Eroi musicali anni ’90: Ed Kowalczyk (Live)

dal sito di Troublezine, sempre per la mia rubrica “90’s Memories”, condivido con voi il mio articolo su un grande frontman, Ed Kowalczyk dei Live.

http://www.troublezine.it/columns/20068/90s-memories-ed-kowalczyk

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Il nome di Ed Kowalczyk potrebbe dire ben poco all’appassionato “medio” di certo rock internazionale, eppure c’è stato un tempo non molto lontano che questo cantante, dalla voce particolarmente graffiante e potente, con i suoi Live (nome invero non molto originale!) dominava letteralmente le classifiche di Billboard, riuscendo a vendere svariati milioni di copie nel mondo del loro più fortunato disco “Throwing Copper”, uscito nel 1994.
Già, erano tempi in cui il rock americano stava vivendo un vero e proprio rinascimento, dopo l’esplosione del movimento grunge, capace di issare in cima al mondo gruppi poi divenuti immortali come Nirvana in primis ma anche Pearl Jam, Soundgarden, Alice in Chains, Stone Temple Pilots, solo per citare i più noti.
Questo filone, manifesto di un genere in fondo ibrido ma forse meno rivoluzionario nei suoni di come al tempo ci fu presentato (probabilmente perché si avevano nelle orecchie ancora i suoni plastificati degli anni ’80), ha fatto da traino per la nascita e la crescita di moltissime altre band che col grunge c’entravano davvero poco.
Eppure è indubbio come gli sperimentali Everlast, la Dave Matthews Band, i rabbiosi Rage Against the Machine (tra i primi a fondere suoni duri e chitarristici con istanze e urgenza comunicativa tipica dell’hip hop, dando il via al Nu-Metal) o i più derivativi Bush abbiano beneficiato tantissimo dei rimandi dei ragazzi di Seattle.
Edulcorando il tutto, sia nel look che nella proposta musicale, seppero imporsi a livelli impensabili anche gruppi tutto sommato “innocui” da un punto di vista puramente musicale, penso agli Hootie and the Blowfish, il cui loro disco “Cracked rear view” fu in assoluto il più venduto del 1995 in tutti gli Stati Uniti, ai Counting Crows del carismatico leader Adam Duritz e appunto ai Live di Ed Kowalczyk.

Già autori di un brillante esordio, “Mental Jewelry”, nel 1991, contenente una futura hit del gruppo (The beauty of gray), colpirono l’immaginario di molti per i testi molto spirituali del leader, nato in Pennsylvania ma di chiare origine polacche e per le melodie incalzanti.
Era soprattutto però la carica interpretativa del cantante a colpire, la sua voce capace di arrivare dritta al cuore degli spettatori.
Qualcosa sin dal primo disco si mosse nell’immaginario del pubblico americano ma nel 1991 appunto si era davvero in piena fioritura di molti gruppi grunge, e con loro stavano deflagrando nel mondo i fantastici R.E.M. con il loro epocale “Out of Time”, trainata dalla hit divenuto uno standard del rock, Losing my Religion, oltre a gruppi più “tosti” come Metallica, Red Hot Chili Peppers e soprattutto Guns’ n’ Roses.
Fu con il seguito “Throwing Copper” che anche i Live seppero tagliarsi una fetta importantissima di mercato nel contesto della musica mainstream americana, con un disco senza punti deboli.

Le fortunate intuizioni dell’esordio culminarono in canzoni ad immediata presa melodica, perfette, magnificamente suonate e prodotte in maniera cristallina, come ci fosse l’intento velato di ammorbidire il rock, renderlo più potabile anche all’ascoltatore da radio fm.
Così apparivano a un primo ascolto le canzoni di quel disco, certamente intrise ancora di spessore e di una profondità testuale notevole (basti ascoltare Lightning Crashes, quella che maggiormente colpì il pubblico americano, riuscendo ad arrampicarsi fino alla prima posizione della classifica dei singoli, per poi rimanervi per ben dieci settimane consecutive) ma allo stesso tempo più semplici e meno pretenziose.
Soprattutto fu importante, quasi decisivo per la loro affermazione su vasta scala la loro partecipazione a un programma molto rilevante all’epoca: “Mtv Unplugged”.
Fu in quell’occasione, ormai più di 20 anni fa, che ebbi per la prima volta modo di sentirli e di vederli, dopo che il loro nome aveva già fatto capolino nelle charts, destando la mia curiosità. Non esisteva Internet e le poche tv musicali erano orientate su altro, così quella partecipazione fu seguita da me con particolare interesse.
Mi innamorai all’istante di quelle canzoni, della ultra melodica Selling the drama, canzone capace di valere un’intera carriera (se l’avesse cantata Michael Stipe a quest’ora sarebbe nella top 5 della storia dei R.E.M), della diretta I Alone. Ma non lasciavano indifferenti a primo ascolto nemmenola già citata Lightning Crashes, commovente ballata dedicata a una ragazza scomparsa troppo presto, mentre brani come All over You o Shit Towne erano in odor quasi di punk.
Mi sembrava di vedermi materializzato davanti il giusto mix tra Nirvana e R.E.M. (con Stipe come modello ispiratore evidente), e poco mi importava che questo nascondesse di fatto una scarsa originalità da parte del gruppo, che infatti – spentosi l’eco dell’album, capace comunque di produrre milioni di copie, solo 8 negli USA – non fu più in grado di mantenere certi standard.

Uno stato di grazia che fu espresso solo in parte nel successivo, attesissimo “Secret Samadhi”, che già a un primo ascolto mi parve più “pomposo”, eccessivamente carico, sostanzialmente sin troppo cupo, tetro, con la positività del messaggio andato perduto nel malessere interiore di Kowalczyk, il quale accentuò ulteriormente il suo lirismo, riversandolo nei pezzi che però persero inevitabilmente in freschezza e accessibilità.
Non basta avere una voce fuori dagli schemi a garantire il successo e la longevità artistica e a mio avviso i Live semplicemente non furono più in grado di trovare il giusto, perfetto equilibrio, tra un’anima tormentata e uno spirito più genuinamente pop, ingredienti che miscelati in maniera vincente, andarono a confezionare il boom di “Throwing Copper”. Mancando questa alchimia tra le parti, le canzoni furono penalizzate, risultando pesanti, blande, in definitiva avevano perso la loro espressione, la loro forza, quella che magistralmente Ed era sempre riuscito a trasmettere.

Sulla scia del precedente album, comunque “Secret Samadhi”, riuscì a mettere in fila un buon numero di copie vendute (soprattutto in Europa, visto che in USA le vendite si dimezzarono, nonostante un esordio al primo posto della classifica di Billboard) ma la magia del sound era ormai perduta, e poco valse la valida produzione di JayHealy.
La band così tornò nei propri binari, pubblicando altri album, lontani sempre più dal clamore e dal riscontro generale del pubblico, fino a gravi beghe relazionali tra i componenti e lo stesso leader, che sancirono la dipartita di quest’ultimo, in un flusso incontrollato di polemiche e strascichi per l’utilizzo della sigla sociale.
La scamparono i musicisti Chad Taylor (chitarra), Chad Gracey (batteria) e Patrick Dahleimer (basso), anch’essi membri fondatori del gruppo, che proseguirono l’attività con il nuovo cantante Chris Shinn ma è innegabile che il nome Live fosse indissolubilmente collegato a Edward Kowalczyk, in grado di catalizzare da solo l’attenzione di tutti e di rappresentarne quasi essenzialmente le fortunate gesta.

Ed in veste di cantautore si renderà in seguito protagonista di progetti solisti “minori”, nei quali è però facilmente riconducibile il suo passato migliore. Ora appare riappacificato, forse più a suo agio in una dimensione più “casalinga”, lontano dai riflettori, sebbene i suoi live – scusate il gioco di parole! – siano in realtà affollatissimi e le sue tourneè vadano ancora con successo a toccare più parti del mondo, visto che accanto a momenti suoi è chiaro che la gente si aspetti da lui di sentirsi cantare i successi della vecchia band. E proprio nel 2014, in occasione del ventennale del loro disco più fortunato, Kowalczyk ha praticamente riproposto invariata tutta la scaletta dell’epocale “Throwing Copper”, tra il tripudio degli spettatori, facendo svariati sold-out, dall’Australia al Giappone, dall’Olanda alla Germania.

Saranno stati anche ripetitivi, per alcuni detrattori dei meri cloni, ma io da poco più di adolescente qual’ ero, fui letteralmente travolto a livello emotivo da quelle canzoni e per me i Live restano tra le meteore più fulgide degli anni ’90!

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