“Sils Maria”, un film sullo scorrere inesorabile del tempo e sulle fragilità che finisce per lasciarci in dote

Aveva ragione, come al solito, il bravissimo professore Paolo Fazion – che del cineforum è il presentatore e colui che in modo assai competente ti spinge a ulteriori riflessioni sulle pellicole viste la settimana precedente – nel preannunciarci che dopo la brillante commedia francese “Barbecue”, avremmo assistito a un altro film sullo scorrere inesorabile del tempo. Si è fermato lì, non volendo togliere attesa a “Sils Maria” ma è evidente come il registro poetico tra le due proposte in rassegna e il declinare di un argomento simile, eppure vastissimo, sia stato completamente differente.

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In questo caso, lo spessore era diverso, eravamo dalle vicinissime parti del “dramma esistenziale”. Ne è uscito un film nel film, dove realtà e finzione si sono spesso mischiate, visto che la protagonista, una convincente Juliette Binoche come non capitava da anni, interpretava a sua volta una famosa attrice alle prese con il remake di un suo vecchio lavoro di successo, una piece teatrale, in pratica l’opera a cui doveva non solo il suo ingresso nel dorato mondo delle star, ma anche quella per cui il pubblico maggiormente la conosceva e identificava, anche a distanza di 20 anni. La particolarità, e la condizione che in fondo metterà in crisi l’iniziativa, propostale da un regista in ascesa, è che ora avrebbe dovuto interpretare non la giovane protagonista, magari invecchiata come lei (come fosse un sequel) ma la sua antagonista. Un ruolo in effetti completamente diverso, che le avrebbe richiesto davvero di mettersi alla prova, con tutto il grosso carico di aspettative che questo comportava. Soprattutto a colpire l’immaginario del pubblico era anche a quel punto l’immaginario della nuova giovanissima protagonista, quasi agli antipodi della Binoche, così sfrontata e quasi insensibile apparentemente al delicato ruolo che avrebbe dovuto da lì a poco interpretare, specie se paragonato al livello di trasporto messo in campo dall’altra.

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Tutta questa serie di contraddizioni, oltre alla tragicità dei fatti narrati dalla piece, che fino a un certo punto potevano quasi indurre l’ignaro spettatore a credere che si stesse ricreando fedelmente una storia reale, vista la partecipazione “forzata” durante le prove dell’assistente della Binoche (un’altrettante convincente Kristen Stewart, che sembra aver smesso per sempre i panni dell’eroina di Twilight), rappresentano la forza del film, ma anche il suo limite. Forse sin troppo “psicologico”, lento nel seguire l’evolversi della protagonista, le sue ansie, le sue improvvise debolezze, finisce così per appesantire la visione stessa agli spettatori, in qualche modo rinvigoriti dall’entrata in scena, dalla freschezza del suo contraltare “giovane”, una promettente Chloe Grace Moretz, appena diciassettenne ma già dal curriculum ben nutrito e resa celebre soprattutto per il suo ruolo in Kick-Ass e Hugo Cabret. Un film certamente intrigante per il tema trattato, ricco di sfaccettature e ben interpretato ma che finisce per chiudersi in sè stesso, quasi senza uno sbocco esterno. Alla fine si è quasi unanimi nel comprendere la difficile scelta dell’assistente di Marie di mollare tutto e di tornare a “respirare” davvero aria nuova.

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