“Perez.”, noir all’italiana fatto di introspezione più che di azione

Ho atteso un po’, dico la verità, prima di accingermi a scrivere qualcosa di sensato riguardo il film che ho visto nella rassegna del Cineforum. “Perez.” dell’esordiente Edoardo De Angelis.

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Il motivo è presto detto e suona, mi rendo conto, alquanto banale: non lo reputavo un film adatto a questo tipo di proiezioni d’autore, nonostante sia stato presentato al Festival del Cinema di Venezia. Non perchè mancassero elementi di interesse e di qualità, e forse nemmeno gli interpreti (da un Marco d’Amore, già “a suo agio” nei panni di un camorrista nella fortunata serie “Gomorra” al popolarissimo Zingaretti, alias il Montalbano della fiction, vero traino per attirare una fetta di pubblico più generalista) ma perchè la vicenda mi è sembrata limitata. Forse non si è voluto calcare troppo la mano sull’azione – di qui le differenze sostanziali con certo cinema americano trattante lo stesso genere – fatto sta che un’idea anche buona si è quasi dissolta per lasciare spazio ai tormenti, le angosce, le paure e infine la risolutezza (a quel punto forse estremizzata e in fondo poco credibile) del protagonista, l’avvocato Edoardo Perez. Preso tra due fuochi, proteggere l’amata figlia e allo stesso tempo rappresentare un criminale (il convincente Massimiliano Gallo) che sta accusando un mafioso, il giovane fidanzato di sua figlia, finirà quasi per “perdere la testa”, o meglio il contatto con la realtà, tanto che allo spettatore viene il dubbio se le parole del suo assistito siano vere, effettive o se Perez in fondo le stia usando come pretesto per salvaguardare la figlia, unica cosa preziosa rimastagli. Sullo sfondo di una Napoli altrettanto irreale, o per lo meno lontanissima dall’iconografia cinematografica – si è scelto il Polo del Centro Direzionale di Napoli, in un ambiente urbanistico freddissimo, fitto di moderni e impersonali grattacieli – il protagonista con il suo animo flagellato fa da volano a ciò che lo circonda, non riuscendo, se non con un gesto estremo, a districarsi dal suo grigiore esistenziale, dal suo quotidiano insoddisfacente. L’unico personaggio che riesce a strappare qualche sorriso, forte della sua straripante spontaneità, è il collega di Perez, un altro che alla fin fine maschera un disagio simile a quello del protagonista, fino a un epilogo altrettanto drammatico. A mio avviso, con una sceneggiatura più incalzante e con atmosfere meno plumbee, il film avrebbe potuto differenziarsi nel contesto di ambientazioni noir così poco care al nostro cinema, dove da sempre prevalgono le commedie, esistenziali o più virate verso il comico vero e proprio o storie dai risvolti sociologici, impregnati di attualità. Il compito è riuscito a mio avviso solo a metà.

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