Intervista esclusiva a STEFANO FIORI, per anni una colonna dei RATTI DELLA SABINA

PELLEeCALAMAIO ha il piacere di ospitare sulle sue pagine Stefano Fiori che per anni ha condiviso il ruolo di uomo guida assieme al fondatore Roberto Billi nei Ratti della Sabina.

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“Buongiorno Stefano, prima di tutto, come ti vanno le cose? Partiamo dall’odierno, come procede l’attività da ex “ratto”, nella nuova denominazione “Area 765”? La musica continua a mantenere quell’alone magico nella tua vita, un ruolo preponderante o è stato in qualche modo messo da parte l’impeto che vi animava. Insomma, “invecchiando” subentra più consapevolezza e l’indignazione o la voglia di sfogare le proprie idee è sempre la medesima?”

Ciao Gianni, le cose vanno molto bene, grazie. Con area765 siamo al terzo anno di vita e siamo in chiusura del Tour estivo 2013, anche se poi sostanzialmente i nostri tour non finiscono mai poiché l’attività live rimane l’elemento principale della nostra espressione artistica.

Per quanto mi riguarda, la musica, e nello specifico scrivere canzoni, è ormai una fatto di esigenza piuttosto che di voglia. Da che ho cominciato di tempo ne è passato e “invecchiando” sicuramente il modo di comunicare il proprio punto di vista può essere mutato. Riascoltando le prime canzoni che ho scritto provo un senso quasi di tenerezza derivante dall’”istinto” che trasudano; Oggi magari sono più riflessivo, ma questo credo che sia inevitabile al cospetto del tempo che hai visto passare.

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“Come “Ratti della Sabina” avete avuto un percorso molto particolare, partendo da una grinta, una personalità straripante che non aveva sin da subito paura di schierarsi, di denunciare quella parte sociale più deleteria. E in più da buskers agli esordi davate proprio l’idea di un gruppo coeso, che prima di tutto faceva cose con autentica genuinità. Quando è scattata in voi la voglia di “fare sul serio” e di pubblicare?”

La voglia di pubblicare diciamo che è scattata da subito. Le prime registrazioni finirono su di un CD (credo ormai introvabile) di cui noi stessi ne fotocopiavamo la copertina, ed era il 1997. Più genuino di così si muore!

Più che la necessità di schierarsi avevamo (e continuiamo anche nel progetto area765) la necessità di esprimere la propria visione delle cose, il proprio punto di vista, le proprie idee. 

“Nei ’90 c’era una folta schiera di gruppi legata assieme da una chiara comunione di intenti, quanto si avvertiva tra voi l’idea condivisa di far parte di una scena, chiamiamola per facilitare di area folk?”

La vera e propria consapevolezza forse non c’è mai stata. Noi seguivamo la nostra strada come sicuramente anche gli altri gruppi facenti parte dell’”area folk”. Il fatto di far parte di una “scena” è un qualcosa che, più che il gruppo in se, percepisce il pubblico e soprattutto gli addetti ai lavori che per motivi di connettività comunicativa tendono a creare macro-categorie musicali.

 “Voi avete a un certo punto, direi quasi da subito, evidenziato arrangiamenti potenti, nei quali era impossibile non rimarcare la vena rock, tanto che eravate forse gli unici a saper unire assieme le due anime, folk e rock. La vostra è stata solo una soluzione azzeccata ponderata al fine di rimarcare ancora di più certi messaggi già espliciti oppure una naturale evoluzione di crescita artistica?”

Abbiamo cominciato che eravamo un gruppo puramente folk nel tempo abbiamo creato uno spazio sempre più evidente da riempire con un groove di batteria basso e chitarre elettriche di matrice rock. Nel farlo abbiamo seguito semplicemente il nostro istinto e quella che era una linea evolutiva che ha coinvolto tutti gli elementi del gruppo.

“Raramente si sono visti due frontmen, due leader autentici, combaciare in questo modo, sposandosi alla perfezione in funzione del gruppo, pur essendo diversissimi come attitudine, almeno così mi viene da pensare ripensando alle canzoni scritte e interpretate da te e quelle da Roberto. Intesa naturale o no, era stupendo riscontrare nei dischi delle differenze stilistiche che poi si declinavano con la diversificazione di vari aspetti della forma canzone, come l’uso o meno della componente ironica (che spesso e volentieri ha sfornato capolavori), la forma più “sloganistica”, quella più di denuncia e quella più sognante, romantica, se mi concedi il termine. Come vi organizzavate nella fase di composizione? Voi arrivavate con i pezzi nuovi e lavoravate assieme sugli arrangiamenti e i vari aspetti sul suono o c’era condivisione sin da subito con gli altri componenti?”

Nella maggior parte dei casi le canzoni arrivavano da me e da Roberto già complete della loro struttura in termini di musica e testo. Insieme agli altri elementi del gruppo poi si provvedeva al confezionamento definitivo del brano su direttive consigliate dagli autori. Nell’ultimo periodo dei “Ratti”, su canzoni scritte da me, ho lasciato maggiore libertà di espressione, in fase di produzione artistica, a Carlo Ferretti e Valerio Manelfi. Portavo le mie canzoni chitarra e voce, le affidavo a loro e loro provvedevano a farle suonare.

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 “Ritengo il vostro album del canto del cigno ( “Va tutto bene”) uno dei migliori tra quelli che avete sfornato: ricco di spunti, di atmosfere, dove tra l’altro vi erano per la prima volta anche brani co-firmati dagli altri componenti della band. Davvero non mi sarei aspettato l’epilogo del gruppo. Stanchezza, esigenze artistiche diverse… cosa ci fu davvero all’origine della rottura tra voi e colui che fondò il gruppo, anzi prima di tutto fondò l’idea stessa di band, avendo ideato il logo e il nome addirittura prima del fatidico incontro con te? Ci sarà mai una reunion dei Ratti e se così non fosse quale gruppo ritenete possa prendere in mano la vostra eredità musicale e culturale? Io butto lì un paio di nomi: Legittimo Brigantaggio e Riserva Moac, che ne pensi?”.

I “Ratti della Sabina” sono durati per 14 anni e sono stati costituiti sempre dagli stessi 8 elementi, se ci pensi bene è un piccolo record. Come tutte le cose anche il progetto “Ratti” ha avuto un inizio e una fine. E’ stato più che altro un processo fisiologico con alla base esigenze sia artistiche che personali diverse fra gli elementi che hanno costituito il progetto stesso. Al momento mi sento di escludere una possibilità di reunion, ognuno ha i propri progetti e sta investendo tempo ed energia in quelli

Sinceramente non credo al concetto di eredità artistiche, ognuno ha la sua storia e le proprie strade da seguire. Sia i “Legittimo Brigantaggio” che “La Riserva Moac” sono realtà validissime con i loro stili delineati e in piena fase evolutiva.

“Ti saluto facendoti un grosso in bocca al lupo per la tua carriera, per il proseguimento di tutti i tuoi progetti e mi auguro di potere vedere inserito o inserirlo io stesso, dovessi cimentarmi in un futuro in un altro ipotetico saggio sugli artisti italiani, il tuo nome ancora per tanti anni tra i più significativi di un decennio”

Grazie a te Gianni, e in bocca al lupo per i tuoi progetti.

(Gianni Gardon – PELLEeCALAMAIO blog, http://www.yastaradio.com)

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