Eroi musicali anni ’90: Bernard Butler (Suede)

dal sito di Troublezine, con cui collaboro da un po’ di mesi, condivido anche qui la mia rubrica su alcuni miei personali eroi musicali degli anni ’90. In questa occasione ho scritto del grandissimo Bernard Butler, ex chitarrista e fondatore dei Suede. http://www.troublezine.it/columns/20063/90s-memories-bernard-butler

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Già quando questa rubrica era ancora in fase embrionale, frutto di una riflessione, divenuta poi dal mio punto di vista, un’intuizione molto felice dell’amico Riccardo Cavrioli (alias il Ricky Brit-Pop che ben conoscete su questo sito) pensavo che sarebbe stato impossibile evitare di inserirvi il nome di Bernard Butler. Già, perché l’ormai 45 enne londinese, conosciuto soprattutto per il suo lavoro con i Suede negli anni ’90 e forse meno per il suo ruolo dietro le quinte (negli anni 2000) di album come quelli che portarono gloria ai Libertines di Pete Doherty e Carl Barat o il vendutissimo disco d’esordio di Duffy, è stato davvero un eroe comune per noi, mitizzato oltremodo da Ricky. D’altronde la band capitanata da Brett Anderson era entrata di diritto nei nostri cuori per non lasciarlo più, eccezion fatta per la triste parentesi legata all’ultimo album, preludio dello scioglimento. Solo che lì il talentuosissimo chitarrista e compositore principale della band, coautore di tutti i brani dei primi due immortali dischi (quello omonimo del 1993 e il successivo “Dog Man Star”, uscito l’anno seguente) ormai da un pezzo non c’era già più, sostituito tutto sommato degnamente da quello che all’inizio gli sembrava mero clone, cioè il giovanissimo Richard Oakes. Quest’ultimo fu bravo, occorre ammetterlo, a raccoglierne l’eredità, cambiando le coordinate musicali e a quel punto dando nuove prospettive alla band, come testimonia in maniera convincente il suo battesimo di fuoco, quel “Coming Up”che rilanciò i Suede, per molti smarriti dopo la perdita di Bernard Butler. Capelli a parte, infatti, quelli sì identici al predecessore e movenze generali, il sound del gruppo si era fatto più leggero, spensierato, pop, potremmo dire “frivolo”, specie al confronto con i pezzi di “Dog Man Star”, impregnati invero di profondità espressiva, mestizia, ma anche magniloquenza. I Suede, i veri Suede, non me ne voglia nessuno, per me sono quelli che nei brani vedono la firma di Anderson/Butler, fin dagli esordi all’inizio degli anni ’90, con brani così smaccatamente “smithsiani” (vedi Wonderful Sometimes) fino ai capolavori dei due dischi, passando per quella Stay Together uscita il 14 febbraio 1994 che diventa un vero inno poetico e musicale: San Valentino non sarà mai tale se non si ascolta quel brano in quella giornata! Il registro poetico di Anderson e il tono compositivo di Bernard si sposavano perfettamente e il risultato furono autentici gioielli che ancora adesso, a distanza di più di 20 anni, sono in grado di regalarmi fortissime sensazioni positive, di commuovermi, di scuotermi nei momenti di più alto lirismo o nelle sferragliate chitarristiche, di coinvolgermi anima e corpo in episodi di una carica emozionale indescrivibile. E la cosa puntualmente si ripete quando tra fan storici del gruppo ci si lascia andare ancora all’ascolto spassionato di brani come The Drowners, che segnò l’esordio ufficiale della band britannica, So Young, Animal Nitrate, Metal Mickey dall’epocale esordio, o We are the Pigs, The Wild Ones, The 2 of Us e soprattutto la splendida, immortale Still Life dal meno fortunato (come vendite) ma altrettanto clamoroso dal punto di vista della riuscita artistica “Dog Man Star”, dove i demoni di Brett stavano venendo alla luce e dove i sentori di una rottura che pareva definitiva fra le due menti creative della band sembrano ormai lampanti e prossimi a sancire la definitiva resa. I Suede erano diversi da tutti gli altri gruppi che stavano emergendo prepotentemente sin dai primi anni ’90, prima che poi il fenomeno del britpop deflagrasse oltre i confini dell’Inghilterra, grazie alla forza e alla statura di Oasis, Blur, Radiohead, Supergrass o Pulp. Lo erano non solo nel look dei componenti (oltre ai due leader, vi era una forte sezione ritmica composta dal bassista Matt Osman e dal batterista Simon Gilbert), vagamente androgino o comunque non così legato a marchi e connotazioni da “English Style”, ma soprattutto nell’attitudine e nella proposta musicale. Divennero presto antitetici non solo ai coevi epigoni statunitensi che all’epoca dominavano le scene mondiali con il loro “sporco” e rozzo grunge, ma anche alla maggior parte dei gruppi d’Albione in veloce ascesa (Stone Roses, Charlatans, Ride, Happy Mondays, Jesus& Mary Chain, My Bloody Valentine). Il rock proposto dalla band di Butler era invece piuttosto memore della lezione di mostri sacri della musica britannica come David Bowie, i Roxy Music, i T-Rex di Marc Bolan ma anche gli Smiths, tenendo conto dell’affinità artistica con il chitarrista della famosa band anni ’80, cosa che si può facilmente rilevare nel modo di suonare la chitarra che aveva il geniale Jonny Marr. Particolari erano anche gli arrangiamenti, scintillanti, brucianti e lascivi nell’esordio, ma anche ricchi di aperture di archi (sopratutto nel secondo lavoro), che se in alcuni casi potevano dare l’idea di pomposità e maestosità, appesantendo certi brani, che così perdevano in freschezza, dall’altro andavano certamente a valorizzare la profondità e l’epicità di alcune ballate. Il caso della già citata Still Life, a detta di chi scrive, la vetta creativa del gruppo, è emblematico in questo senso, con la pelle d’oca che si fa sentire e per la quale solo i duri di cuore non possono arrivare a commuoversi! Purtroppo come detto, qui si era già al capolinea dei rapporti burrascosi di Bernard col resto della band, e con Brett in particolare. Di fatto il secondo disco fu registrato anche con una certa fretta e promosso, almeno all’inizio, così così, visto il divorzio artistico consumatosi in tempo reale tra i due leader. Ma la verità è che non vi erano solo fantasmi per Brett, ma anche per Bernard Butler: problemi personali, perdite familiari, dipendenze. Un periodo nero culminato con una rottura che pareva devastante per tutti e che invece, a conti fatti, diventerà una vera rinascita per i protagonisti, ma lo diciamo con il senno di poi, ovviamente. Intanto, come si diceva, il tour di “Dog Man Star” fu salvato proprio perché fu assoldato in fretta e furia l’allora minorenne (!) Richard Oakes che fu a conti fatti una scelta azzeccata. Poi per il successivo album entrerà in organico anche il bel tenebroso Neil Codling alle tastiere a dare un’ulteriore rinfrescata d’immagine all’ensemble. Ma questa è un’altra storia: sempre gloriosa, come testimoniato dalla reunion avvenuta in tempi recentissimi, supportata peraltro da un discreto disco di inediti (cosa affatto scontata, viste le esperienze di altre band) e da una riuscitissima tournèè che ha toccato anche l’Italia (e noi c’eravamo, in ginocchio…letteralmente!) ma pur sempre una storia diversa, senza Bernard, colui che impresse il marchio a fuoco in alcuni tra i momenti più sinceri e ispirati della storia della musica inglese contemporanea. Butler comunque da subito (ri)imbracciò la chitarra, co-firmando un album pop-soul con il cantautore David McAlmont nel 1995 e poi dando alla luce un attesissimo album solista nel 1998, ovvero “People Move On” (replicando l’anno successivo con un disco meno convincente dell’esordio, “Friends and Lovers”). L’eco del suo genio si percepiva solo parzialmente in questi lavori. Yes, così ridondante di archi e di fulgida melodia, rimane l’esempio più lampante della collaborazione con McAlmont, mentre della sua carriera solista (album usciti entrambi per Creation, con Alan McGee che rilasciava dichiarazioni entusiastiche ma che forse non fu così contento delle vendite) rimangono in mente la sua voce flebile, alcuni singoli piuttosto azzeccati come Stay, Not Alone o You Must Go On e un gusto sicuramente classico nel sound, anche con evidenti richiami agli anni ’70. Il fatto che abbia poi ottenuto diverse soddisfazioni in veste di produttore, anche di interpreti smaccatamente commerciali, personaggi d’alta classifica così come di fenomeni effimeri lanciati talvolta dai talent, non mi scalfisce l’idea che avrebbe potuto fare di più. Ma qui siamo già negli anni 2000 (periodo in cui ci sarà spazio per un nuovo album con McAlmont e poi tanti progetti che lo vedranno coinvolto ad esempio con Ben Watt o il nuovo gruppo chiamato Trans…ci vorrà un capitolo due su Bernard, poco da fare!) e noi stiamo parlando di eroi anni ’90 e forse è meglio rimanere in questo decennio. Mi rimane il rammarico che con la sua maestria alla chitarra e col suo innegabile talento avrebbe davvero potuto segnare un’epoca, diventando per la sua generazione uno degli artisti più ricordati e soprattutto influenti. Di sicuro per molti amanti della musica pop rock inglese rimarrà comunque immortale anche “solo” (!!) per aver scritto due album magnifici. Giusto una parola sulla riappacificazione con Brett Anderson, sfociata nel tiepidissimo album omonimo dei Tears che, se da una parte a livello umano avrà ristabilito i rapporti fra i due amici/rivali (non al punto comunque da far ritornare Bernard nei Suede), dal punto di vista artistico ha avuto – ahimè – una scarsissima rilevanza.
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