I Placebo presto in concerto all’Arena di Verona

Condivido anche qui il mio articolo sui Placebo uscito per il sito musicale “Troublezine”

http://www.troublezine.it/columns/20074/ventanni-di-placebo-attendendo-verona

Il concerto dei Placebo che si terrà all’Arena di Verona il 20 maggio, mi dà modo di andare a riannodare certi nodi della memoria legati alla passione giovanile per questo gruppo di difficile collocazione geografica, viste le origini multietniche dei vari componenti. Basti citare il caso del leader riconosciuto Brian Molko, nato in Belgio da padre americano di origine francese e italiana e da madre di origine scozzese e che, per seguire il lavoro del padre, ha vissuto soprattutto in Libano e in Lussemburgo, prima di gettare stabilmente la base in Inghilterra, da dove è partita l’avventura musicale con i suoi sodali, anch’essi non britannici doc.

Roba da far venire il mal di testa, un po’ come la scintillante, coinvolgente e affascinante musica che il trio ha proposto a inizio carriera, quando esordì in piena epoca britpop, nel cui calderone piuttosto forzatamente all’epoca furono inseriti da più un addetto ai lavori.
Questo perché le canzoni dell’esordio omonimo, datato 1996, in effetti sono piuttosto incatalogabili, muovendosi sull’ampio campo del pop rock inglese. Alternativi lo erano di sicuro a molte band certamente più classiche nella proposta (penso a gente come Oasis, Pulp, Supergrass, Cast, Shed Seven, Gene… che pur partendo da coordinate diverse erano di certo più assimilabili a band storiche facilmente riconoscibili), sapendo miscelare con estrema efficacia tante atmosfere insieme.
Chiaro, col senno di poi, è possibile ricondurre la loro primigenia esperienza all’esempio eclatante di mostri sacri come David Bowie o i Cure, ma vent’anni fa si sentiva il bisogno di gruppi che dessero nuovamente un’immagine di forte impatto, che non lasciasse indifferente, capaci volutamente di provocare, senza scadere negli estremismi di un Marylin Manson, per carità.
Almeno così li vedevo io, all’epoca studente universitario non ancora ventenne e preso follemente da tutto ciò che fuoriusciva dal panorama musicale inglese, dopo la sbornia precedente dei gruppi grunge.

Non sono mai con esattezza riuscito a inquadrarli, visto i loro rimandi a certo dark, gothic, glam ma anche le varie spruzzate elettoniche e new wave che gettavano nei loro pezzi, per non parlare di quelle schitarrate di stampo quasi punk che facevano capolino nei brani dei primi 3 dischi soprattutto.
E’ indubbio che a non lasciarmi indifferente, a rendere uniche e inconfondibili quelle prime composizioni dei Placebo (cito per semplificare i singoli Nancy Boy, Bruise Pristine e soprattutto Teenage Angst, a tutt’oggi la mia canzone preferita del gruppo) fosse la particolare voce di Brian Molko, così pulita, chiara, limpida, quasi…femminile, tanto da farmi incappare in un clamoroso errore di valutazione, passato alla storia per alcuni miei amici musicofili stretti.

Un giorno me ne stavo seduto tranquillo a ripassare gli appunti di psicologia, quando il solito Riccardo, dispensatore più di buona musica che non di dritte scolastiche, mi mise delle cuffie alle orecchie da dove partirono le prime note di un  brano dei Placebo. Si era a novembre 1996 e da noi in Italia erano pressochè sconosciuti, anche se ovviamente le riviste musicali specializzate (che noi della compagnia consumavamo avidamente) ne parlavano già da un po’ in termini molto positivi. Appena partì la voce di Molko mi venne istintivo esclamare: “Ma chi è? Alanis Morissette?!?”. Ovviamente avendo le cuffie in testa non è che dissi il mio intervento a bassa voce, il tutto in aula universitaria. Situazione comica a parte, quello fu il mio primo approccio ai Placebo, grazie a una futura hit inserita in una delle mitiche cassettine che il buon Ricky era solito preparare per stuzzicare le curiosità musicali altrui, spesso e volentieri riuscendoci. Fu il caso dei Placebo e del loro disco che letteralmente consumai di ascolti. Giustamente, smarcandosi dal britpop, movimento che proprio non li rappresentava, esplosero di lì a poco anche nel resto d’Europa, facendo grossi proseliti pure in Italia, dove guadagnarono fama e successo, tanto da venire ospitati in una celebre edizione del conservatore Festival di Sanremo, dove l’istrionico Molko dette “spettacolo”, provocando il pubblico con un’esibizione sopra le righe, con tanto di chitarra sfasciata contro le casse al termine del loro pezzo interpretato in rigoglioso playback. Ma a conti fatti, con il senno di poi, ci stà pure quello nella loro parabola mediatica e d’immagine: provocare fa bene e chi lo sa fare a dovere lascerà comunque il segno.

L’attesa spasmodica per il secondo disco, giunto a due anni dal boom di “Placebo” fu ben compensata dallo splendore di “Whitout you I’mNothing” che, uscito nel 1998, rimarrà a detta di chi scrive il loro vertice creativo in assoluto, dove alle felici istanze del debutto si sommarono gemme intrise di inedita malinconia e mestizia, confinanti con brani più smaccatamente pop o di stampo melodico. Il video di Pure Morning poi è impresso a fuoco nella mia mente. A non cambiare fu l’attitudine del trio, che sin da questo album cambiò invece il primo di una serie di batteristi, per quanto Steve Hewitt fosse già subentrato in pratica appena dopo la pubblicazione del primo lavoro. Proprio a inizio 2015 è subentrato dietro ai tamburi a Steve Forrest (presente negli ultimi due dischi) il nuovo Matthew Lunn, a completare l’organico che vede invece da sempre presente al basso l’altissimo (scusate il becero gioco di parole!) Stefan Olsdal, che conosce Molko sin dai tempi del college.

Un atteggiamento forte quello del trio, che sà ancora essere oltraggioso, sfacciato, specie dal vivo e nelle apparizioni su giornali e video, con un Brian Molko divenuto quasi in presa diretta un’icona del suo tempo, soprattutto per il suo look androgino e per i suoi modi ambigui, usati e calibrati anche ad arte.

La carriera del gruppo si è poi dipanata in lavori comunque dignitosi e ben prodotti, dove forse sono andate spegnendosi quella freschezza e quelle genuine intuizioni che ne avevano decretato il precoce e meritato successo, ma dove sono sempre riusciti a sfornare dei singoli da heavy rotation. E’ subentrata un po’ di maniera a sopperire probabilmente un fisiologico, anche se non drastico, calo di ispirazione ma non si può certo imputare alla band di aver mai pubblicato dischi non all’altezza in un panorama attuale molto diverso (e mi permetto di dire, meno qualitativo) rispetto ai loro primi fortunati vagiti nel mondo musicale. Sta di fatto che con il 2016 si toccheranno i 20 anni di carriera, traguardo invidiabile, e chissà che con questa meta in vista non inseriscano in scaletta qualche brano in più dal loro esordio, ammetto che mi farebbe non poco piacere!

(il celebre video di “Pure Morning”, una delle loro hit più celebri)

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