Recensione de “Il Gruppo”, splendido romanzo musicale di Joseph O’Connor

Sono un grande appassionato di libri musicali, di saggi, di biografie, anche se – come già scritto in altre occasioni – ormai le so riconoscere, avendone appunto divorate tante, e quasi mai incorro in errori di valutazione quando mi appresto a un acquisto. Una biografia di un artista,  personaggio o di un gruppo, deve saper emozionarmi, coinvolgermi, deve lasciarmi qualcosa e in un certo senso anche sognare, non dev’essere la classica trafila di info, concerti, dichiarazioni ai più note: deve possedere qualcosa in più, insomma, qualche aneddoto curioso, qualche dettaglio, e solitamente per questo sono da me preferibili le autobiografie dirette, schiette, senza particolari tabù, tipi di operazioni che riescono meglio all’estero, mi duole ammetterlo (penso al libro di Keith Richards, assai paradigmatico in tal senso, forse sin troppo viscerale, o quello comunque stuzzicante della groupie per eccellenza, Pamela De Barres, o a quella di Johnny Rotten), laddove spesso invece i libri di artisti italiani sono come dire “edulcorati”.

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Ecco, un libro della prima specie che mi ha davvero colpito sin dalle prime battute, per poi raggiungere picchi di intensità e di “vita” notevole, è quello scritto dall’irlandese Joseph O’Connor: “Il Gruppo”, edito da Guanda, stessa casa editrice che in Italia pubblica i libri del mio mito Nick Hornby.

Dicevo, “Il Gruppo” è il libro perfetto, una biografia ricca, appassionata, viscerale e che dà spazio e voce a tutti i protagonisti della vicenda, tenendo sempre alta la tensione emotiva. Unica nota… il gruppo del libro è… immaginario, frutto della fantasia dello scrittore, ma è talmente intessuto dell’atmosfera mitica, oscura ed entusiasmante degli anni ’80 irlandesi, inglesi, americani. Una bella fetta di storia della musica recente scandagliata con una grande passione e assoluta competenza dall’autore, in grado di catapultarci tra palchi, realtà, tour grandiosi o sordidi locali, buchi di appartamenti o suite imperiali. Insomma, ascesa, piena affermazione e caduta di stelle fittizie ma del tutto credibili agli occhi dei lettori come l’ambiguo e talentuoso Fran Mulvey, il dolce e tormentato Robbie Goulding (la principale voce narrante dell’opera) e i gemelli Trez e Sean Marshall, la prima splendida oggetto del desiderio del protagonista. Assistiamo quindi in ordine rigorosamente cronologico a tanti eventi che riguardano questo gruppo di amici con la passione per la musica, dai primi rustici tentativi alla formazione degli Ships in the Night, sigla sociale con cui arriveranno in cima alle classifiche di mezzo mondo. Per chi segue la musica con trasposto e quasi devozione, questa diventa una lettura d’obbligo, essendo la storia il prototipo di tante carriere e vite di gruppi che si sfaldano sul più bello per motivi alle volte tra i più beceri e meno umani. Ma in fondo cosa c’è di più umano e vissuto del male che ci può causare l’egoismo altrui? Eppure il romanzo non perde mai di vista, grazie a una narrazione fluida e coerente, il suo tono, decisamente venato di humour inglese, anche quando vengono messe in scena alcune miserie. Un grande libro, ben strutturato, con finestre a fungere da interviste d’archivio, interventi dei componenti a ricordare da diversi punti di vista la stessa situazione, in un puzzle accattivante e decisamente ben riuscito.

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