Intervista a JACOPO RATINI, cantautore emergente tra i più originali in circolazione, protagonista a Sanremo Giovani nel 2010

PELLEeCALAMAIO incontra il giovane cantautore emergente JACOPO RATINI, protagonista a Sanremo Giovani nel 2010.

E’ stato davvero un piacere per me scambiare una bella chiacchierata telefonica con Jacopo Ratini, uno tra i più interessanti cantautori dell’ultima generazione. Sentirlo parlare mi ha dato ulteriore conferma che si tratta di un ragazzo serio, umile ma pure ambizioso e con  la voglia di imprimere a fuoco il suo nome all’insegna dell’arte più a tutto tondo, tenendo conto di tante sue attività collaterali.

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Per il grande pubblico però, tutto è iniziato con la sua partecipazione sanremese, nel 2010, con la delicata e quasi fiabesca “Su quella panchina”, apprezzata nel contesto di una ricca edizione, considerando che in lizza tra le nuove proposte c’erano ad esempio band già note come gli ormai sciolti “La Fame di Camilla”, un sicuro talento come Nina Zilli, artisti che già incidevano per la Sugar della Caselli (Romeus), altri scoperti da Cecchetto come Nicholas Bonazzi, addirittura una boy band nostrana sul punto di esplodere (I Broken Heart College, che alla fine si “bruciarono” portando un pezzo di rara bruttezza) e un fuoriuscito da X Factor, già piuttosto noto alla gente, come Tony Maiello, che infatti si aggiudicò la vittoria finale, a mio avviso ingiustamente.

Ho chiesto quindi a Jacopo per prima cosa che bilancio, col senno di poi, si sia fatto di un’esperienza così particolare come la partecipazione sanremese. Cosa in lui ha prevalso? Emozione?, Gioia di esibirsi davanti a una grande platea? Una palestra necessaria o una cocente delusione?

“Ciao Gianni, piacere mio. Guarda, delusione assolutamente no! Sanremo è il massimo a cui si possa ambire per farsi conoscere, per proporre a un vasto pubblico la tua musica, in un contesto unico. E poi era il mio sogno, e l’ho realizzato, seppur non piazzandomi nei primi posti. Io poi provenivo proprio dall’Accademia, è stato un bel percorso.  Ma non ho nessun rimpianto, ho continuato a comporre – lo faccio di continuo, non mi mancano certo le idee – tanto che c’ho provato pure l’anno scorso. Ripetere l’esperienza mi  sarebbe piaciuto, considerando la maturità acquisita e in generale una maggior consapevolezza di quello che sono in grado di creare”

“Ma almeno mi confermi che quella settimana è una specie di “tritacarne” per chi vi partecipa? Così mi hanno riferito diversi tuoi colleghi”

“In fondo sì, se ti riferisci al fatto che l’attenzione mediatica nei tuoi confronti è assoluta, passi da una radio all’altra, sei invitato a tante trasmissioni, chiedono i tuoi pareri, la gente comune comincia a farsi un’idea di chi sei, vede la tua faccia. E’ chiaro che ingigantisci la tua popolarità, se almeno la paragoni al periodo prima di arrivarci, quando sei ancora nella fase del “sogno”. Io l’ho vissuta bene, aspettavo da tempo un momento simile e, ripeto, calcare quel prestigioso palco, mi  ha regalato una fortissima emozione che mi porterò nel cuore e che spero di poter ripetere un giorno”

(qui sotto il bel brano presentato a Sanremo Giovani 2010)

“Le tue doti comunque non sono passate certo inosservate, per la qualità dei tuoi testi hai ricevuto il prestigioso Premio Lunezia come miglior cantautore emergente e altri ancora a testimonianza della tua qualità da autore. Pensi che la musica possa avere ancora una funzione “sociale”, lanciando dei messaggi a chi ascolta?”

“Nel mio caso, credo proprio di sì, cerco però un linguaggio tutto mio, semplice e diretto se vogliamo, lontano da intellettualismi di certi colleghi, perché il mio obiettivo primario è quello di arrivare a più gente possibile”

PS: – a quel punto intervengo per raccontargli un aneddoto curioso, che riguarda la mia sfera professionale… lavorando a fianco di persone con disagio psichico in occasioni di progetti di teatro terapia di cui mi occupo da anni, ho notato che mentre la fisioterapista preparava degli esercizi specifici usando la musica come sottofondo, proprio la canzone di Ratini suscitava molto interesse, quasi ipnotizzava col suo ritmo da dolce “ninna nanna” come mi piaceva definirla all’epoca –

“Beh, mi fa piacere quello che mi dici, ma guarda , riprendendo il discorso di prima, io scrivo, arrangio, produco le mia canzoni, ma mi muovo e mi viene naturale farlo nell’ambito pop:  certo, un pop “intelligente”, se mi consenti il termine, senza per questo sembrare in nessun modo presuntuoso. Pop d’altronde deriva da popolare e non ha senso, almeno credo non ne abbia per chi voglia comunicare delle cose, o abbia l’esigenza di dire delle cose, chiudersi in una nicchia. Poi, pur non essendo facile creare qualcosa di sempre nuovo, sto cercando anch’io di trovare un mio stile, unico, riconoscibile e questa cosa si ottiene col tempo, visto che io non ho certo intenzione di fermarmi”

Tu intitolasti ironicamente il tuo primo disco autoprodotto “Ora che va di moda auto prodursi”. Era il 2009, solo tre anni fa, eppure ora davvero anche i grandi spesso e volentieri scelgono di auto prodursi. Come vivi questa situazione attuale della discografia, tu che dopo Sanremo hai avuto modo di approdare a un’importante major. Preferivi quella “classica” oppure meglio ora che con i mezzi tecnologici si può confezionare un buon prodotto e grazie al web diffonderlo piuttosto agevolmente?”

“Questo è un discorso interessante e molto vasto, se vogliamo. Non tanto tempo fa era la norma passare da piccole etichette alle major, sperando nel salto di qualità, nel “successo”, termine che onestamente considero sin troppo vacuo, perché in nessun modo esistono delle ricette per emergere, niente segreti ma  tante componenti che devono concorrere tutte insieme per farti emergere a certi livelli di popolarità. Ora è cambiato tutto, e se ne stanno accorgendo in tanti, auto prodursi è diventato non dico una norma, ma quasi una necessità, sia perché obbiettivamente si possono ottenere risultati ottimi senza più spendere cifre importanti, per non dire proibitive, sia perché se parliamo di “vendite” in senso stretto, beh, allora sono davvero pochi quelli che possono poter legittimamente dire che riescono ancora a vendere tanti dischi”

“Per non parlare del fenomeno, ormai consolidato anche in Italia, del crowdfunding che veramente riguarda artisti anche di un certo “peso”, non solo emergenti che hanno bisogno di auto prodursi”

“Quello è un altro aspetto ancora, ma che va sempre in direzione contraria alla logica della major,  che magari sì, poteva avere più mezzi per promuoverti, far arrivare il tuo disco più facilmente nei negozi, ma con Internet tante “distanze” si sono ridotte, affievolite. E poi anch’io sono passato da major all’indipendenza. Il mio ultimo lavoro “Disturbi di personalità” è totalmente mio al 100% (essendo uscito per la mia personale etichetta): mi occupo in pratica di tanti aspetti organizzativi, può essere gravoso per molti, ma allo stesso tempo è stimolante per quelli come me. Così ho un controllo ancora più diretto con la mia musica, e le strategie di marketing cambiano necessariamente. Invito caldamente ad ascoltare il mio  cd, visto che uscirà con canali meno tradizionali, ormai non si può più fare a meno della rete, dei social, e il rapporto col pubblico diventa più intimo, diretto.”

“Dopo l’esperienza di un musical, scritto per Claudia Koll, cosa bolle in pentola? Giri molto  per concerti, quanto è importante un riscontro immediato del pubblico, instaurare la giusta empatia?”

“Sì, una bella soddisfazione, ma d’altronde mi piace muovermi da sempre su più fronti, non perché non abbia una direzione in mente da prendere, ma proprio perché sono interessato a tante forme artistiche, da cui traggo comunque soddisfazioni, come sta succedendo con la pubblicazione del mio libro “Se rinasco voglio essere Yoko Ono” che, al netto di una promozione non proprio massiccia, sta comunque raccogliendo  consensi!”

“Sei un cantautore piuttosto atipico, specie considerando il linguaggio usato, che mescola spesso ironia e delicatezza piuttosto che rabbia e indignazione. Come si sta evolvendo la tua musica, il tuo modus operandi?”

“ Sono convinto di essere maturato come artista e pur mantenendomi appunto nell’ambito pop, ho svariato molto come temi e a livello di arrangiamento e atmosfere: vedo che la risposta del pubblico mi sta dando conforto”

“Quali sono i tuoi modelli di riferimento? E su quale musica attuale sei riversato, parlo dal punto di vista dell’ascoltatore?”

“Non esistono veri modelli di riferimento ma è chiaro che sento più affine a me coloro che scrivono pezzi alla portata di tutti, non banali ovviamente, ma ad ampio respiro, che ambiscano a colpire il cuore di più persone possibili”

“Oltre che musicista, sei pure psicologo del lavoro e attento alle varie arti come la poesia e i racconti. Come concili tutte queste passioni. Quanto i tuoi studi influiscono nelle canzoni o sono risultato di un processo creativo più istintivo e immediato?”

“Beh, psicologo del lavoro appartiene più al mio percorso di studi (ma, aggiungo io, penso abbia contribuito ad avvicinarlo a un certo tipo di sensibilità verso il prossimo), mentre per il resto dicevo che sono interessato a diverse forme che in qualche modo si riconducano all’arte. Il libro ad esempio è nato perché mi piaceva alternare sul palco durante i miei live dei pezzi di racconti, di poesie, di testi e alla fine è venuto naturale, visto anche l’impatto positivo degli spettatori, renderli pubblici. Poi ho ultimato una fiaba e grazie a una bravissima illustratrice ne è nato un progetto interessante che mi auguro possa trovare un editore o comunque una sua collocazione, perché è una cosa a cui credo, come tutti i progetti in cui mi butto a capofitto: sono un iperattivo, non resto mai senza progetti, senza scrivere qualcosa, anche se ovviamente c’è differenza tra una forma e l’altra”

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“Insomma, sei “tante cose” insieme: cantautore, artista, scrittore.. cos’hai scritto sulla carta d’identità?”

“Ah ah, beh, su quella c’è ancora scritto “studente”, per lo meno nell’ultima, in quella rinnovata non è più indicato il “mestiere”, però rispondendoti più seriamente devo dire che, riallacciandomi a quanto accennato prima, le differenze sono notevoli quando ti metti all’opera per qualcosa, sia un disco o un libro. Sono sempre un fermento di idee, anche in relazione a un nuovo romanzo, più strutturato e pensato. Ma appunto, lì il modus operandi è completamente differente. A parte che ci vuole materialmente più tempo, e poi non basta una storia, occorre ovviamente saperla strutturare, comporla, lo ritengo un lavoro stupendo ma certamente più meditato rispetto alla forma canzone.

In quel caso, è diverso, la mia ispirazione può venire all’improvviso: una melodia, un termine particolare, una frase che ti colpisce. Le classiche volte in cui magari per non perdere l’ispirazione e l’attimo ti ritrovi a segnarti gli appunti ovunque capita, poi una volta a casa con calma ci si lavora, si riprende lo spunto e si parte. Penso quindi – tornando alla tua domanda – di essere nettamente più portato alla forma canzone, proprio a livello espressivo. Scrivo in continuazione, quando incido un album ho già le idee per il prossimo,e questo mi conforta perché vedo la mia carriera come un percorso, un itinerario che va avanti, sempre con più esperienza e con più maturità, e ovviamente cercando sempre di migliorare, di salire un gradino. Ma più che un conforto vero e proprio, direi che è la realtà che già concretamente sto vivendo, quella di fare la vita dell’artista, seppure i tempi siano cambiati, come detto all’inizio”

Dopo aver ascoltato il recente album di Jacopo, posso confermare le sue parole: se da una parte il registro poetico è sostanzialmente simile come approccio ai lavori precedenti, si nota un voler affrancarsi da certe strutture musicali, lasciando spazio anche a brani più ritmati e meno riflessivi, pezzi allegri dove non fa mancare la sua proverbiale ironia (come nel frizzante brano “Mi sono innamorato del tuo nome, purtroppo”) , altri in cui prevalgono elementi più chiaramente autobiografici o che ben si riferiscono a ritratti di rara umanità, tipo “Ogni mio passo”, la mia preferita dell’album, brano profondo e dall’arrangiamento insolito.

 

Un caloroso saluto a Jacopo e un enorme “in bocca al lupo” per il prosieguo della tua carriera, all’insegna della qualità.

“Ricambio volentieri il saluto e grazie a te”

 

(nota a margine: l’intervista con Jacopo era prevista tempo prima, come minimo sicuramente a ridosso dell’uscita del disco – quindi maggio – ma un po’ per motivi promozionali suoi, tra lancio del disco, numerosi concerti e la divulgazione del suo libro e soprattutto per  il fatto che quest’estate l’ho purtroppo trascorsa per lo più in ospedale per problemi di salute – ora si spera definitivamente alle spalle- ci siamo sempre tenuti in contatto e l’idea di farla telefonicamente è venuta proprio da Jacopo a testimonianza della sua disponibilità.  Sono molto soddisfatto dell’esito e mi rendo conto che il contatto telefonico, non sempre possibile con tutti gli artisti che si intervista, sia meglio talvolta di una via mail, ma è stato quanto meno “bizzarro” e particolare farla da un letto d’ospedale, nell’orario post flebo del pomeriggio! Comunque, anche a detta della mia ragazza, che stava al mio fianco, tutto è filato liscio e ha compreso subito la bella empatia instaurata tra il sottoscritto e l’artista)

(qui sotto uno dei migliori brani contenuti nel suo ultimo lavoro discografico “Disturbi di personalità”)

 

(Gianni Gardon PELLEeCALAMAIO)

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2 risposte a “Intervista a JACOPO RATINI, cantautore emergente tra i più originali in circolazione, protagonista a Sanremo Giovani nel 2010

  1. Gran bella intervista Gian: “corposa”, ricca di spunti e anche meritoria, perché contribuisce a riportare agli onori della cronaca un artista che ancora non ha raggiunto una vastissima popolarità. Complimenti a Jacopo, alla sua poliedricità, al suo linguaggio semplice ma non banale che può rappresentare una strada vincente per la canzone pop del futuro. Il fatto che giovani di tale spessore siano ancora parzialmente in un cono d’ombra suona a condanna di una discografia, quella italiana, che non riesce più ad operare un efficace scouting e a coltivare i suoi talenti, affidandosi in massima parte ai soli talent show.
    Quel Sanremo Giovani 2010, poi, fu un’occasione gettata al vento: in lizza c’erano tanti artisti di notevole prospettiva, li hai citati tu, ma furono oscurati da una collocazione oraria assurda (e purtroppo ripetuta più volte prima e dopo quell’edizione) e da uno spettacolo anche giustamente ridondante, perché si celebrava il 60esimo compleanno del Festival, ma che avrebbe dovuto tenere in debita considerazione la necessità di riservare adeguata visibilità alle nuove leve. Ma è inutile piangere sul latte versato, auguro a Jacopo il successo che merita, per il suo estro, la sua voglia di fare, la capacità di esprimersi in svariati campi artistici.

    • sapevo – o speravo -che l’intervista potesse suscitare interesse, a maggior ragione in persone sensibili e competenti come te. Era in ballo da mesi, poi ti lascio immaginare i motivi che hanno ritardato la genesi della stessa, che in parte ho sentito di dover condividere con i lettori. Un gran talento davvero, a cui auguro una carriera o quanto meno un degno percorso in merito alle sue potenzialità… sto avendo delle soddisfazioni, con queste ultime interviste pubblicate, che erano nel cassetto da troppo tempo ormai, compresa quella col geniale Pino Marino

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