Alla scoperta di Nadia & The Rabbits, autori di un album senza tempo! Intervista a Nadia von Jacobi e Bernard Bauer

Nadia von Jacobi è la titolare del multiforme progetto artistico musicale “Nadia & The Rabbits” che ha esordito ufficialmente un anno fa con l’album “NoblesseOblique”, uscito sotto egida Mescal, la storica etichetta indipendente piemontese.

L’artista bavarese, ma ormai italiana d’adozione, è riuscita in questo disco a condensare nel migliore dei modi le sue varie anime e influenze, lasciando libero sfogo a tanta creatività, diffusa in modo massiccio ma estremamente curato tra le pieghe delle 11 tracce dell’album, la maggior parte delle quali in lingua inglese, senza tralasciare l’italiano e il tedesco che qua e là fanno capolino (“Tipico” e “Obliqua è la mia nobiltà” sono in italiano, lingua inserita anche in un breve estratto di “Spring will come”, uno dei più riusciti del lotto, mentre l’efficace “Moongirl” è in lingua tedesca).

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Nei giorni scorsi ho avuto modo di intervistare telefonicamente la stessa Nadia e Bernhard Bauer, uno dei pilastri del gruppo (nonché suo sodale compagno, non solo a livello professionale) dopo che li avevo conosciuti entrambi in occasione della “prima” del tour  post-Sanremese dei Perturbazione, avvenuta nella mia città, Verona. Un tour per il quale Nadia & The Rabbits fanno da apripista in moltissime date per i loro famosi compagni di etichetta. Già all’epoca rimasi molto colpito dalla qualità, dalla passione e dalla personalità dei due – che presentarono alcuni brani dell’album in versione più scarna e acustica rispetto ai suoni del disco ma con medesimo e innegabile appeal – ben miscelate ed egregiamente assortite nel modo di porsi al pubblico e presentare la loro proposta. La voglia di scoprire, di saperne di più su questo insolito progetto ha infine prevalso in me, specie dopo numerosi e ripetuti ascolti da parte mia del loro interessante disco.

“Ciao Nadia, è un piacere risentirti. Innanzitutto mi complimento per il disco che sto consumando di ascolti e che, come mi dicevate, è molto più vario rispetto all’esibizione live che vi vedeva impegnati in formazione ridotta a due elementi, anche se poi Bernhard sul palco riusciva a suonare più strumenti nello stesso brano. Ciò che mi ha colpito è la naturalezza del suono e il fatto che non ci sia uno scarto qualitativo tra un brano e l’altro, nonostante le diverse atmosfere evocate dalle canzoni. Dall’inizio alla fine riuscite ad accompagnare l’ascoltatore come in un viaggio… E’ una mia sensazione o è un aspetto al quale avevate pensato in fase di preparazione?”

N.“Ciao Gianni, ci fa piacere che tu abbia percepito questo perché l’idea alla base del disco era proprio quella di ricreare diverse atmosfere, come se il tutto fosse frutto non solo di un viaggio fisico ma anche metafisico, mentale, per creare suggestioni diverse”.

Prima di tornare sul disco chiedo a Nadia dell’esperienza che stanno portando sui palchi di tutta Italia con i Perturbazione, freschi reduci della fortunata ribalta sanremese. Per lei e i Rabbits si è trattata di un’occasione unica se non altro per la possibilità di suonare davanti a platee numerose.

“Proprio così, al di là del fatto che ci stiamo divertendo un sacco perché siamo in compagnia di buoni amici e di grandissimi musicisti che stimiamo, quello che differenzia maggiormente i nostri live è il contesto, il fatto di suonare in location di medie grandi dimensioni alle quali non eravamo abituati. Siamo soddisfatti del riscontro, dell’accoglienza ricevuta e della possibilità – perché no? – di allargare un po’ il nostro pubblico”.

Come Nadia e Bernhard mi avevano chiarito, vi è una notevole differenza tra la proposta live eseguita nella data da me seguita a Verona (e riproposta con successo anche in altre città) in duo e quella molto ricca e variegata che si sente su disco, la cui produzione è davvero ben confezionata. Chiedo da dove nasca questa particolarità nelle esecuzioni dal vivo, così diverse a seconda dei contesti e la risposta sincera e disarmante di Nadia conferma l’eccezionalità del progetto.

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“Il nostro è una sorta di “gruppo aperto”, quasi una “comune” o meglio un “collettivo”, nel senso che moltissimi amici musicisti hanno contribuito egregiamente e attivamente alla riuscita del disco, e lo stesso accade per i concerti, nei quali ci piace che possano intervenire, a seconda di dove facciamo tappa, molte persone con le quali poter condividere l’idea e l’esperienza del concerto. Non avendo noi per primi una base fissa, è facile raccogliere nelle varie città, anche internazionali, tanti elementi che vanno ad arricchire il nostro sound”.

Insomma, pare che nonostante dietro ci sia tanto studio – e la storia personale di Nadia e Bernhard sta lì a testimoniarlo –  tanta applicazione e professionalità, la voglia di far emergere la creatività e di scoprire orizzonti musicali nuovi spesso e volentieri ha la meglio, cosicché la sperimentazione in concerto può prevalere su ciò che invece è studiato e preventivato.

“E’ vero, è successo che ci esibissimo in formazione più classica, in trio, con sax e fiati, oppure con basso, contrabbasso ed elettrica. Dipende da chi è in zona, in pratica, dal tipo di esperienza che ognuno può portare. Ci riteniamo un gruppo aperto, perché poi molti hanno progetti diversi e allora è giusto che si possano sentire liberi di sperimentare, di andarsene e tornare senza restrizioni. Ci piace – come si vede bene dal disco e come hai anche tu hai sottolineato –  variare negli arrangiamenti”.

Torneremo a parlare dell’importanza e della cura negli arrangiamenti più in là nell’intervista, ma a questo punto ho chiesto a Nadia e Bernhard di raccontarmi della loro esperienza in primis, di come loro per primi siano molto particolari nell’approccio alla musica

“Sono nata a Monaco di Baviera e per motivi di studio mi sono trasferita da giovanissima in Italia, precisamente a Duino, nel Triestino, dove ho frequentato una scuola particolare, quasi un ‘progetto pedagogico pacifista’, nello stesso istituto in cui ho scoperto più tardi che ha studiato anche Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione. Un ambiente molto bello e stimolante. In realtà ho sempre suonato, sin da bambina, iniziando a comporre “seriamente” all’incirca a 14 anni. Ma nei miei ricordi di bimba ho sempre scritto ecantato, avendo a modello soprattutto esponenti di quei miei anni di crescita e formazione (gli anni ’90) con il cantautorato che stava riemergendo forte, anche e soprattutto lanciando molti talenti femminili. Tra i classici la mia predilezione andava a gente come Joni Mitchell o Bob Dylan ma ben presto entrò prepotentemente nella mia vita tutta l’ondata new wave, dalla quale mi sentivo ben rappresentata, in particolare in gruppi come Cure, Depeche Mode e Echo& The Bunnymen”.

Dall’ascolto alla voglia di provarci il passo è stato poi breve immagino…

“Sì, formai una mia prima band a Firenze, proponendo cover di quelle band che tanto amavo: quindi il genere non si discostava molto dalla wave, rigorosamente suonata con musicisti della scena rock fiorentina di altissimo profilo, molti dei quali hanno contribuito anche a Noblesse Oblique, finchè nel 2007 le cose cominciarono a farsi più serie, quando venni avvicinata da coloro che poi sarebbero divenuti il primo nucleo sul quale iniziarono a ruotare i Rabbits. Erano Luca Rubio, Stefano Pavan e Camillo Achilli, che hanno dato la prima spinta fondamentale al progetto, aiutandomi a post-produrre il primo disco. A loro piacevano le mie canzoni, così si proposero di accompagnarmi come gruppo. Registrai quello che divenne il mio primo demo in una serie di concerti tra Londra e l’Italia. La post-produzione invece avvenne in una cascina dove giravano parecchi conigli (da qui il rimando ai “Rabbits” ). L’album “Song FairyFails”contiene già tante delle mie primissime canzoni e con i Rabbits iniziammo a farlo girare di palco in palco: era il 2009”.

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L’incontro con Bernhard avvenne in modo quasi fortuito, ma è indubbio che col suo ingresso, anche nella vita della stessa Nadia, le cose abbiano preso un’ulteriore spinta.

B. “Sono austriaco e la mia formazione musicale è prevalentemente quella classica, sulla scia della grande tradizione viennese, la mia città d’origine. Ho studiato per anni l’oboe – il mio strumento per eccellenza –poi con la mia ‘trasformazione’ in Rabbit mi sono evoluto polistrumentista, iniziando a suonare anche l’ukulele, il charango, la konzertina e il bass ukulele. L’incontro con Nadia è avvenuto per caso; ero in Italia,cercavo casa e lei affittava una stanza. Col tempo abbiamo scoperto tante affinità, a partire dal fatto che suonavamo.”

Anche l’attitudine di vita però è complementare, così come la voglia di ricercare, di creare, di trovare nuove suggestioni, anche a costo di spostarsi senza una meta precisa, con l’idea di viaggio non solo mentale, come detto all’inizio, tanto che il disco è stato registrato in più parti del mondo, come ad esempio a New Orleans, patria amata del jazz. Nel libretto, il cui packaging è curatissimo, vi sono anche belle foto al riguardo.

N. “Ci piace definirci “cosmopolitan gipsy”, amiamo viaggiare e sfruttare l’occasione per incontrare nuove persone e scambiare idee, energia. Eravamo a New Orleans, la Capitale del Jazz ed era impensabile per due come noi non provare a entrare in contatto con tante realtà locali. Lì il jazz lo respiri a pieni polmoni e ci tenevamo a ritornare in Italia con delle registrazioni.”

E la cosa che più mi ha colpito dell’intero lavoro sono proprio gli inserimenti in molte tracce dei fiati, il suono del sax, la tromba, il trombone che permea quasi tutto il lavoro, caricandolo di tanta raffinatezza e classe.

N. “Il nostro Rabbit Alberto Greguoldo ha suonato gli assoli di sax in tre brani, ma nel resto del disco abbiamo appunto avuto la possibilità di coinvolgere dei formidabili musicisti locali a New Orleans. Il disco è collettivo perché nonostante le canzoni nascano da me, poi vi confluiscono le idee di tutticoloro che partecipano. I musicisti con le loro esperienze vengono coinvolti e tutto viene poi sapientemente miscelato”.

Qui entra in gioco anche la sapiente ed esperta mano di LeLe Battista, abilissimo dietro le quinte nel dare omogeneità e un filo conduttore al tutto.

“Certamente l’apporto e il buon gusto di LeLe sono stati poi fondamentali. Sia nelle fasi delicate dell’editing che quando si trattava di comporre al meglio tutti i pezzi del puzzle. Quella sensazione di omogeneità, di coerenza di cui accennavi all’inizio è principalmente opera sua, che è stato in grado di contenere in un certo senso la mia esuberanza. Mentre lavoravamo, continuavo a proporre ulteriori arrangiamenti. Lui è riuscito, senza trascurare nulla o limitare il mio lavoro a dare un ordine preciso e coeso. Il suono si è fatto così molto dettagliato e profondo; in questo è stato fondamentale anche il missaggio in USA di Joe Marlett. Per le mani ormai avevamo davvero un prodotto ben curato, in cui credevamo molto. Noi suoniamo sempre ma non ci piace la concezione della musica “usa e getta”, al disco abbiamo lavorato per anni e per questo vogliamo valorizzarlo al meglio, portandolo in giro live il più possibile e sfruttando le occasioni che ci capitano per farci ascoltare.”

L’album in effetti ad ogni ascolto ti fa scoprire qualcosa: è registrato benissimo, curato in ogni fase della sua produzione. I suoni sono pulitissimi, così come la voce di Nadia capace di cambiare registro e di passare con estrema naturalezza a più soluzioni del suo cantato, come si evince dalla scelta, assolutamente spontanea di cantare in più lingue, nonostante la predilezione per l’inglese, lingua universale per eccellenza.

“Il fatto di essere poliedrici, di cantare in più lingue o di passare da arrangiamenti jazzati ad altri più classici (come ad esempio in “She’s like a wind” il cui arrangiamento in quartetto di fiati di legno è stato scritto da Bernhard e da me e registrato in Germania) nasce dal fatto che noi per primi siamo così, nella vita di tutti i giorni. E’ la nostra forza, la nostra caratteristica ed è questo che cerchiamo di trasmettere. Di conseguenza concepiamo anche la musica – parte fondamentale della nostra vita – in questo modo. “Spring will come” è in inglese, con inserto in italiano alla fine, mentre la prima traccia e la 9 (“Treasures Away” e “Obliqua è la mia nobiltà” )sono in pratica due facce della stessa medaglia: sono una la cover dell’altra”.

Con un disco così ben fatto tra le mani, e già autoprodotto nei minimi dettagli, è stato “facile” entrare in contatto con qualche etichetta discografica interessata al progetto. Quando è entrata in scena la Mescal?

“Avevamo già spedito il nostro album Song Fairy Tales e loro furono da subito colpiti dal fatto che questo fosse un live. Hanno manifestato interesse, senza la promessa di nulla ma di fatto abbiamo continuato a “frequentarci”, a conoscerci e una volta pronto il disco Noblesse Oblique hanno deciso di darci una chance, facendoci esordire ufficialmente. Siamo molto soddisfatti e vogliamo proseguire il cammino iniziato assieme che ci sta regalando tante soddisfazioni, come nel tour che stiamo approntando adesso in giro per l’Italia nel quale l’accoglienza nei nostri confronti è sempre molto positiva. Contiamo di proseguire sempre meglio con la nostra musica: intanto saremo impegnati per tutta l’estate tra Festival, concerti in Piazza; bellissime occasioni per far ascoltare le nostre canzoni”.

L’augurio sincero che faccio ai ragazzi è che possano ottenere delle meritate soddisfazioni dal loro lavoro, perché, al di là delle indubbie qualità artistiche e del talento da compositori e polistrumentisti, ciò che mi ha colpito è la tanta, genuina, debordante passione che sgorga dalle loro parole, l’entusiasmo che riversano in quello che fanno e il modo molto particolare e poco convenzionale che hanno di intendere e concepire la loro arte. In un mondo musicale e culturale che pare sempre più asettico e plastificato, il loro nome e il loro progetto sembra proprio una goccia nell’Oceano. In bocca al lupo a Nadia & The Rabbits!

 

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