Recensione di “Music Graffiti”, il film di Tom Hanks sull’ascesa e la rovina di una giovane band degli anni ’60

Ho rivisto di recente “Music Graffiti”, un film musicale uscito nelle sale nel 1996, e scritto e diretto da Tom Hanks, qui all’esordio dietro la macchina da presa, lui che –  da attore protagonista – in quel periodo era reduce dai due trionfi ravvicinati di pubblico e critica “Philadelphia” e “Forrest Gump”.

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“Music Graffiti” tenta di recuperare l’atmosfera magica dei “sixtees” americani, quando ogni sogno sembrava davvero alla portata di mano, specie per i giovani, che agli albori di quel decennio cominciavano ad emanciparsi, se non proprio a divenire “categoria” a sé, visto che dagli anni ’50 in poi con il boom economico, la ripresa torrenziale di uno sviluppo sociale e culturale tutto a stelle e strisce, e con le possibilità offerte dopo che gli anni della Grande Depressione e di una Guerra Mondiale in pratica quasi immacolata su suolo americano, eccezion fatta per la base di Pearl Harbour, diventando protagonisti in prima persona di questi epocali cambiamenti di portata storico.

Il contesto in cui si muove la pellicola è quello legato alla musica, o meglio – verrebbe da dire – allo show business, che vedremo già agli albori, in un certo senso spietato.

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Pur non fortemente caratterizzato a livello ambientale – specie se paragonato ad alti film inscenati nella medesima epoca, penso ad “An Education” o al biopic di John Lennon “Nowhere Boy” – il film vuole ricalcare un fenomeno di massa davvero avvenuto in quegli anni negli USA, conseguente alla dilagante “beatlesmania”, avvenuta all’incirca nel periodo da cui partono le avventure dei ragazzi protagonisti, alle prese con un’ ascesa imperiosa quanto estremamente veloce nel mondo delle classifiche.

Un immaginario, quello delle college band che ben si sposava appunto nel 1964 con quanto si stava assistendo davvero, con giovani musicisti ingaggiati per fronteggiare l’invasione britannica. Gli One-ders, poi ribattezzati con un più efficace Wonders, nascono come un semplice prodotto della più genuina provincia americana, lontana dai lustrini e impegnata con ballate morbide e suadenti a conquistare un pubblico di ragazze romantiche, sull’onda del talento del frontman Jimmy, ai quali viene affiancata una devota e splendida Liv Tyler, qui quasi agli esordi, appena diciannovenne e che da lì a poco diverrà famosissima grazie alla sua efficace interpretazione di Lucy nell’acclamato “Io Ballo da Sola” del nostro Bernardo Bertolucci.

Le cose per il gruppo cambieranno drasticamente quando verrà ingaggiato in modo del tutto fortuito – il batterista originario si ruppe un braccio in maniera piuttosto comica – Guy (ben interpretato da Tom Everett Scott), abilissimo dietro ai tamburi e dalle forti influenze jazz. Il giovane ragazzo accelera incredibilmente le composizioni della band, facendo diventare così gli Wonders un gruppo da ballo, capace di coinvolgere fino a scatenare le folle, dapprima di studenti e studentesse, poi di una Nazione intera.

Dapprima vinsero una sorta di talent scolastico – viene da pensare che gli Americani fossero avanti anche in questo, visti i tempi odierni dove nascono come funghi fenomeni legati a eventi simili – poi grazie a un manager illuminato, cominciarono a mietere i primi successi e accumulare sempre più esibizioni live nei locali, una dietro l’altra, fino a farsi ingaggiare da un discografico competente ma in un certo senso privo di scrupoli, ben inserito nel meccanismo del business musicale, con gli agganci giusti e pienamente consapevole di quelle che potranno essere le carte del successo. Tom Hanks, nel ruolo del talent scout, è davvero efficace e il suo personaggio risulta essere in linea con quello di molti manager dell’epoca, capaci di sfruttare al massimo le potenzialità della band, ma non di pianificare per forza una sorta di carriera vera e propria. Musica come prodotto, già all’epoca – e del resto in quei tempi in America spopolava le classifiche una band costruita “in vitro” come i Monkees che seppero, a livello di vendite, contrapporsi addirittura ai Beatles.

Ascesa fulminea e crisi paventata e poi avvenuta quindi per gli Wonders, secondo un destino che si dispiega pian piano nel corso del film, e comune come detto a molte band finite nelle mani abili ma poco sensibili di manager in cerca della “gallina dalle uova d’oro” alla quale attingere finchè possibile. Un film godibile, assolutamente credibile soprattutto, da recuperare se siete amanti del genere storico-musicale.

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