Recensione de “I cowboy non mollano mai”: l’autobiografia di Max Pezzali

Ammetto di aver letto piuttosto voracemente – in mezzo a numerosi impegni – il libro “I cowboy non mollano mai”, in pratica la “vera storia”, come evidenziato nel sottotitolo,  di Max Pezzali. Uscito per Isbn edizioni, segue a distanza di svariati anni un altro libro dai sapori autobiografici “Stessa storia, stesso posto, stesso bar” (che nel titolo richiamava l’intro del classico degli 883 “Gli anni”, vero e proprio manifesto generazionale per l’epoca) e dal romanzo “Per prendersi una vita”, il libro è un fedelissimo ritratto di uomo di 46 anni, eterno giovane, capace di guardarsi dentro, con slanci autoironici – nei continui riferimenti alla “sfiga cosmica”, più volte associata a molte delle canzoni primigenie del gruppo- ma anche denotando poco stacco emotivo, come se tante situazioni avessero marchiato per sempre la sua esistenza.

maxx

Per questo nel libro si perde il conto delle riflessioni dell’autore sul vivere in provincia, sul non essere in grado di rinnegare le proprie origini, nonostante la vita ti porti inevitabilmente da altre parti e altre direzioni, in una sorta di confortante dannazione.

Tanti, tantissimi gli aneddoti, su di sè, la sua adolescenza, il rapporto coi coetanei, con le donne nello specifico, sempre ambite e viste spesso come mete irraggiungibili, almeno fino al conseguimento di una fama che, come ben si evince scorrendo le pagine del libro, non ha mai scalfito l’animo umile e modesto di Max, comunque legato alle logiche del “bar”, del gruppo degli amici, dei nerd, come spesso e volentieri si autodefinisce, quasi con orgoglio. E poi, ovviamente l’amicizia e il sodalizio con quel Mauro Repetto, così diverso sin dai primi incontri al Liceo Scientifico, eppure simile nel voler affermarsi, nel voler ricacciare un destino che pare già scritto per molti ragazzi “di provincia”. Insomma, un libro da gustare, se almeno siete tra coloro che considerate Max un ragazzo “della porta accanto”: dentro le pagine non troverete mai parole autocelebrative, nonostante i milioni di dischi venduti, nonostante sia divenuto una sorta di icona per tantissimi della mia generazione. Io, 15enne all’epoca del fulminante esordio degli 883  “Hanno ucciso l’uomo ragno” ero tra coloro capaci di sciorinare a memoria i testi chilometrici del duo, ricchi di riferimenti “bassi” e dal gergo giovanile così d’impatto rispetto ai canoni tradizionali della musica leggera italiana, categoria nella quale era difficile incasellarli. Un successo, quello del duo, difficilmente pronosticabile a quei livelli, e certamente non costruito a tavolino, e che raggiunse l’apice nel 1998, in occasione del concerto in piazza Duomo a Milano, dove Max con la sua band allargata raccolse sotto un diluvio ben 100.000 persone. Poi, ammetto di non aver più seguito Pezzali nel suo percorso solista… certo, ne conosco i singoli, apprezzo ancora qualche episodio, ma nel mio immaginario rimane lo stesso di quei tempi, per molti davvero rappresentativi di un’epoca in perenne e veloce mutamento.

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