Un convincente Vasco Brondi/Le Luci della Centrale Elettrica ha riscaldato la fredda notte di Verona, ieri nella tappa del tour di “Costellazioni”

Dopo essermi perso a malincuore il concerto dei Post- CSI (ormai sembra questa la sigla definitiva per gli ex componenti del mitico gruppo reggiano, tra l’altro suggerita amichevolmente proprio da quel Giovanni Lindo Ferretti che, unico, non ha voluto partecipare alla reunion), per motivi contingenti (influenza di un paio di musicisti e la neve che si era abbattuta copiosa da quelle parti una quindicina di giorni fa), finalmente ieri mi sono rivisto un bel concerto nella mia Verona.

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All’Emporio Malkovich, già sede della tappa veronese dei Marlene, ieri sono andate in scena Le Luci della Centrale Elettrica, alias Vasco Brondi. Era da qualche anno che non assistevo a un suo live e la curiosità era tanta, perchè lo seguo dai suoi inizi, e cominciai a sentirne parlare da prima che uscisse ufficialmente il suo album d’esordio, “Canzoni da spiaggia deturpata”, quasi istantaneamente emblema degli anni zero, prima delle copertine, e questo per merito del solito Ricky Cavrioli che mi fece una testa così all’epoca. Non a caso ieri è stato proprio l’attuale collaboratore di Rockerilla e Troublezine ad affiancarmi al concerto, perchè entrambi comunque siamo ancora sostenitori del talentuoso cantautore ferrarese, nonostante l’improvvisa ondata di popolarità seguita a quel primo disco, poi stemperata ma solo in parte da un secondo album privo a mio avviso di certe intuizioni, pur mantenendo inalterato lo spirito. Con questo ultimo, “Costellazioni”, però Vasco ha mostrato di essere tornato a livelli eccellenti di songwriting, laddove era facile un tempo, specie per me che anche geograficamente mi sento piuttosto affine a lui, essendo io della Bassa Veronese, immedesimarsi nelle sue storie, intrise delle gioie e dei dolori della provincia.

Quello che ho visto è stato un concerto efficace, molto ma molto chitarristico, con la presenza quasi preminente in questo senso di Federico Dragogna che ha vestito pezzi altrimenti per lo più acustici in furiose tirate punk, sullo stile sì di quei Ministri di cui fa parte, ma anche di certe cose dei mai dimenticati CCCP-Fedeli Alla Linea, idoli di Brondi, che ieri ha voluto esplicitamente omaggiarli in una fedele riproposizione della celebre “Curami”. Brondi mi è sempre piaciuto come grande comunicatore, armato solo di chitarra acustica, voce recitante grezza e asciutta, poco altro mi serviva perchè il suo messaggio mi arrivasse forte e chiaro. Ecco, forse le sferragliate chitarre di Dragogna hanno spersonalizzato le canzoni, facendole diventare qualcos’altro rispetto alle versioni da studio, ma poco conta se il risultato è stato uno show diretto, coinvolgente, privo di punti deboli (a parte non aver cantato la mia preferita del disco, cioè “I Sonic Youth”!).

Un Vasco diversissimo dagli esordi – e non potrebbe essere altrimenti, per fortuna nella vita ci si evolve, e la cosa vale anche per chi si presenta in modo originale e quasi rivoluzionario – quando stava quasi sempre seduto con la chitarra. Gli stessi testi, agli albori intrisi di stream of consciounsness, hanno una connotazione più definita, cosicchè le recenti composizioni siano vicine a una più classica forma canzone. Ora balla, si dimena per tutto lo spettacolo, ha una carica pazzesca, senza che quest’ aspetto vada a nuocere sull’interpretazione.

Sala affollata, ma non troppo, non era gremita come per il tour celebrativo dei 20 anni di “Catartica” dei Marlene Kuntz, ma il pubblico era eterogeneo e fedele, con una piccola frangia impegnata a cantare all’unisono quelle difficili composizioni. Interessante anche la scelta della seconda cover presentata, un ripescaggio di una canzone non famosissima degli Afterhours (“Le verità che ricordavo”, il pezzo più rock di un album quasi leggero come “Non è per sempre”), che però Brondi non è riuscito a rendere con la stessa intensità emotiva del padre putativo del brano Manuel Agnelli.

Alcuni diranno che in fondo non ha inventato niente, che prima di lui sono emersi il già citato Giovanni Lindo Ferretti, oppure stando più sul mainstream, Rino Gaetano, un outsider della sua epoca, ma Vasco, pur ispirandosi nell’attitudine a certi nomi, ha saputo creare un linguaggio davvero inedito, poi lui sì imitato spudoratamente da una nutrita schiera di sedicenti cantautori moderni. E pezzi come “Per combattere l’acne” o una “I destini generali”, ieri interpretata magistralmente, ormai sono entrati di diritto fra i classici del rock italiano e brillano di luce propria.

 

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