Le mie impressioni sul ritorno dei Coldplay e il loro ultimo album “Ghost Stories”

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Scrivo saltuariamente di musica (chi mi segue lo sa già) nonostante la mia materia “professionale” sia lo sport. Ultimamente mi sono molto concentrato su un progetto importante, un saggio sulla musica italiana che proprio a giugno vedrà la sua uscita. Molte energie in ambito di scrittura musicale sono state necessariamente riversate lì, fermo restando il mio appuntamento settimanale col programma radio che va in onda su yastaradio ogni venerdì alle 21. Le recensioni in senso stretto si sono tuttavia ridotte, non perchè non abbia continuato ad ascoltare musica (… in fondo… è la passione di una vita, sotto vari aspetti!) ma perchè il tempo per scriverne era sempre più compresso e il materiale da valutare davvero molto. Tra quella che compero, scarico, ascolto in rete, e quella che ricevo da radio, uffici, amici ecc è difficile starci dietro, anche se a volte l’istinto di dire la mia fa sì che prima di andare a letto ancora mi possa venire in mente di accendere un’ultima volta il pc per lasciarvi alcune mie impressioni. Non è questo il caso, e perdonate la lunghezza dell’incipit. Questa infatti non vuole essere una recensione, sto scrivendo di corsa e a briglia sciolta in un momento di pausa da tutt’altro (tanti impegni si stanno sovrapponendo tra giugno e luglio) ma da giorni sono sintonizzato fra gli altri sul nuovo, tanto per cambiare, discusso disco dei Coldplay, una band che – a scanso di equivoci lo dico subito – ho letteralmente adorato per i primi tre dischi. Non voglio passare per uno snob, in fondo ascolto roba anche veramente commerciale e non me ne vergogno, ma spesso sono anch’io assoggettato dalla sindrome “del successo”, specie se ritieni di essere stato “tra i primi” a fiutare un potenziale nuovo fenomeno della musica. Nel caso del gruppo di Chris Martin e soci, ai tempi di “Parachutes”, il loro epocale esordio, mi direte voi che non ci sarebbe voluto un genio per capire dove sarebbero arrivati. Ma in realtà vi ricordo che eravamo a fine ’90, inizio duemila in un momento delicato di passaggio, dove la musica – e l’industria – stavano prendendo direzioni diverse, spesso non convergenti quando si trattava di proporre musica di qualità. La loro indubbiamente lo era, come il fatto che si trattasse di qualcosa, certo ispirato e riciclato,  ma comunque innovativo. Niente schitarrate rock ma nemmeno pop melenso, commerciale nel senso più bieco del termine. Atmosfere languide, soffuse, pianistiche, che poi avrebbero fatto la fortuna per tutta una schiera di band a loro volta ispirate ai Coldplay, i primi che fecero il botto col “nuovo verbo” (parlo ad esempio di Keane, Starsailor… ma persino i nostri Negramaro a inizio carriera li potevano ricordare, ascoltate ad esempio “Solo” o “Come sempre” e poi ditemi…). Ho adorato, dicevo, i Coldplay per i primi tre album, mentre ammetto candidamente di averli un po’ snobbato nel periodo di massima esposizione mediatica, coincisa col boom mondiale dei successivi “Viva la vida” e “Mylo Xyloto”. Semplicemente non erano più i miei Coldplay, nonostante sin da subito, dagli esordi in pratica, fossero già divenuti popolari ai più e non solo patrimoni di pochi sedicenti esperti. Non mi piacevano le loro soluzioni musicali ricercate, il loro tentativo di avvicinarsi a dei gusti di un pubblico perennemente in evoluzione ma allo stesso modo volubile, sempre più attratto dalle mode del momento. In particolare “Mylo Xyiloto” ho fatto fatica a digerirlo, concedendogli sporadici ascolti, escludendo quelli “passivi”, i bombardamenti di radio e tv. Ora con questo “Ghost Stories”, al quale mi sono accostato con curiosità ma anche con parecchia diffidenza, visto l’ennesimo cambio di rotta evidenziato nel lentissimo singolo apripista “Magic”, dal sapore elettronico/retrò, in parte sto ritrovando il mio gruppo. Saranno state le vicissitudine amorose occorse al leader, separatosi da poco dalla moglie, l’attrice Gwynteh Paltrow, o una consapevolezza che forse si stava troppo uscendo dai binari, deragliando ogni contesto musicale per frullare in modo poco autentico pop, dance, house ecc… fatto sta che in tracce come l’apertura “Always in my head” (titolo assai emblematico…),  l’onirica “Ink”, una delle mie preferite del disco, le sognanti “True love”, “Midnight” e “O”, ripresa in due parti, ho ritrovato quei suoni cari alla band, soprattutto quelle atmosfere calde e profonde per cui mi ero innamorato di loro al primo ascolto. Poi per i ragazzi che volessero per forza scatenarsi, ballare e stare al passo col trend, ecco che comunque una concessione forte al mercato i 4 inglesi l’hanno data col compatissimo nuovo singolo, in odor di… Avicii e David Guetta, “A Sky full of Stars” ma un piccolo cedimento glielo posso, a questo punto, concedere anch’io in cambio di un disco che nel complesso ritengo all’altezza della loro fama.

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