“Jimmy’s Hall – Una storia d’amore e di libertà”… sulla qualità garantisce Ken Loach

Ken Loach non mi delude proprio mai, e infatti non è successo neanche ieri sera in occasione del suo ultimo convincente film “Jimmy’s Hall – Una storia d’amore e di libertà”, proiettato al cinema Mignon di Cerea nell’ambito della rassegna del Cineforum 2015.

Meno dirompente a livello emotivo forse di film cult quali l’immortale “Terra e Libertà” e direi a gusto personale anche meno incisivo per tematiche rispetto a un trittico d’oro conseguito a inizio anni 2000 (“Paul, Mick e gli altri”, 2001, “Sweet sixteen”, 2002 e “Un bacio appassionato”, 2004), questo suo ultimo lavoro conferma però tutti i tratti salienti della sua ormai vastissima filmografia, mettendo in risalto ancora una volta quelle che sono le ingiustizie sociali.

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Stavolta si torna indietro nel tempo di 80 anni, poco dopo la guerra civile in Irlanda tra autonomisti e non, questi ultimi appoggiati dalla casa madre Inghilterra. Tratto da una piece teatrale di Donald ‘O Kelly, “Jimmy’s Hall” racconta la vera storia del comunista Jimmy Gralton che in epoca pre-guerra fu costretto a fuggire negli Stati Uniti per non farsi catturare, dopo che era divenuto un personaggio assai scomodo per la contea d’appartenenza. In realtà, lontano dall’essere un rivoluzionario in senso strettamente politico, egli aveva però contribuito a mettere soqquadro la pacifica, quasi sonnolenta sua cittadina natale Leitrim, allestendo in una casa-magazzino una “sala”, così semplicemente battezzata e conosciuta dalla gente del posto, dove poter insegnare alle nuove generazioni a “pensare”, a liberarsi da certi antichi retaggi, a modernizzarsi, senza però in teoria rinnegare o contrastare apertamente le proprie radici e la propria cultura. Di ritorno dagli Usa dieci anni dopo, riuscì una seconda volta a rimettere mano al salone, precedentemente fatto chiudere dopo la sua improvvisa partenza, ma l’evolversi degli eventi, il crescendo sempre più diffuso dell’entusiasmo della gente, specie i più giovani che finalmente potevano apprendere i balli (specie quelli “audaci” importati da Jimmy dall’America), la letteratura dei poeti, l’arte e di pari passo il malumore delle figure ecclesiastiche e della gente legata al fascismo, ha fatto precipitare inesorabilmente gli eventi. Dopo che la casa fu rasa al suolo, bruciata, Jimmy venne arrestato con l’accusa di essere un clandestino rifugiato, avendo egli conseguito il passaporto americano.

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Un escamotage debole ma sufficiente per farlo espellere, stavolta per sempre, visto che la storia ci dirà che fino alla sua morte, avvenuta precocemente nel 1945 di là dell’Oceano, egli non riuscì più a mettere piede nella sua amata Terra. Bellissima, molto emozionante l’ultima scena, quella del suo addio, scortato dai poliziotti, eppure inseguito da un nutrito gruppi di adolescenti che tenterà in tutti i modi di rallentarne questo doloroso viaggio senza ritorno, riconoscendogli a gran voce l’importanza cruciale avuta con i suoi insegnamenti e quelli della sua squadra di collaboratori – tra cui un amore più volte spezzato sul nascere con una delle insegnanti – per la loro crescita. Molto riuscite le interpretazioni del protagonista Barry Ward e della sua amata Oonagh, l’attrice Simone Kirby. Il film è stato accolto calorosamente all’ultima edizione del Festival di Cannes.

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