Intervista al cantautore “multiforme” Lory Muratti

Lory Muratti è certamente uno degli artisti contemporanei più intriganti e originali del panorama musicale e culturale italiano. Per anni fattosi conoscere e apprezzare da un pubblico di appassionati con lo pseudonimo “Tibe” (dal cognome della famiglia adottiva: Tiberio), con il quale si esibisce soprattutto in veste di dj, produttore e promoter, negli anni l’autore varesino si è fatto sempre più largo nella scena letteraria, esordendo come romanziere – presente in varie antologie, edite da Mondadori, Feltrinelli o Dalai, con i suoi racconti, interessante quello dedicato alla band di Thom Yorke in “Narradiohead” – fino all’esordio a nome “Lory Muratti” con “Scintilla”, titolo pure del suo album d’esordio, pubblicato dall’etichetta piemontese Mescal, sempre attenta a fiutare nuovi talenti.
In questo disco Lory si mette a nudo, forte comunque di una maturità acquisita negli anni, che lo hanno visto condividere progetti con diversi esponenti di spicco della scena italiana ed internazionale. Impossibile non citare almeno la fruttuosa esperienza con i cuneesi Marlene Kuntz, con i quali, differenze stilistiche a parte, sembra trovarsi molto in sintonia, proprio da un punto di vista di affinità intellettive.
L’album è un interessante caleidoscopio di colori, tendenti comunque alle tinte scure, grigiastre, con rari bagliori di luci, tanto che non pare inappropriato riattualizzare il termine dark per cercare in qualche modo di orientare i nuovi ascoltatori alla sua proposta. Un dark delicato, poetico, oscuro ma non opprimente, che si esprime al meglio in brani dall’ampio respiro come “Angeli”, dove le chitarre la fanno da padrone e l’incalzante melodia spicca nel contesto dell’intero album o “70 ellissi”, insieme a “Io mento” la mia preferita, con le sue atmosfere decadenti.
Da tanta carne al fuoco poteva nascere una bellissima occasione di saperne di più. E che c’è di meglio di parlarne direttamente con lui, nel bel mezzo degli impegni creativi che lo stanno completamente assorbendo in questo inizio di 2014?

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“Ciao Lory, siamo coetanei, ma pare quasi difficile crederlo! Quante vite hai vissuto? A parte l’esperienza personale, di vita vera, cresciuto in un contesto dai forti connotati artistici, sei stato deejay, visionario artista, produttore, scrittore, ora pure cantautore. Da dove facciamo partire il nastro dei ricordi? Io suggerirei… dal momento in cui è partita la “scintilla” per rimanere in tema?”

Ciao Gianni e grazie per essermi venuto a scovare fra note, parole e ricordi. Di questi ultimi, come forse immagini, potrei parlare molto a lungo così come della scintilla creativa che ha guidato e tenuto vivo il mio vivere tra musica e parole di questi anni. E così accade in effetti che “Scintilla” sia in parte anche una scatola dei ricordi. I recenti ricordi di un lungo viaggio americano da NY al Deserto del Nevada durante il quale ho raccolto la storia narrata nel libro e pre-prodotto le canzoni del disco omonimo, ma anche i ricordi di una vita particolare e molto articolata che ha voluto per me due padri, due madri, due famiglie, molti viaggi, molti inattesi risvegli da altrettante inconsapevoli attese. Il progetto “Scintilla” si è rivelato quindi (insieme al precedente dico-libro “Hotel Lamemoria” firmato come Tibe) anche una via ideale per iniziare a mettere ordine nella mia storia personale raccontandola e condividendola.

“Credi sia possibile coniugare tutte queste istanze, queste tensioni interne in un unico progetto o intendi proseguire la tua carriera tenendo distinte le varie anime. L’esperienza del reading potrebbe soddisfare in toto le tue aspettative?”

Far dialogare canzoni e narrazione è per me da sempre un’esigenza, una spontanea inclinazione. Mi sono quindi dedicato con grande attenzione a indagare la via che potesse far incontrare questi due mondi e questi due miei modi di vivere l’arte. Ho cercato però altresì di far arrivare il messaggio anche a chi è giustamente abituato a fruire di ogni singolo media senza necessariamente avere il desiderio, il bisogno o, più che altro, l’occasione di legarlo ad altro. Cosa quest’ultima che nel caso specifico delle mie produzioni non risulta essere indispensabile, ma che è di certo consigliata. Leggere il romanzo senza aver ascoltato il disco o viceversa conoscere i brani senza aver letto la storia di “Scintilla” è del tutto possibile (i due supporti vengono per altro venduti separatamente), ma immergersi in entrambi apre piani di lettura inaspettati e mette in moto un interessante viaggio interiore.
In questo nostro paese purtroppo non smettono però di essere presenti incredibili resistenze nei confronti di ogni progettualità fuori dagli schemi e priva di condizionamenti dettati dal mercato e questo rende tutto più difficile. Il fatto stesso di “mettersi in gioco” per chi gestisce i grandi numeri non è cosa né contemplata né tanto meno consigliata. Nella maggior parte dei casi è un’attitudine che viene vista con sospetto ed è però confidando in un ordine superiore che si riesce a tenere questa diffidenza ai margini di un percorso artistico intellettualmente onesto proseguendo senza indugio per la propria strada. Questo è quello che sono chiamato a fare e questo è quello che continuerò a fare anche in futuro. Ciò non significa che ad ogni mio romanzo corrisponderà sempre un album o viceversa, ma semplicemente che non smetterò di cercare storie che valga la pena raccontare e che proverò, per quello che mi sarà possibile, a parlare e suonare di ciò che si trova al di là del piano delle cose visibili.
A proposito del “reading” posso invece dirti che è una formula che non mi interessa, la trovo incredibilmente pigra e scarsamente emozionante. Quello che cerco di fare piuttosto, in parallelo alla dimensione più rock portata dal vivo con tutta la band de “i Testimoni” che mi accompagna, è “far vivere le pagine del romanzo” attraverso una trasposizione teatrale dove libro e disco ancora una volta si trovano a dialogare in un tutt’uno scenico che ho ridefinito “Monologo*Concerto”. Un’ora di musica e parole dove la storia narrata nel romanzo esce dalle pagine ed io mi alterno fra pianoforte, voce cantata e voce narrante in veste di attore.

“Quali tecniche narrative preferisci o reputi più consone per esprimerti? La scrittura, nella quale hai modo potenzialmente di allargare gli orizzonti a tuo piacimento o attraverso la musica, nella quale giocoforza è necessario attenersi a una sorta di regole, per quante le tue non siano certo concepite come “canzonette” dalla semplice struttura”

Come ti raccontavo poco fa, musica e narrativa, canzoni e racconti sono per me da sempre strettamente legati fra loro ed ogni testo di canzone nasce, nel mio personale universo, dal cut-up e dalla selezione delle giuste immagini che ho precedentemente racchiuso nel racconto di un esperienza vissuta. Sono certo quindi di avere fortemente bisogno di entrambi i modi e i mondi. Sono più incline a definire “linee guida” quelle che tu chiami “regole”. Entrambi comunque sinonimi di “modo di procedere e di lavorare” e ti assicuro che in questo senso un romanzo ne richiede in una quantità ancor maggiore di una canzone. Anche quando uno stile di scrittura appare molto libero, limpido e spontaneo, c’è sempre un grande lavoro al nascere di quel fluire.

“L’esperienza live cosa comporta di positivo al tuo percorso? Come cambia la prospettiva dall’essere in qualche modo “spettatore di sé stessi”, dietro le quinte, specie nei tuoi lavori alla Biennale di Venezia o al Luminale Frankfurt con le tue interessanti installazioni musicali, e l’essere invece protagonista sul palco, con le tue canzoni, le tue parole?”

La dimensione live è per me vitale. Stare sui palchi più rock così come in teatro è fonte di continuo stupore e anche di ispirazione. Sono tante le volte in cui suonando senti nascere nuove immagini e nuove armonie dentro di te. Il contatto con la gente credo poi sia per la totalità degli artisti nel mondo la ragione più grande per cui facciamo quello che facciamo, che siano cinquanta persone con gli occhi sbarrati dallo stupore in una stanza o 5000 volti confusi sotto il palco di un grande festival.
Altro è in effetti essere “spettatori di sé stessi”, che è poi la dimensione che vive l’artista figurativo ogni qualvolta espone. In quei casi è un po’ come vedersi da fuori e poter parlare della propria opera fruendone insieme a chi è venuto ad ascoltare. Un po’ come se durante un tuo concerto potessi scendere fra il pubblico come una fantasmagoria e chiedere ai presenti che ti vedono contemporaneamente in due luoghi “ehy, cosa ne pensi di quello che stiamo facendo? come ti sembra il concerto?”.

“Ci vuoi parlare del connubio con i grandi Marlene Kuntz? Immagino fossero tra i gruppi che più hai ascoltato “in gioventù”. Io trovo molto affinità tra i vostri progetti, a livello di attitudine più che altro, perché i tuoi suoni paiono comunque più levigati e oscuri piuttosto che duri e urticanti come potevano essere quelli di Godano, almeno della prim’ora?”

I Marlene Kuntz sono qualcosa di inspiegabilmente magico, qualcosa che considero distante e diverso da qualsiasi altra realtà musicale si sia avvicendata in questo nostro paese. La loro musica dal vivo si fa tridimensionale e ti avvolge dandoti alla testa. Ogni volta in cui ho avuto il piacere di lavorare e suonare con loro ho sentito le nostre reciproche frequenze risuonare amplificandosi vicendevolmente e non parlo ovviamente solo di “frequenze musicali”, ma di qualcosa di più sottile che è racchiuso in “ciò che cerchiamo di dire” quando andiamo là fuori e comunichiamo a chi ci sta ascoltando. Le nostre affinità ci danno più forza e il nostro piacere nello stare assieme credo arrivi a destinazione. Molto spesso ho avuto l’impressione che il pubblico, oltre ad emozionarsi, si diverta con noi come noi facciamo quando condividiamo palchi ed esperienze.
A proposito invece delle differenze che riscontri nei nostri reciproci sound posso dirti che di certo nei Marlene Kuntz degli albori c’era una certa spinta a colpire di traverso lasciando col fiato sospeso, un’urgenza mossa da un’energia vagamente fuori controllo e per questo affascinante. Una spinta emotiva che sento accadere a tratti anche durante le mie esibizioni con i Testimoni, ma che di contro è inserita in quello che, anche da un punto di vista musicale oltre che narrativo, si configura come un viaggio interiore. Penso al naufragio quando penso ai nostri due modi di stare in musica, fulgente , tempestoso e a tratti rabbonito da una calma apparente nel bel mezzo di un temporale per i Marlene, avvolgente e visionario come un abbraccio in mare aperto e a tratti in picchiata dentro una corrente verticale per quanto mi riguarda.

A Lory non posso fare altro che augurare il meglio per il prosieguo della carriera, consapevole che si è in un periodo storico che pare non arridere molto positivamente a chi cerca di proporre qualche prodotto che sia davvero artistico e non meramente commerciale e alla mercè di tutti. Le qualità per emergere l’ex Tibe le ha proprie tutte, e si può pure avvalere di una etichetta che crede fermamente in lui e nei suoi progetti.

 

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