Nel trionfo NBA dei San Antonio Spurs, gioiamo tutti insieme a Marco Belinelli

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Distratti dalla fase finale dei Mondiali di calcio che si stanno disputando in Brasile, spiace constatare come sia passata senza tanta eco la dimostrazione di forza dei San Antonio Spurs, la franchigia capace di porre fino al dominio dei Miami Heat in NBA. A maggior ragione, si tratta di un titolo significativo per gli sportivi italiani, in quanto tra i protagonisti di questa splendida squadra c’è anche Belinelli, a questo punto il nostro massimo esponente del mondo del basket. Il buon Beli, primo cambio di lusso della squadra di Popovich, è reduce da una stagione eclatante, la sua prima in Texas, dopo le altre varie esperienze accumulate negli anni, da Golden State passando per i Bulls, senza dimenticare le poco convincenti stagioni a Toronto e New Orleans. Ma qualcosa deve aver solleticato il buon Marco a un tecnico navigato e vincente come Popovich, al punto di arrivare a scommettere sulle sue doti. L’ambientamento col senno di poi è stato più semplice del previsto, quasi repentino, in una rosa estremamente collaudata (e per molti, vista l’età media generale degli interpreti più rappresentativi, ormai giunta alla fase di cottura) in uomini come Parker, Ginobili o Duncan. Cotti sono invece parsi i campioni della Florida, a cui non è bastato un LeBron James comunque tra gli ultimi ad arrendersi, e sempre positivo, al pari di Wade (male nel complesso della finalissima, l’apporto di altre stelle come Bosh o Allen).

Gli Spurs, invece, pur con un Tony Parker ai minimi storici, giunto alle finali non certo al top della condizione, hanno sputato sangue dal primo minuto del primo quarto di gara 1, non dando mai l’impressione di essere inferiori ai quotati avversari, e anzi desiderosi di vendicare la finale precedente. Il Beli ha fatto la sua parte, sempre pronto alla bisogna, pur non sfoderando la sua arma principale, quella che l’ha reso famoso di là e di qua del globo: il tiro da 3, per il quale nell’ultimo All Star Game si è aggiudicato pure il prestigioso trofeo di miglior tiratore in quella specialità. Ma eroe della Finale, la cui serie gli Spurs hanno chiuso con un perentorio 4 a 1 mai in discussione, è stato uno dei giovani in rampa di lancio dell’intero universo NBA, quel Kiwi Leonard, classe ’91, sul quale era lecito attendersi una conferma, dopo gli ottimi esordi da pro, ma sul quale probabilmente pochi erano pronti a inizio stagione a scommettere in merito a una sua consacrazione a questi livelli. In finale è stato assolutamente decisivo, devastante, praticamente insuperabile in copertura.

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Gli Spurs, alla faccia di chi la dava per finiti, hanno zittito tutti, giocando con straordinaria regolarità per tutta la stagione, una stagione nella quale, non ho problemi ad ammetterlo, ho tifato spudoratamente per loro! Da giovanissimo, quando tutti ci attribuiamo una squadra NBA, io scelsi i Lakers, un po’ per la magia che mi evocava la California, un po’ per la loro fantastica storia, e.. anche per la stupenda maglia cromatica giallo/viola. Ma da quando ho iniziato a seguire con occhio critico questo splendido sport, mi sono da subito appassionato alla franchigia texana, per il grande calore che c’è attorno a questa squadra, per il loro modo di interpretare il gioco, per il loro essere cosmopoliti, insieme di atleti provenienti da varie nazioni, vedi Argentina (Ginobili), Francia (Parker), Italia (il nostro Belinelli). Ma è bello pure vedere, in uno slancio di patriottismo, come al varco sia atteso quello che probabilmente gli americani considerano il nostro maggior esponente a livello mondiale, quel Danilo Gallinari quest’anno sempre fermo ai box, mai in campo con i Nuggets di Denver, laddove dove esserne la stella, l’uomo guida, senza contare la voglia di rivalsa del Mago Bargnani, quest’anno coinvolto nella disastrosa stagione, una delle peggiori della loro storia, dei suoi New York Knicks.

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