mi verrebbe da dire”

“Ti stupirò fra un paio di anni quando uscirà un mio disco in italiano, di genere folk. Un artista come Vinicio Capossela mi piace tanto, specie dal vivo. A parte questo, non credo che il problema sia costituito dalla lingua in cui canto, il vero problema, grosso, sono le cover, il proliferare delle tribute band che finiscono inevitabilmente per prendere gli spazi nei locali, anche perchè indubbiamente fanno molto pubblico. Da quando hanno chiuso alcuni locali a Milano sono cambiate molte cose. Penso al Rolling Stone, con lui se n’è andato un pezzo di storia della musica a Milano, ma anche altri locali più piccoli molto belli non ci sono più, come Le Scimmie. E’ cambiata proprio la scena, quando ero ragazzino io era pieno di band di inediti che proponevano i loro pezzi; non ho niente contro le cover band, ci mancherebbe, io ho fatto una vita le cover, ma la tendenza è ormai univoca, si va quasi solo in quella direzione. Anche noi buttiamo nel mezzo anche 5 cover, devi dirlo al locale, ma a volte hai delle tempistiche talmente strette e d’altra parte se proponi delle cover devi segare almeno la metà dei tuoi pezzi… Per fortuna nella data del 26 si tratta di un evento solo mio di due ore in cui propongo tutto l’album, invece il 15 condividerò con un’altra band e in quel caso so che avrò un’ora e dieci di esibizione. Poco male, l’importante è soprattutto suonare le mie canzoni”.

“Talent e concorsi quindi non li contempli? Attualmente non so quanta utilità ci sia, ma una volta c’era ad es. Rock Targato Italia, tanto per citare un nome, che potevano rappresentare veramente un valido trampolino di lancio”.

Siamo informati sui contest, prendo in considerazione però solo quelli dove posso arrivare primo come ultimo, non vincolante al numero di persone che porto! Credo molto al concetto di “giuria”, un musicista deve mettersi nelle condizioni di accettare qualunque tipo di parere, quando ha a che fare con una giuria qualificata; quando invece è tutto vincolato al pubblico del locale (per far soldi), allora non mi interessa. Non voglio fare strada perché porto 100 persone quando invece magari c’è uno più bravo ma che porta solo 5 persone: in quei casi quindi la mia partecipazione dipende dalle condizioni, prima cosa “quanta gente porti?”. Ecco, io concorsi del genere non li ritengo seri, poi per carità è solo un mio parere ma ho visto band meravigliose magari venire da Brescia che non passavano il concorso perché a Milano non avevano pubblico e invece band di scapestrati passare fasi eliminatorie perché erano della città con tanti amici al seguito”.

“Condivido appieno il tuo discorso. In chiusura, venendo ad aspetti tecnici ma non troppo… per questo album ti sei avvalso ancora dell’autoproduzione o avevi pensato in un primo momento a una label? Al di là di questo, la domanda fondamentale è: come e dove sarà possibile ascoltare il tuo disco?”

Io ho preferito affidarmi a un valido ufficio stampa di Milano, molto attivo, l’altoparlante. Non ho contatto con label, le stampe delle copie fisiche usciranno tutte in autoproduzione. La cosa importante è che l’album “Walking on Tomorrow” si trova su piattaforme come Spotify e che sono attivo sui principali social network. Su instagram mi trovi come anthonyvalentinowot85, su facebook sono AnthonyValentinoWOT, mentre il sito ufficiale è http://www.anthonyofficial.com.

“Beh, al termine della nostra lunga e piacevole chiacchierata telefonica, non mi resta che farti un grosso in bocca al lupo per il tuo lavoro e per questo album in particolare. Grazie del tuo contributo”

“Grazie mille a te Gianni. Crepi il lupo”.

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