Intervista a Fabio Cinti, interessante cantautore di “nuova generazione” e fresco candidato al premio di Amnesty International con la sua “Dicono di noi”

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Fabio Cinti è uno dei cantautori emergenti più interessanti della sua generazione. Lontano dall’hype che sembra caratterizzare i vari Brondi, Dente e Brunori  – tanto per citare i tre che ultimamente sono riusciti in qualche modo a issarsi in alto nelle classifiche di vendite, tra artisti mainstream e nomi storici – sembra muoversi più sul versante autoriale della “classe” pura, quella che fa a capo a nomi come Paolo Benvegnù, tanto per capirci. Benvegnù che tra l’altro compare in “E lei sparò”, uno dei brani più riusciti dell’ultimo lavoro del Nostro, “Madame Ugo”, il terzo da solista (primo sotto etichetta Mescal) dopo alcune positive esperienze a fianco di artisti di riconosciuta fama come Morgan e LeLe Battista, che ha attivamente contribuito, assieme a Giovanni Mancini, alla produzione artistica di questo splendido album, uscito nel 2013.

Già con i precedenti lavori editi, in pratica autoprodotti e distribuiti da Venus, il trentaseienne Cinti aveva messo in bella mostra doti evidenti di raffinato cantautore, specie in brani come “Questo strano abisso”, “Lascia ch’io pianga” o “Canto alla durata”, tratti da “Il minuto secondo”, uscito nel 2012,  che non pare azzardato accreditare come un concept album moderno.

Ma è con questo “Madame Ugo” che Fabio scioglie le briglie del suo talento, allargando lo spettro degli argomenti e uscendo dal personale, dall’intimismo per spostarsi in territori più liberi, meno “condizionati” da influenze interne, fino a sposare efficacemente tematiche anche sociali, come accade splendidamente in quella “Dicono di noi”, incredibilmente, a detta dello stesso autore, quasi incredulo dinnanzi a un simile exploit, inserita nel pool di possibili canzoni vincenti il titolo di miglior brano per il prestigioso concorso annuale di Amnesty International, che va a premiare i testi particolarmente rilevanti da un punto di vista socio-culturale.

Abbiamo colto l’occasione per scambiare qualche chiacchiera con Fabio, volendo saperne di più del suo percorso artistico e di vita.

“Ciao Fabio, è un piacere per me ospitarti nel mio blog. Abbiamo la stessa età e condividiamo una grande passione, quella per la musica, seppur da ottiche diverse, diciamo così. Sono curioso di sapere quali sono state le tue maggiori influenze, come ti sei formato musicalmente? Ho appena terminato un saggio sulla musica italiana degli anni ’90. Immagino quella scena emersa in un determinato decennio abbia fatto parte anche dei tuoi ascolti, visto che poi ti sei ritrovato a collaborare con diversi di quei protagonisti, da Morgan e Livio dei Bluvertigo, a Paolo Benvegnù ex Scisma, fino al tuo recente produttore, il poliedrico Lele Battista, già nei La Sintesi.”

Ciao, piacere mio. Negli anni Novanta io frequentavo il Liceo ma in realtà, tranne per alcune eccezioni, allora non ascoltavo la musica che stava uscendo in quel momento anzi, ero anche poco informato. Ero ancora legato ai grandi classici della musica inglese soprattutto e ai nostri cantautori, che andavo scoprendo proprio in quel periodo nonostante l’ascolto venisse anche da più lontano, dalle influenze familiari eccetera. Alla fine degli anni Novanta invece, ai tempi dell’inizio dell’Università, ho invece iniziato a osservare quale poteva essere la mia strada, andando a intuito, e dove potessero collocarsi le mie prime composizioni. Le collaborazioni con le persone che hai citato non sono avvenurte per caso, certamente, ma sono arrivate quasi di recente, parliamo del 2010, insomma di qualche anno fa! Non mi sento quindi legato a nessuna scena in particolare, così come, nonostante le frequentazioni di alcuni locali che erano la fucina di precise tendenze, durante il periodo romano non sono stato immerso nella scuola romana.  Ho dato sempre molta più rilevanza alle persone, alla qualità dell’amicizia e a un tipo di legame che non nasceva dalle scelte musicali. Anche l’incontro con Morgan è stato casuale. Forse il nome che ci accomuna tutti è quello di Battiato ma, per quanto mi riguarda, non credo di appartenere a nessuna scena precisa, forse è male? non so, ma io mi vedo così…

 “Come sono stati i tuoi primi approcci verso la musica? So che hai iniziato da autodidatta, e la cosa mi colpisce vista la tua abilità notevole in fase di composizione e di evoluzione dei pezzi.”

Sì, sono completamente autodidatta, ma non mi ritengo uno strumentista, tantomeno polistrumentista. Suono quello che mi serve e per quel tanto che mi basta per poter creare le mie composizioni, anche se mi sono cimentato con pezzi a volte anche difficili da un punto di vista tecnico. Sono più affascinato dall’armonia, dalle possibilità degli incastri delle linee melodiche, dalle potenzialità degli strumenti musicali, dei timbri, sintetici o acustici. Mi sono sempre circondato di musicisti molto in gamba che continuano a essere indispensabili. Ognuno ha una visione diversa della musica, per molti – per i quali non ho interesse – è molto legata alla tecnica, per altri – neanche per questi ho troppo interesse – è fatta di sensazioni. Per altri – che non ammiro affatto – è un modo per sfogare cazzate (che purtroppo hanno anche consensi).

“Hai abbinato o comunque affiancato alla tua musica anche altre forme compiute di arte, dal teatro alla scrittura. Quanto di queste istanze, che immagino ben radicate in te, va a influenzare il tuo percorso artistico? O ritieni in qualche modo che queste siano delle espressioni a sé stanti, nell’ambito di un tuo percorso più eterogeneo?”

Se avessi le possibilità di immergermi ancora di più in quei mondi, se avessi più tempo, più occasioni, lo farei molto volentieri. Le forme d’arte sono un mezzo per comunicare qualcosa, di universale o di particolare. Con la formazione e con l’istinto si sceglie quella più congeniale, quella per la quale ci accorgiamo avere più talento (a volte ci si sbagli anche). Proprio in questo periodo con la mia squadra stiamo progettando uno spettacolo che mette insieme alcune discipline artistiche che interagiranno tra di loro. Trovo che sia anche fuori luogo e fuori tempo parlare di multimedialità, mi piace di più l’idea dell’interazione.

 “Riguardo la tua esperienza musicale, ho notato, pur nella continuità stilistica con i precedenti tuoi lavori, uno stacco soprattutto per quanto concerne i temi affrontati, più a fuoco e in parte ancorati alla nostra realtà rispetto al passato, anche se non hai rinunciato al tuo registro poetico. Sentivi delle esigenze nuove, si è trattato di un’urgenza creativa o senti semplicemente di essere in qualche modo “maturato” (fermo restando che ascoltando anche i primissimi tuoi brani, ho sempre avuto l’impressione che fossero di notevole spessore qualitativo)?”

Le canzoni – parlo del mio mondo, non in generale, non so com’è per gli altri – vivono due tempi e due percorsi non paralleli: quello della scrittura e quello della pubblicazione. A volte ho scritto brani che si sono rivelati pronti solo dopo anni. In altri casi la pubblicazione è stata immediata. È successo anche che mi sono ritrovato a scrivere con lo stesso registro di tempo addietro, così come in pasato ho scritto cose che sono più moderne di quelle di oggi. Sicuramente col tempo si matura ma non è detto che si migliori. Come dici tu, è necessario avere sempre delle esigenze e delle urgenze creative, altrimenti, se si scrive “tanto per”, risulta inutile. Mi capita, in questi tempi, di ascoltare alcuni album completamente vuoti e per giunta ripetitivi da un punto di vista di contenuti. Spesso alla gente basta ricordargli di quanto è bello bere il caffè in un mattino sereno…

“La tua anima sperimentale viaggia di pari passo con un tuo stile reso ormai piuttosto riconoscibile all’ascolto di canzoni dall’indubbio fascino evocativo quali “Genet”, “Finisce l’estate” o “Che ci posso fare” che a mio avviso hanno la capacità di cullare l’ascoltatore, accompagnandolo dolcemente attraverso le belle immagini descritte. Quale sarà il tuo prossimo step creativo, dove intendi premere l’acceleratore fra le tue diverse inclinazioni?”

Dalla fine delle lavorazioni di Madame Ugo ho iniziato un percorso mentale nuovo, legato anche alla dissoluzione di alcune abitudini. Viviamo in tempi di polemica facile, di menzogne, di inspiegabile voglia di apparire, di contare qualcosa, di avere potere. E soprattutto di confusione: non è facile prendere posizione su qualcosa proprio perché a volte in un determinato argomento coesistono verità contrastanti. In tutto questo magma che sembra dover esplodere è evidente una esponenziale caduta: è di questo che voglio parlare.

“Infine Fabio, non mi resta che complimentarmi nuovamente con te per il bel riconoscimento di “Amnesty International”, nella speranza – perché no? – che tu possa sbaragliare la concorrenza e aggiudicarti il prestigioso premio con la tua viscerale e intensa “Dicono di noi”. A questo punto sono curioso di chiederti che aspettative avevi quando hai partorito questo brano. Immaginavi di avere tra le mani un pezzo di tale levatura?”

Grazie. Il brano è nato da un sentimento semplice e puro di protezione, di “custodia”, la volontà di difendere (non senza una certa rabbia) ciò che si ama, così come una madre difende i suoi cuccioli. Non avevo nessuna “mira”, né sociale, né politica, né tantomeno polemica. Tanto che all’inizio, prima che venisse inserito nell’ultimo album, il brano era in free download sul mio sito. Avevo solo voglia di dire che quell’atteggiamento è sbagliato e infame. Non sono contro la Chiesa, è la Chiesa che è contro di me. Così è stato per il video, dove alla fine io raccolgo il libro da terra (sfuggito per separare gli amanti) per ridarlo al vescovo, con l’intenzione muta ma evidente di dirgli “se seguissi davvero i precetti cristiani, non saresti così ottuso”. Quindi nessuna aspettativa, e questo ha reso la nomination tra i dieci finalisti del Premio Amnesty International una totale sorpresa.

 

In bocca al lupo per tutti i tuoi progetti e spero di incontrarti presto a uno dei tuoi concerti!

 

 

 

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