Recensione di “Tutti i santi giorni” di Paolo Virzì: un film splendido con due imperdibili protagonisti

Come recensore occasionale di film, metto in prima fila tra le buone caratteristiche di colui che si prende la briga di scrivere sicuramente l’obiettività, ma allo stesso tempo occorre che ci sia anche l’onestà. E io, onestamente, non posso non premettere prima di disquisire di “Tutti i santi giorni”, che Paolo Virzì – se molti indizi fanno solitamente una prova – sia uno dei miei registi preferiti, al pari di Marco Tullio Giordana.

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I due sono invero paragonabili, si muovono su piani diversi, ma mi lasciano sempre qualcosa di profondo. Sì, ok, seguo con passione anche i vari Sorrentino, Bellocchio, Soldini o Piccioni, ma nel caso di Virzì riesco sempre a provare una forma di “empatia” nei confronti dei personaggi, sempre ben tratteggiati.

Il film, solo liberamente tratto dall’altrettanto coinvolgente romanzo di debutto di Simone Lenzi (leader dei livornesi Virginiana Miller), qui in veste di co-sceneggiatore assieme allo stesso regista e al polivalente Francesco Bruni, si snoda tra Roma e la Sicilia, e mette in primo piano i sogni, le ansie di una giovane e, all’apparenza, strampalata coppia: quella formata dall’intellettuale e timido Guido e la più sfrontata e “artista” Antonia. Entrambi hanno un lavoro piuttosto ordinario, anche se lei cova ancora il sogno, seppur saggiamente celato (infatti è più il suo compagno a “spingerla” a continuare a inseguirlo) di cantare e farsi notare con le sue composizioni di stampo acustico – intimistico. I due vivono una fase classica di molte coppie: convivono, hanno sulla trentina d’anni, sono in affitto in un decoroso appartamento e hanno la voglia, il desiderio, l’esigenza di coronare la propria esistenza e il loro amore (perché è evidente che il loro rapporto si basi su un profondo sentimento), mettendo al mondo un erede. Sarà la loro una lunga battaglia, fatta di paure, aspettative, frustrazioni che ne metteranno a dura prova l’equilibrio raggiunto e la maturità.

l'affascinante protagonista Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony: una rivelazione!

l’affascinante protagonista Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony: una rivelazione!

Un film splendido, dove a primeggiare sono i giovani protagonisti, scelti accuratamente ed entrambi saliti giustamente agli onori della cronaca, osannati dalla critica. Nominati ai David di Donatello, ai Nastri d’Argento e al Globo d’Oro nelle rispettive categorie (miglior attore e migliore attrice protagonista) Luca Marinelli e Federica Victoria Caiozzo (in arte Thony, che nella vita è una cantautrice), a mio avviso se lo sarebbero anche meritati, vista la genuinità e l’intensità delle loro prestazioni.

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Se il primo era già stato ampiamente notato e apprezzato in un precedente film da protagonista (l’ostico “La solitudine dei numeri primi”), la seconda è stata una vera e propria scoperta del regista Paolo Virzì che dapprima l’aveva contattata esclusivamente per affidarle la colonna sonora, scoprendone poi doti attoriali non comuni. Una delle sue canzoni che si sente nel film (“Flowers Blossom”) ha vinto il Ciak d’Oro come miglior canzone originale, mentre è da rimarcare come anche un premio prestigioso come il David di Donatello sia finito al film per merito del contributo dei già citati Virginiana Miller, di cui ho accennato all’inizio. La canzone “Tutti i santi giorni” del gruppo livornese, inserita nell’album “Venga il regno”, si è infatti aggiudicata la statuetta come “Miglior canzone originale”. Per i fini conoscitori musicali il nome della band non deve essere nuovo, visto che, guidati da Simone Lenzi, il sestetto da quasi vent’anni sforna deliziose e raffinate canzoni che si muovono sul solco di un pop rock d’autore, se così si può definire, nel quale i testi hanno sempre rivestito un ruolo tutt’altro che marginale o funzionale al già buon apparato musicale. Come detto, Lenzi è pure uno scrittore, avendo iniziato come traduttore e poi cimentandosi in prima persona come romanziere. Proprio dal suo “La generazione” è tratto  questo film, al quale ha fatto seguire quest’anno l’interessante “Sul lungomai di Livorno”.

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