Eroi musicali anni ’90: Nick Mc Cabe (The Verve)

Per la mia rubrica “90’s memories” su Troublezine, eccovi l’articolo dedicato a un altro dei miei personali eroi degli anni ’90: il geniale, oscuro, introverso chitarrista dei Verve Nick Mc Cabe

http://www.troublezine.it/columns/20069/90s-memories-nick-mccabe

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Ho sempre considerato Nick McCabe, noto principalmente per essere stato chitarrista e artefice dei primi successi dei Verve, uno dei talenti più cristallini della musica inglese degli ultimi 25 anni.
Un temperamento forse troppo particolare, un carattere magari fragile e poco incline a certi compromessi e la sua indole introversa hanno finito per minare il consolidamento della sua carriera, proprio quando il suo primigenio gruppo stava raccogliendo i meritati frutti di un lungo lavoro e di tanti sacrifici.
Già, ma nel ’97, quando uscì l’epocale “Urban Hymns”, delle composizioni del valente chitarrista nativo di St.Helens, vicino Wigan, non vi era quasi più traccia, visto che la piena leadership della band era ormai saldamente nelle mani dell’amico/rivale Richard Ashcroft, ormai pronto a contendersi lo scettro di uomo simbolo del britpop.
I Verve degli esordi però, quelli dove il tocco di Nick è evidente, erano quanto di più lontano da certe atmosfere care ad esempio ai Blur, ai Pulp o agli Oasis, visto che si muovevano in territori molto vicini allapsichedelia anni ’60, allo space rock, grande passione del Nostro.

In particolare nell’album d’esordio dei Verve, l’allucinato, ipnotico e ondivago “A storm in Heaven” erano molte le canzoni in cui era massiccio l’utilizzo di reverberi, di fischi, di suoni oltremodo dilatati, e anche il cantato di Richard andava all’unisono in questa direzione.
Brani come Beautiful minds o i singoli Blue e Slide away sono chiare testimonianze dell’attitudine “barrettiana” dei Verve e di McCabe in particolare, visto che tutte le musiche portano la sua firma.
Siamo nel 1993, e i quattro componenti, che si erano conosciuti al college, sono ancora giovanissimi, appena 22enni ma a quanto pare non molto facili, anzi “ribelli” per natura, visto che non intendono piegarsi alle mode imperanti del periodo, prima ancora che deflagrasse il britpop, sancendo la rinascita del pop inglese. Sì, qualche richiamo ai gruppi coevi shoegazer si può sentire ma in fondo il contesto sonoro in cui si muove il gruppo veleggia su altre coordinate stilistiche.
E all’attitudine musicale, parente stretta di certa psichedelia, andavano di pari passo anche certe “abitudini” associate ad essa, come il grande abuso di sostanze, per lo più acide, chimiche. In particolare sarà il cantante a subire le più gravi conseguenze di questo atteggiamento, finendo per essere ricoverato in seguito aun’ overdose di ecstasy, all’indomani di un’importante partecipazione al Festival itinerante americano “Lollapalooza”.
Sarebbe stata un’occasione di riscatto per i quattro, visto che in patria il loro album era stato accolto molto tiepidamente, nonostante il secondo singolo “Slide away” fosse stato capace di issarsi in cima alle charts indie.

Due anni dopo, in un clima molto teso per i problemi di droga e lo scarso successo sinora ottenuto, i Verve replicarono con “A Northern soul”, che già nel titolo richiama atmosfere in teoria più rilassate. La conferma avverrà con le prime derive pop della loro proposta musicale, come si evince da due singoli (History e On your own) molto lenti, quasi acustici, ballate come mai prima ne avevano prodotte.
Nonostante proprio il chitarrista Nick McCabe si fosse dichiarato entusiasta delle prime sedute di registrazione, i mesi che portarono alla pubblicazione del disco furono molto pesanti, con voci sempre più insistenti di scioglimento. Noel Gallagher, leader degli Oasis con i quali era giunto al successo di massa sin dal disco d’esordio della sua band, pensò bene di dedicare un pezzo struggente all’amico Richard Ashcroft (la bellissima Cast no shadow, presente nel secondo epocale album degli Oasis, uscito poco dopo la pubblicazione di “A northern soul”).
I rapporti tra i due leader riconosciuti dei Verve sono sempre più tesi, e a farne le spese è proprio Nick, nel pieno di una crisi personale. Non va più d’accordo con gli altri, non si sente valorizzato e, cosa non da poco, non si ritrova più nella musica che fa, specie alla luce della nuova direzione che vuole imporre l’altro, orientato maggiormente su un pop rock molto classico e in un certo senso “misurato”, tranquillo.

Alla fine, nel ’96 Nick rompe gli indugi, mollando il gruppo, ma così facendo romperà soprattutto i già fragili equilibri interni dei Verve, che difatti quasi simultaneamente alla sua irrevocabile decisione si scioglieranno. Si cercherà dapprima di sostituirlo con un nome eccellente, quel Bernard Butler, da poco fuoriuscito in maniera non meno burrascosa dai Suede (vedi puntata precedente) ma la cosa durerà lo spazio di due giorni. Fu così assoldato Simon Tong e sarà con lui che i Verve si metteranno al lavoro sulle nuove canzoni, tutte ispirate a una nuova condizione fisica e spirituale di Richard Ashcroft, sempre più deciso a chiudere con il passato fatto di eccessi e con la musica sperimentale, e intento ad approdare come detto in un solco musicale più placido, indolore.
Il tempo è sempre utile a ricomporre anche quelle che possono sembrare ferite insanabili e così, nel ’97, nel bel mezzo delle session che porteranno a “Urban Hymns” Nick McCabe si riavvicinerà ai compagni, sino a riprendere il suo posto di chitarrista, affiancando però Tong, abile anche alle tastiere.
Il contributo artistico di Nick però, in quello che a tutti gli effetti risulterà essere il capolavoro del gruppo, è davvero misero, visto che in pratica già tutto era stato deciso (oltre che suonato).

Echi della sua chitarra si avvertono ancora, specie in The Rolling People e Catching the Butterfly, le più psichedeliche della fortunata raccolta, entrambe firmate dal quintetto insieme, mentre la sola Neon Wilderness porta il suo nome, ma sa molto di incompiuta e letteralmente scompare, perdendo consistenza davanti alla grandezza e alla profondità dei brani scritti da Ashcroft, specie i singoloni The drugs don’t work (molto autobiografica), Sonnet e Lucky Man. Ma quasi la totalità dei brani è interamente del cantante, compreso il testo del classico Bitter sweet symphony per il quale però dovette per forza citare le due menti dei Rolling Stones, visto che tutta la canzone faceva perno su accordi palesemente già sentiti.

In questa situazione di estraneità di McCabe fu quasi scontato arrivare a una seconda rottura, che stavolta però sapeva tanto di resa definitiva, mentre l’album si apprestava velocemente a diventare un best seller a livello internazionale, raggiungendo il primo posto delle charts praticamente in tutta Europa, facendo diventare i Verve delle autentiche star anche in Italia.
Poco male si disse all’epoca, visto che già l’ultimo album sembrava appunto un’emanazione solista del sempre più accentratore Richard Ashcroft, già prontissimo a lanciarsi verso una carriera da cantautore.
Due destini che sembravano davvero opposti, due percorsi ormai segnati, con Nick finito presto nell’anonimato, e l’altro pronto a contendere a Gallagher, Damon Albarn o Jarvis Cocker lo scettro di re del pop inglese.

Le cose non andranno proprio così e se per un periodo Ashcroft riuscì a mantenere le promesse  – senza però nemmeno sfiorare l’ispirazione che lo aveva guidato per comporre i brani di “Urban Hymns” – nelle retrovie in realtà tornò a muoversi anche l’introverso chitarrista, che riuscì a riallacciare i rapporti con gli altri membri dei Verve.
La riappacificazione e una ritrovata serenità coinvolgeranno anche il cantante e faranno da preludio alla registrazione di nuovi brani, che poi confluiranno nell’attesissimo “Forth”, uscito nel 2008, a ben 11 anni quindi da “Urban Hymns”.
E’ un disco dove si possono scorgere evidenti i richiami ai primi album, quelli più segnati dalla chitarra di Nick, che difatti anche a posteriori si dichiarerà sempre molto orgoglioso di questi pezzi dal sapore psichedelico (basti ascoltare la suite Noise Epic che ricorda addirittura le atmosfere di Gravity Grave, una delle migliori composizioni partorite dal chitarrista)
L’album entrerà direttamente al primo posto in Inghilterra e otterrà un successo un po’ ovunque in Europa, grazie anche a riuscitissime date. I rapporti sembravano veramente buoni, complice anche l’acquisita maturità del quartetto originario (in questa reunion infatti non era presente Simon Tong, impegnato nel supergruppo di Damon Albarn “The Good, the Bad& the Queen”) e in particolare il singolo Love is noise farà bella mostra di sè nelle charts internazionali.
Tuttavia, nonostante la nuova affermazione,il gruppo si sciolse nuovamente, complice impegni contrattuali di Ashcroft che andarono a impattare con quelli della band, costretta a fermarsi nel bel mezzo di un fortunato tour.

Nick non è più rimasto con le mani in mano, coinvolgendo da subito i suoi colleghi e amici Simon Jones e Pete Salisbury (la storica sezione ritmica dei Verve) nel suo nuovo progetto, i Black Ships. Salisbury mollò subito il colpo ma gli altri due cominciarono a comporre a buon ritmo, anche se furono costretti per motivi di copyright a cambiare sigla sociale in Black Submarine (un richiamo nemmeno troppo velato agli amati Beatles, da sempre fonte di ispirazione insieme ai Pink Floyd di Nick).
Nella prima emanazione di questa nuova band, a collaborare con McCabe c’era anche Davide Rossi, violinista e polistrumentista, tra i nostri esponenti musicali più apprezzati all’estero.
Anche queste nuove canzoni prodotte da Nick sono all’insegna di un sound talvolta sognante, talvolta spigoloso, ma sempre molto ricercato e lontano da logiche commerciali o da classifica, secondo l’inclinazione che da sempre lo caratterizza.

In molte occasioni tramite la sua pagina facebook Nick ha dichiarato di aver provato più volte a ricontattare Richard per poter iniziare nuovamente a scrivere o produrre qualcosa insieme, segno di un immutato rispetto, ma soprattutto di una sincera stima e amicizia che si è instaurata tra i due nel corso di tante esperienze belle e brutte condivise in questi anni. Sinora i suoi sono stati tentativi andati a vuoti ma tutto lascia presagire che in realtà molto probabilmente torneremo ancora a parlare di loro, soprattutto delle loro canzoni, con o senza Verve.

 

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2 risposte a “Eroi musicali anni ’90: Nick Mc Cabe (The Verve)

  1. ciao gianni,
    aspetto la tua recensione del grande Jeff Buckley, sublime autore dei mitici 90, prematuramente scomparso il 29 maggio 1997. Contemporaneo ed estemporaneo al contempo per le doti di composizione e interpretazione musicali.
    Lo sto riscoprendo in questi giorni e non riesco a staccarmici di dosso…
    Ciao Gianni ti spero bene.
    stefano

    • ciao amico! che piacere leggerti qui, dopo tanto tempo! Beh, ho parlato spesso del grande Jeff ma in effetti una vera recensione mi manca. Ho consumato di ascolti “Grace” ma anche l’album uscito postumo ha delle canzoni interessanti. Era un grandissimo! Una voce splendida, molto simile a quella del padre ma musicalmente mi piaceva ancora di più. Alle prossime

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