Recensione di “Mo’ Mo'”, bellissimo disco dei Gasparazzo, in cui si ritrovano ben mescolate atmosfere folk, reggae, etniche e mediterranee

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Mi capita ancora di ascolare volentieri un cd intero, con la dovuta calma… non sarò mai tipo da Ipod, da mp3 selvaggio, seppur sia il primo a beneficiare degli effetti del download. Tanti dischi una volta quasi inaccessibili ora sono facilmente alla portata di mano con un semplice click ma… insomma, a me piace ancora l’oggetto cd, il libretto, leggere i credits: siamo una razza tutt’altro che in via d’estinzione, ve lo assicuro. Sono un signor nessuno per quanto riguarda il mio “peso” musicale: sì, da anni collaboro con radio, webradio, curo al mio meglio questo blog e ho in uscita due volumi che trattano specificatamente di musica ma nella vita sono altro dal giornalista/recensore/divulgatore musicale, al limite scrivo per arrotondare di sport, la materia che forse conosco meglio. Ma tant’è, quando scrivo di un disco cerco di farlo al meglio, non perdendomi in elogi sperticati, se non quando questi sono meritati, ma nemmeno stroncando per il gusto di farlo (il rispetto dietro al grosso lavoro di preparazione di un disco lo riconosco sempre). Per questa mia onestà intellettuale, oltre che per la mia genuina passione, capita ormai da anni che la mia casella postale (fisica o elettronica) sia spesso intasata da proposte di recensioni, di ascolti, giudizi. Cd fisici, demo, dischi in mp3, chi più ne ha, più ne metta e, come già scritto anche privatamente agli interessati – uffici stampa, discografici, ma più spesso gli artisti in questione – non posso garantire a tutti la stessa dedizione, lo stesso impegno, proprio per mancanza di tempo. Devo necessariamente fare una cernita. E al momento di farla, di ritorno dalla vacanza post matrimonio, ho incluso tra i lavori su cui porre la giusta attenzione quello degli emiliani Gasparazzo che, sotto egida New Model Label, gestita dall’illuminato amico Govind Khurana, hanno pubblicato da alcuni mesi il loro sesto album: “Mo’Mo’”, che tradotto significa “proprio adesso, ora”. Come si trattasse di una vera urgenza creativa quello del quintetto capitanato dal cantante e autore di pressochè tutti i brani in scaletta Alessandro Caporossi e dal chitarrista (e polistrumentista) Generoso Pierascenzi, che ha invece composto in pratica tutte le musiche. Completano il gruppo il fisarmonicista Giancarlo Corcilio, il contrabbassista Roberto Salario e il batterista Lorenzo Lusvardi, che ha pure registrato l’intero lavoro. In fase di produzione un nome importante in ambito italiano, non solo etno-folk: Massimo Tagliata che ha speso grandi parole d’elogio per l’ensemble, con una nota di rilievo nel retrocd (“In questi brani, tanta passione e amore per l’arte, in un mix di svariate contaminazioni musicali… felice di poter dare il mio contributo a tutto questo”).
C’è in effetti molto in questo cd, un mix di suggestioni, di generi, di atmosfere, ben congegnate e correlate tra loro, non venendo mai meno l’unità di intenti del gruppo, la loro esigenza di comunicare. Per convenienza mi viene da inserire il nome dei Gasparazzo tra le band folk ma il termine rischia di essere davvero riduttivo, se è vero che tra le pieghe delle 11 canzoni si respirano arie diverse, si colgono sfumature differenti da quello di stampo popolare. Ad esempio il reggae è molto presente tra le tracce, anzi, forse ne rappresenta maggiormente il fulcro sonoro, anche analizzando il cantato e l’incedere del leader Caporossi. In alcuni frangenti mi viene da tirare in ballo il nome di Bunna degli Africa Unite, specie in “Se i posacenere potessero parlare”, l’episodio scritto da Mezzafemmina Gianluca Conte, uno dei cantautori più talentuosi del panorama alternativo italiano. Anche la toccante “Cristo è là”, il cui testo si basa sulle parole di Lino Aldrovandi in memoria del figlio Federico Aldrovandi, barbaramente ucciso, ha una melodia che ricorda quella dell’amata Bob Marley, pur trattandosi nei fatti di una ballata, di una lenta marcia. Cambiando registro, dell’album colpisce subito il trittico iniziale, scoppiettante e riflessivo al tempo stesso, come nella miglior tradizione del folk, appunto. Si balla e si pensa, ma soprattutto si trattano temi di un certo impatto sociale, con testi indubbiamente di spessore. Ascoltate allora la traccia d’apertura, l’anti inno dei Mondiali “Rovesciala”. Su un tappeto elettro – acustico, infarcito di fisarmoniche, chitarre acustiche e vari strumenti “poveri”, come scritto nel libretto, a essere rovesciata è l’intera prospettiva di un evento di tale portata. E’ un brano sociale, in effetti, anti razzista, come loro stesso hanno voluto specificare, che musicalmente parlando me li fa accostare a uno dei gruppi italiani di world music che maggiormente amo: i Nidi d’Arac. La successiva, “Michelazzo” è invece travolgente, allegra, movimentata al punto giusto e racconta di quei personaggi che ritroviamo a tutte le latitudini e che… vivono bene alla faccia nostra, con disimpegno, diciamo così. Il brano che invece dà il titolo all’intera raccolta è uno dei miei preferiti: insinuante, cadenzata, in grado di cullare con le sue suggestioni mediterranee, arabeggianti. Bellissimo tutto l’arrangiamento, uno dei migliori dell’album. Meno efficaci a mio avviso le successive “Agro 400” e “La tromba di Eustachio”, dal respiro certamente più urbano, stradaiolo e dove sono maggiormente in primo piano le chitarre. I toni tornano più toccanti e mesti in quello che è a mio avviso il miglior brano del disco: “Impulsi nudi”. Qui funziona tutto, dalla musica, i suoni al testo davvero ispirato, anche nel ritornello.

Anche la successiva “Centopelle”, lenta e vibrante, può contare su un buon testo, un ritratto in musica di un “ragazzo di strada”, titolo di un breve racconto inserito dal grande Carlo Collodi nella sua raccolta “Occhi e nasi”. Ascoltando per puro piacere molti dischi di questa matrice: folk, roots, etno, reggae, insomma tutto questo calderone di musica e messaggi sociali, viene difficile scontrarsi con qualcosa di veramente ben fatto e prodotto. Non dico “originale”, perché è sempre più difficile esserlo a questo mondo, ma il segreto di questa musica è quello appunto di contaminare. E senza scomodare i grossi nomi italiani (che poi comunque anch’essi si rifacevano, chi più pedissequamente, chi meno, a mostri sacri come Clash o Negrettes Vertes.. insomma, il combat folk rock non lo abbiamo certo inventato noi a ben vedere), era dai tempi dell’esordio della Dioniso Folk Band (ora congelati in quanto il leader Massimo De Vita è impegnato nel progetto “Blindur”) che non mi ritrovavo tra le mani un cd così valido che riprendesse in mano determinate tematiche e cifre stilistiche. Onore quindi ai Gasparazzo per avermi regalato una buona oretta di ottimi ascolti!

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