Recensione di “Life” di Keith Richards!

Lo ammetto, mi piace molto leggere le biografie degli artisti, dei gruppi o più semplicemente di personaggi di vari settori della sfera pubblica che abbiano qualcosa di davvero solido da divulgare. Ostico però – specie dopo averne divorate diverse negli ultimi due decenni – trovare di che essere soddisfatti, e chi mi legge su queste pagine sa quanto posso essere critico al riguardo, specie quando queste “storie di vita” diventano più semplicemente delle agiografie.

liff

Nel caso delle autobiografie, poi, spesso e volentieri queste sono delle interviste mascherate, magari (o quasi sempre!) affidate a dei ghost writers. Ultimamente almeno viene indicato “con chi” è stato approntato il libro, giornalista o scrittore che sia.

Ma ci sono anche delle fragorose eccezioni, come quella di recente letta, di Nick Mason, prima di tutto storico batterista dei Pink Floyd ma scopertosi pure penna affilata, ironica, fantasiosa.

Rimasi soddisfatto, e decisi poco tempo dopo, di buttarmi a leggere qualcos’altro di altrettanto funambolico, forte, complesso, come da molti amici o addetti a lavori rassicuratomi. La nuova autobiografia in questione, quella di cui vado a scrivere un’opinione, è quella di Keith Richards, chitarrista, co-fondatore e compositore dei Rolling Stones.

Da tempo ne leggevo qua e là pareri entusiasmanti e la natura del soggetto, mitizzata finchè si vuole, in effetti, si prestava quanto meno a un approfondimento da parte mia. L’occasione propizia ma causale è capitata in una libreria Feltrinelli, durante una gita a Mantova con la mia adorabile fidanzata. La quale si era come impuntata di farmi un regalo (santa donna, vero?) e la scelta me la fece fare a me. Rimasi in libreira quasi un’ora, poveretta, perché quando devo scegliere un libro, davvero rischio di perdermi: sono un lettore “forte” come si dice, ho sempre tanti titoli nella mia personale lista e, appena finito di leggerne uno, passo subito ad un altro.

keith

“Life”, il libro in questione si presentava bene, “massiccio” come me, poche foto (per carità, mi piacciono, ma non quando si tappezza un libro per oscurarne la mancanza di contenuti o di materiale scritto interessante), tante tantissime parole e una struttura che, come letto nella quarta di copertina, si prestava a farne un sunto esaustivo della sua carriera, o meglio, della sua vita appunto.

Vita dissipata, lunga (nel momento in cui scrivo Richards ha da poco varcato la soglia dei 70 anni e alla luce di quanto descritto minuziosamente nel suo libro, è un miracolo che sia ancora tra noi, detto con  la massima stima e felicità!) e in effetti quanto meno avventurosa, segnata da una passione incrollabile per le sette note, per la musica nelle sue multiforme, non solo amore per la chitarra, suo strumento principe, di cui è un assoluto virtuoso, ma per tanti altre forme espressive. Ma, oltre a una vita segnata dall’incidenza della musica, parallela, strettamente correlata, ce n’è un’altra, altrettanto incisiva nel suo  caso, ed è riferita, impregnata, vincolata alla sua dipendenza dalle droghe. Una massiccia caduta, perdita nel vuoto da parte del chitarrista che per anni, decenni quasi, lo ha visto estraniarsi non solo dal contesto musicale, ma proprio dai suoi stessi affetti, dagli amici, ai familiari, persino dal figlio in un primo momento. La droga che diventa unico appiglio, non unica ragione di vita nel suo caso, perché la musica per sua fortuna non è mai stata messa all’angolo, ma per gran parte dell’opera, si legge quasi una mistificazione da parte sua della potenza persuasiva delle sostanze, capaci di offuscare ogni cosa. Veramente pesanti risultano certe parti, e non lo dico da “puritano” o da bigotto, pur non essendomi mai personalmente fatto una canna in vita mia. Ma leggere di due persone – lui e l’amata compagna Anita Pallenberg completamente schiave dell’eroina in particolare, distruggere tutto quello che avevano concepito, mirando solamente a un obiettivo, procurarsi la roba, mettendo in secondo piano tutto il resto, mi ha fatto proprio male. Senza contare la minuziosità, la lucidità con cui Richards descrive certe scene, o come descrive la stessa roba, come si taglia, come si procura, tutto quel mondo che nel suo caso era diventato IL mondo. E’ stato davvero bravo Keith a uscirne, e ora sono 30 anni che è pulito ma si rende conto benissimo di essere un sopravvissuto. L’altro aspetto, citato all’inizio, e probabilmente – assieme all’amore per i figli e per la nuova compagna – la ragione per cui ha continuato a lottare contro la droga, uscendone alla fine spavaldo vincitore, è l’amore puro, incondizionato, genuino, fanciullesco per la musica. Davvero, leggere le pagine dedicate al suo amore per la musica è puro piacere, e non si allude solo a quella degli amati Rolling Stone, alla sua amicizia e al suo grande rispetto per Charlie Watts, anzi, molte di quelle pagine sono al vetriolo, specie quelle sul “gemello”, amico/rivale Mick Jagger, così vicino e così lontano da lui. No, la sua passione per la musica prevarica la pur ricca, straordinaria, unica esperienza con la sua band di riferimento, estendendosi ben oltre, partendo dalle radici, andando a perlustrare territori inusuali, culture affascinanti anche lontanissime dal suo entroterra storico e culturale. E poi, per quanto io non sia un musicista, è stato piacevole e interessante leggere tutte quelle parti “tecniche” dedicate al “suonare” la chitarra, tutti quei trucchetti, spesso rubati agli artisti che lui stesso ha amato. Tante facce scorrono nel libro, tanto che l’indice dei nomi alla fine è vastissimo! Tanti nomi importanti nella sua vita, tanti modelli, tanti ispiratori, tante donne, tanti amici soprattutto. E poi a un certo punto, spesso sorprendendoti, fanno capolino perle di poesie nel contesto di un linguaggio altrimenti crudo, sin troppo viscerale, a tratti diretto e scurrile. Poesie che sono poi divenute canzoni dei Rolling Stones e io sinceramente non sapevo che gran parte delle canzoni alle quali sono più legato del gruppo fossero state scritte proprio da lui. Che le musiche fossero per la grandissima parte farina del suo sacco era risaputo ma che anche diversi testi, diverse ballate tra le migliori a mio avviso dell’intero catalogo degli Stones provenissero dalla sua penna e dal suo cuore, quello francamente mi ha sorpreso in senso positivo. Si era abituati all’immagine di lui come del ribelle, del cattivo, dello sporco a tutti i costi,  e lui spesso nel libro allude a quanto di costruito ci sia in questo e dopo aver letto la sua storia si capisce invece quanto di più ci sia in lui. Un bel libro davvero, consigliatissimo a tutti gli amanti delle storie rock!

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