Il mio cineforum 2014 è iniziato in bellezza con “Jersey Boys”, nuovo film di Eastwood sulla storia di Frankie Valli e i Four Seasons.

Ieri sera, dopo una mia lunga assenza, sono finalmente tornato a frequentare la rassegna del Cineforum di Cerea. Garanzia di qualità, come dovrebbe essere consuetudine quando ci si dedica ai film d’autore, e l’inizio è stato all’insegna di una buona conferma. Avevo letto pareri anche discordanti sul nuovo film di Clint Eastwood, ma essendo io un sostenitore del regista dai tempi di “Bird”, ero molto speranzoso sugli esiti generali. Con l’adattamento cinematografico del musical “Jersey Boys”, grande successo portato a Broadway in questi anni, Eastwood è tornato al suo vecchio amore, quello per la musica. Di fatto ha sempre curato egregiamente la colonna sonora dei suoi film, talvolta occupandosene pure in prima persona, ma in questo caso ha voluto rendere omaggio a una granda saga musicale, quella dei Four Season e in particolare del loro leader Frankie Valli, strepitoso vocalist del quartetto italo-americano. Già, la storicizzazione e la contestualizzazione è fondamentale nell’approcciarsi al film. Periferia dell’impero, New Jersey, e in pieno boom economico, si passa con la lente d’ingrandimento a scandagliare la quotidianità di un gruppo di giovani già inseriti nel tessuto americano ma con evidenti influenze autoctone, vedi i rapporti stretti dell’ “impresario” sui generis e futuro  chitarrista della band, Tommy DeVito, con la mafia locale, impersonificata dal potente (ma tutto sommato “mansueto”, nulla a che vedere con i prototipi de “Il Padrino”) Angelo De Carlo.

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E’ evidente, trattandosi di un film biografico e strettamente musicale, come sia difficile accostare, nel fare un’analisi generale, questo prodotto ad altri, anche recenti, dell’ex idolo del western. Manca il lirismo di “Bird”, la tragicità di “Million Dollar Baby”, la drammaticità di “Changeling”, l’angoscia misteriosa di “Mystic River”, la profondità di “Hereafter”, l’intensità di “Gran Torino” e l’epicità di “Invictus”, eppure anche stavolta è stato in grado di lasciarmi un segno profondo. Sarà che, dovessi chiudere gli occhi e volendomi proiettare in una qualsiasi epoca, mi vedrei proprio in quel contesto socio-culturale, sarà che, da ascoltatore, sono un grande appassionato della musica r’n’b, soul, doo-wop, sarà che Four Tops, Temptations, Platters e molti altri artisti di quella levatura sono tra i miei favoriti di sempre… insomma, per tutta una serie di motivi il film mi ha conquistato, coinvolto, a tratti quasi commosso (nonostante volutamente in fase di scrittura si sia privilegiato manetenere un tono equilibrato, senza cadere nel dramma autentico, nemmeno a fronte di un paio di scene certamente toccanti). E poi, la storia dei Four Seasons e del loro splendido leader, lasciatemelo dire, parla da sola! Canzoni passate alla storia, divenute in alcuni casi degli evergreen della musica pop tout court. Ed è una storia fatta di persone, di amicizia, di sogni, di tradimenti, di cadute e rinscite. Azzeccato il cast, in gran parte proveniente dallo spettacolo teatrale da cui è stato tratto. Menzione doverosa almeno per il protagonista, John Lloyd Young, per un convincente Vincent Piazza (già apprezzatissimo ne “I Soprano” e per il riuscito ruolo di Lucky Luciano nella serie “Boardwalk Empire”) nei panni della “simpatica canaglia” DeVito e per l’ormai attempato ma sempre formidabile Christopher Walken nei panni del boss De Carlo. Ottime pure le caratterizzazioni delle illuminate menti  Bob Gaudio e Bob Crewe. Sicuramente il musical sarà stato più coinvolgente, com’è in fondo nella sua natura, ma pure l’adattamento cinematografico, che si è avvalso di una fotografia eccelsa, vale eccome il prezzo del biglietto. E il fatto che sia stato scritto da due dei protagonisti in persona di quella scintillante epopea musicale, vale a dire Frankie Valli e Bob Gaudio, ha conferito al tutto autenticità e veridicità.

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