Recensione di “Sappy” (ed. La Gru), opera collettiva in commemorazione di Kurt Cobain. 12 interessanti racconti di altrettanti autori emergenti da tenere d’occhio

Ho atteso con trepidazione l’arrivo a casa della raccolta di racconti edita dagli amici di “Edizioni La Gru”, dedicata al mito di Kurt Cobain, intitolata nella fattispecie “Sappy – Ovvero il conformismo è la scimmia dell’armonia”.

sappy

Precisamente uscita per l’interessante collana “Pop”, già attiva con altre pubblicazioni di ampio respiro, l’argomento chiaramente da subito ha acceso una lampadina in me, essendo come risaputo il sottoscritto grande appassionato di musica, di rock in particolare, di… Nirvana, nel caso specifico.

Ma è altrettanto evidente che, dietro all’operazione condotta da Massimiliano Mistri e Serena Isa Coppola, non ci fosse soltanto il desiderio, pur sincero, di omaggiare un periodo storico, una ricorrenza che molti della mia generazione portano nel cuore, ma piuttosto quello di far rivivere attraverso racconti di fantasia, lo spirito del tragico leader della band, l’anima di colui che in molti casi ha lasciato solchi profondi nelle coscienze.

Quindi, non solo a un potenziale pubblico di lettori musicofili sembra arridere la raccolta, ma forse a chiunque abbia voglia ancora di emozionarsi, di lasciarsi andare, pensandosi “a braccetto” col biondo e tormentato artista, qui declinato mediante forme e stili alquanto differenti.

Il filo logico che tiene uniti tutti i pezzi è la grande empatia degli autori selezionati (12 su una miriade di manoscritti giunti in redazione in quel di Padova), i quali, ognuno col proprio stile, è stato in grado di trasmettere forti emozioni, anche se giocoforza nello stilare un giudizio complessivo mi devo affidare pure a una componente personale, di “gusto” tutto mio, senza per questo inficiare la soglia dell’oggettività che ogni (buon) recensore, o per lo meno onesto, dovrebbe tenere sempre presente.

Introdotta da una breve ma sentita prefazione dell’artista multiforme Francesca Chiara Casellati e chiusa con una toccante “Ghost track” (espediente molto usato specie nei dischi del periodo “Nirvaniano”, grunge, guarda caso!) dello stesso editore Mistri, i racconti “non autorizzati su Kurt Cobain” – come sottotitolo indica – rappresentano un viaggio, in molti casi, onirico, dentro l’animo umano, con la presenza/assenza significativa, talvolta ingombrante del protagonista.

Siccome in un recente passato sono stato un insegnante, non ho perso l’abitudine di assegnare voti: lo farò anche in questa occasione, precisando che di norma venivo considerato “severo il giusto”… a parte gli scherzi, non ci sono insufficienze, tutti gli scritti qui presenti sono meritevoli di approfondimento e di buona qualità.

“Helpless Revisited” di Falconiere Del Bosco

A scanso di equivoci, anticipo subito che si tratta a mio avviso del racconto più compiuto e riuscito. Mi è piaciuto molto il parallelismo tra Kurt e Michele, l’intreccio a distanza tra le loro vite al suono di Neil Young (passione dello scrittore),facendo quindi l’autore del brano un riferimento a uno dei modelli ispiratori del leader dei Nirvana.  VOTO 8

“Boddah” di Andrea Malabaila

L’autore (e editore della valida casa editrice torinese “Las Vegas”) è un profondo conoscitore e appassionato di musica, al quale ha dedicato pure un romanzo, il suo recente “Revolver”, storia di una rockstar, o meglio di uno scrittore alle prese con una storia da raccontare sulla vita di una rockstar tormentata, Damon Kidd. In questo racconto Andrea ci racconta un Kurt “terra terra”, reale e concreto, spiegato dal punto di vista di un amico “immaginario”, tale Boddah. Tra le righe, mentre leggevo pensavo volesse riferirsi all’amico gay delle superiori, ma poi si scopre appunto che si parla d’altro.  Ben confezionato, ma forse un po’ didascalico. VOTO 6.5

“Diario” di Giuseppe Testa

Breve istantanea quella di Giuseppe Testa, una sorta di racconto autobiografico, un viaggio a ritroso nella memoria, a quando l’autore era poco più di un adolescente e si ritrovò in pratica a fare i conti con il “bombardamento” mediatico successivo alla morte di Kurt, senza purtroppo averne vissuto l’epopea, essendo all’epoca poco più che pre-adolescente. Impaurito all’idea che il suo tempo potesse essere poi rappresentato da Antonacci e compagnia bella, riuscirà poi col tempo a recuperare. VOTO 6

“Polly” di Francesco  Aprile

Una scrittura ondivaga, viscerale, personale quella del pugliese Aprile, saggista e movimentatore letterario. Tratti di autentica poesia tra le righe di questo racconto, per distacco il più “strano” e coinvolgente del lotto. VOTO 7,5

“Live” di Piero Balzoni

Lo sceneggiatore romano, già autore per “La Gru”, e editor per alcune produzioni televisive, inscena – è il caso di dirlo – una storia alquanto surreale, di reincarnazione riuscita a metà con finale a sorpesa, affidato a un dialogo tra il protagonista e la moglie. VOTO 6

“Certe polaroid sono meglio di altre” di Andrea Gratton

Veramente emozionante questo racconto del friulano Gratton, a sua volta musicista rock. Delicato, dolce, a dispetto dell’animo tormentato che muove l’autore nelle sue diverse attività professionali. Parla di amicizia, di empatia, della meraviglia nel ritrovarsi fianco a fianco con qualcuno che ci sembra di conoscere da sempre. VOTO 7,5

“Chelsea Hotel” di Sara Maria Serafini

Forse il racconto meno “immerso” in Kurt Cobain, ne rievoca mediante un dialogo con il gestore del famoso hotel alcuni vizi e virtù, alimentando il rimpianto per ciò che non c’è più e poteva essere. Ben scritto ma forse poco ispirato. VOTO 6,5

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“Club 27” di Chiara Abbatantuono

La storia di due amiche “borderline” e dell’epilogo tragico di Tony, fratello di una di loro, entrato nel cosiddetto “Club 27”, quello delle morti precoci eccellenti, quello del loro idolo Cobain. Scrittura nervosa, diretta, schietta, quella della giovane barese. VOTO 7

“Impiccato plus ruota motrice” di Alessandro Rosanò

In questo racconto Kurt Cobain è vissuto più come metafora di un disagio esistenziale, lo stesso che affligge il personaggio principale, alle prese con una “visione” che sa di incubo, ma forse anche di presagio. Ritmo serrato in un contesto onirico. VOTO 6,5

“Smells like teen spirit” di Daniele Sartini

Sartini mette in scena un racconto crudo, usando uno stile fluido e molto “street” . Il protagonista vive una sorta di identificazione quasi con il leader dei Nirvana, ma alla fine della fiera la sua ossessione diventa alienazione, nel momento in cui si rende conto di aver giocato una carta troppa alta con la propria vita. VOTO 7

“Mi sento violata” di Monica Acito

La giovanissima scrittrice campana, appena ventenne, scrive una minibiografia di un’adolescente che trovò la sua ragion d’essere ascoltando le liriche di Cobain e le intense musiche della sua band. Una ragazza quasi disadattata, poco inserita nella società ma invero molto più lucida di tanti “finti” alternativi: una che aveva bisogno di una credibile voce per sentirsi rappresentata appieno nella sua diversità. Diventerà donna senza perdere la sua peculiarità. VOTO 6

“Quella notte prima del Natale del ‘91” di Alberto De Poli

Il trevigiano De Poli ha esordito relativamente tardi con la scrittura, nel 2011, alla soglia dei 40 anni ma da allora di strada ne ha fatta, diventando uno di quei nomi da tenere d’occhio, alla luce dell’acclamato “Incubi a NordEst, andata e ritorno”, pubblicato da “La Gru”. In questo racconto, uno dei più brevi della raccolta, ricorda il primo approccio avvenuto con la potente musica dei Nirvana, e con la voce di Cobain in particolare, capace di insinuarsi nelle sue orecchie, nella sua pelle, nella sua mente, e di rimanerne segno indelebile. Il tutto in modo meno convenzionale possibile, al termine di una noiosa cena di lavoro. Ma, si sa, spesso tra i colleghi c’è sempre qualche “insospettato” che la sa più lunga di te e può farti – magari inconsapevolmente – scoprire un mondo nuovo, come nel caso di Daniele, già fan dei Sex Pistols. VOTO 7,5.

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