Riflessioni domenicali: quanto mi mancano i “miei” ragazzi del centro!

Rimanendo per tanto tempo costretto in ospedale, capita non solo di riflettere sul senso della vita, sui valori più sani e genuini che sarebbe opportuno anteporre a logiche diverse, di profitto o di becero opportunismo. Se poi i mesi cominciano ad aumentare sino a tre, le domande si moltiplicano, specie quando a tali quesiti non corrispondono plausibili risposte.

Ora che intravedo finalmente la reale possibilità di rientrare a casa, ora che la cura è mirata, specifica e soprattutto adatta e ideale a una tardiva diagnosi, e soprattutto ora che gli stessi medici, dopo un cauto ma ambiguo ottimismo, continuano a rassicurarmi in quest’ultima fase di degenza, prima delle fatidiche e sognate dimissioni, allora penso già a come sarà entusiasmante riprendere in mano le redini della mia vita, progettare nuove cose, vivere situazioni che in questi mesi ho visto solo di riflesso. Il tempo per me si era quasi sospeso, come se il mondo si fosse in qualche modo fermato, in attesa di un mio ritorno alla base.

Ovviamente non è stato così, e anzi, di cose ne sono successe, tante tappe previste sono state rimandate, a partire dal matrimonio, che da un anno io e la mia fidanzata stavamo preparando nei minimi dettagli. La casa, acquistata due anni fa, è in pratica pronta, sono stati consegnati e montati tutti i mobili (fatti a mano e su misura da un bravissimo falegname), sono state approntate delle piccole modifiche, dalle tinteggiature (il risultato è sopra le nostre aspettative, i pittori hanno integrato con delle idee stupende, usando tecniche che davvero hanno finito col valorizzare ulteriormente la nostra già bella casa. E poi altri lavori, magari meno pesanti, ma funzionali. In tutto questo, dopo un anno di progetti insieme, la parte delle leonessa l’ha fatta Mary e lo so che è stata una faticaccia sobbarcarsi il lavoro senza di me, perché anch’io di solito faccio eccome la mia parte, specie in fase organizzativa. Inoltre, lavora 8 ore al giorno e appena poteva si faceva una cinquantina di km per venirmi a trovare. Io sono sempre stato partecipe di tutto ovviamente, ho visto delle foto stupende, ma è chiaro che non mi rendo ancora conto che la casa, il nostro nido d’amore, è pronta ad accoglierci. Il matrimonio slitterò di qualche mese, davanti a me oltre a un periodo di convalescenza, ancora da stabilire, vedo anche approssimarsi la stagione invernale e sarebbe assai deleterio se contrassi anche una semplice influenza, avendo io le difese immunitarie bassissime.

Non devo e non voglio vivere sotto una campana di vetro, ma qualche precauzione devo necessariamente prenderla. Insomma, ancora pazienza, non devo “spaccare” il mondo nei primi mesi che sarò guarito del tutto, ma gradualmente voglio recuperare. Ho tanta energia mentale in questo periodo, dopo la paura e l’ansia dettate da incertezza di non sapere esattamente che tipo di infezione cerebrale avessi contratto.

Ora, bando alla sfiga, ed è giusto guardare avanti. In questi mesi ho avvertito tanto la mancanza di cose basilari, semplici, dalla voglia di uscire per una passeggiata, di respirare all’aria aperta, di correre, di muovermi in maniera disinvolta. Ora con una terapia ben dosata e ridimensionata dalle forti dosi di antibiotici e cortisone assunti per più di due mesi, mi sento più “leggero”: riesco a camminare bene lungo l’ospedale, riesco a lavarmi senza aiuto, insomma, poco per volta sto tornando in forma, recuperando pure un paio di chili e un minimo di tono muscolare.

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Mi manca la quotidianità, quella fatta di piccole cose, mi mancano persino le molte incombenze che da sempre caratterizzano le mie giornate, sia a livello lavorativo, sia a livello personale, visto che quando entrai all’ospedale per il mio primo ricovero (il 5 maggio), avrei dovuto da lì a poco presentare i miei libri al Salone di Torino, avevo qualche altra data in ballo del mio reading tratto dalla mia raccolta di testi e soprattutto sarebbe giunto da lì a poco il momento clou per quanto riguardo la mia attività teatrale presso il centro per disabili in cui lavoro.
Da anni porto avanti un progetto di teatro terapia che solitamente confluisce a fine maggio in una bella rappresentazione, dove i protagonisti assoluti sono loro, i “miei” ragazzi del centro, ogni anno sempre più bravi e preparati, oltre che motivati.
Purtroppo già l’anno scorso, a causa di un’altra mia prolungata assenza causa sindrome di Lyell, non siamo andati in scena, ma c’è da dire che mi ero ammalato a gennaio e quindi in pratica il progetto non era nemmeno partito, avevo però già scritto soggetto e sceneggiatura e parlato con gli ospiti del centro.
Quest’anno invece, già da ottobre 2012 avevamo iniziato a improntare la storia, assegnare ruoli ,studiare i personaggi, fino all’inizio delle prove, dure ma entusiasmanti (perché questo è sicuramente il progetto più ambizioso al quale stavamo lavorando), che erano ormai giunte a darmi sensazioni positive: nonostante l’indubbia difficoltà del soggetto, sempre sotto forma di favola ma molto articolata e dai diversi risvolti psicologici fino al lieto fine, ero sicuro di una bella resa, ormai conosco i ragazzi, migliorano di anno in anno.
Arrivati al giorno fatidico, prima del mio ricovero, la situazione teatro era saldamente nelle mie mani, avevamo iniziato ad allestire le scenografie, scelti i costumi, così come le musiche (tutti ambiti a mio carico, ma per i quali necessito fortemente dell’aiuto di gente esperta, e tra i miei colleghi per fortuna ce ne sono!), già fatto le prove definitive per volantini pubblicitari e locandine.
Poi, però è saltato tutto, impossibile sostituirmi in corsa, non solo perché appunto responsabile del progetto, regista, sceneggiatore e preparatore dei ragazzi, ma perché nel corso del progetto, sono sì stato coadiuvato da diversi volontari e operatori, ma nessuno con presenza fissa, in modo che imparasse per bene tutte le fasi della storia.

Non è certo stato per un mio desiderio di accentrare tutto su di me: più semplicemente a livello logistico è dura far combaciare tante professionalità, perché di fatto i problemi in un centro disabili sono vari, spesso assistiamo a imprevisti, ci sono fatti contingenti che assorbono tutto. Insomma, non mi sono mai lamentato, conscio che i risultati sarebbero stati soddisfacenti. Ormai i miei ragazzi, un gruppo fisso di anno in anno integrato, sono degli assi, e come tutti gli attori che si rispettino, quando anche avessero delle legittime paure (calcare un palco, scrutare la platea piena mette sempre adrenalina mista a timore di non farcela), non si lasciano pregare, si fidano di me che sto lì vicino a incitarli o a suggerire qualora ci fosse bisogno. Alla fine gli applausi, la gratificazione di cui gli ospiti andranno poi meritatamente a giovarsi, ripaga di tanti mesi di sforzi, lo si percepisce chiaramente dai loro sguardi, spesso quasi commossi.
Certamente, dei miei lavori precedenti in questa struttura (perché la mia esperienza di teatro terapia parte da molto più lontano, da quando come coordinatore educativo in un’altra cooperativa, la stessa dove oggi lavora la mia fidanzata, mi ero “imposto” con la direzione per organizzare un corso del genere con delle professioniste della “Fondazione Aida” di Verona.

Il corso, chiuso a 20 persone su suggerimento delle stesse insegnanti, in modo da non disperdere troppo le energie e lavorare in modo composito, era rivolto anche ad esterni, e l’adesione fu straordinaria e immediata, tanto che alcuni dovettero rinunciare, in quanto 8 posti erano riservati, per chi volesse, a dipendenti della struttura. In tutto furono dieci lezioni che culminarono in una bizzarra rappresentazione delle opere di Shakespeare, miscelate tra loro in modo assai creativo. Da lì a maggior ragione, presi coraggio e decisi di specializzarmi, negli anni che mi videro insegnante alle scuole medie. Se con degli scatenati preadolescenti riuscivo a ottenere dei bei risultati, perché non provarci con disabili psichici, la cui routine a volte, più che sicurezza, può portare alla rassegnazione di una vita uguale giorno per giorno. La storia mi sta dimostrando che i problemi alla base non si risolvono , ma almeno si valorizza alla grande le potenzialità di ogni partecipante e talvolta si scoprono inaspettatamente delle realtà nascoste.
Per questo puntavo molto su “Sono io la Principessa!”, commedia dell’inganno e delle realtà capovolte, di ciò che, per pregiudizio, spesso scambiamo per l’esatto contrario, una storia dove i cosiddetti “cattivi”, i reietti, vengono poi assurti a eroi, e riconosciuti come artefici dello svolgimento positivo della storia.

La direzione, i colleghi, i responsabili, in questi lunghi mesi non mi hanno mai abbandonato, anzi, mi sono stati vicini, alcuni proprio fisicamente, moltissimi tramite messaggi, chiamate ecc… Sanno che ci terrei a chiudere il cerchio di questo progetto, ma realisticamente mi ritroverò probabilmente a ridimensionare il tutto, mantenendo magari inalterato lo spirito e certe battute, divenute nei mesi, quasi “leggendarie” tra le mura della “Don Righetti”. Tuttavia è prematuro per me anche solo pensare a un mio vicino reintegro in struttura.. Ho il contratto a tempo indeterminato, è il lavoro della mia vita, per il quale mi sono laureato e poi ulteriormente specializzato, è un lavoro soprattutto che amo e sento nelle mie corde, nonostante i momenti difficili, le gestioni a volte problematiche, le incazzature con questo o quel paziente. Eppure tornare alla quotidianità significherebbe anche riprendere tutte queste cose, e allora spero di potermelo permettere a livello psico fisico, anche se realisticamente so benissimo che avrei bisogno di un lavoro più “tranquillo”, meno frenetico. Magari sarà sufficiente un cambio di mansioni, magari potrò agire più “dietro le quinte”… vedremo… Ho la fiducia di tutti al lavoro e sono sicuro che mi verranno incontro come una “grande famiglia”.

D’altronde non ho alternative, non posso più permettermi di mettere a serio repentaglio la mia salute, come quel giorno prima del mio primo ricovero, quando – io gonfio come un pallone per un problema renale – sono stato impegnato al lavoro sotto un sole cocente da primo pomeriggio a sera inoltrata in occasione di una Grande festa annuale in favore dell’integrazione della diversità. Sia chiaro, a me quelle situazioni piacciono, quindi non vi avrei rinunciato, ma di fatto stavo malissimo e purtroppo dopo si è visto. Comunque ragazzi, non vi abbandonerò, non so se riusciremo a portare a termine quel lungo lavoro intrapreso con grande passione da tutti voi, ma il direttore mi ha detto che sta valutando qualcosa, magari una piccola tappa la potremo ricavare grazie all’interesse di un amico prete gestore di una comunità, dove da tempo esiste una proficua collaborazione. Ah, e ringrazio pure per il bel biglietto con tutte le firme (vi ho riconosciuti tutti), per i tanti pensieri e per le preghiere che fate per me, che so non mancare mai da quando sono in ospedale. Ebbene sì, nonostante spesso mi vediate arrabbiato o stanco, lo posso dire con tutta forza: “mi mancate” e non appena starò meglio, passerò in cooperativa almeno per salutarvi, in attesa di riprendere il mio lavoro a tempo pieno!

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2 risposte a “Riflessioni domenicali: quanto mi mancano i “miei” ragazzi del centro!

  1. Che peccato che un progetto così articolato, affascinante, utile socialmente e appagante per te e per i tuoi ragazzi rischi di andare perduto. Spero con tutto il cuore lo si possa recuperare, in tutto o in parte, con la collaborazione dei colleghi e dei responsabili del centro in cui operi. Per quanto riguarda il tuo ritorno al lavoro, cerca davvero, te l’ho già scritto più volte, di non forzare la mano, di non strafare, di sbatterti in proporzione alle tue possibilità fisiche, ché tanto il superlavoro, l’ho imparato sulla mia pelle, non serve a nulla se non, alla lunga, a minare la salute.

    • Grazie CARLO di questo tuo intervento.. il progetto non è naufragato, anzi, il direttore ci tiene, vista la portata del progetto e soprattutto il fatto che da anni sia consolidato e che porti benefici è sotto gli occhi di tutti- Però dovrò ridimensionare la storia, primo perchè dopo 3 mesi – dovevamo andare in scena per la prima il 26 maggio – i ragazzi avrebbero difficoltà in poco tempo a riprendere in mano le redini del discorso… è un processo lungo, ci sono quelli che a distanza di anni si ricordano ancora le battute a memoria delle precedenti commedie, alcuni addirittura sanno i copioni interi a memoria, perchè se li leggono anche a parte, al di là degli orari adibiti all’attività, però per altri l’immedesimazione in un personaggio, il movimento giusto, il tono di voce, i tempi di uscita sono elementi difficili da riassimilare in poco tempo.. va beh che io sono un martello e li incito, li incoraggio, sono una presenza costante come appoggio e non potrebbe essere altrimenti, visto che sono un educatore 🙂 diciamo che non so con i tempi, e soprattutto con i riflussi della malattia se potrò in futuro seguire tutte le fasi del progetto.. in struttura mi aspettano ma sono consci ormai che qualcosa dovrò cambiare, a livello di mansioni.. probabilmente mi occuperò però più strettamente di coordinare progetti, manipolare scartoffie, scrivere relazioni, compilare i vari moduli, tabulati, riunioni con le famiglie e con le asl.. tutte cose che in pratica faccio da sempre, anche se contaminate dalle attività sul campo e intervallate dalle incombenze quotidiane.. tipo accompagnare i pazienti in visita nelle situazioni di emergenza, partecipare a feste, andare a prendere i pasti, organizzare e partecipare attivamente ai mercatini.. sono cose quotidiane e che non mi sono mai gravate, ma che a fine giornata negli ultimi periodi pre malattia si erano fatti sentire.. capitava che prendessi pioggia, che uscissi dall’ufficio di corsa e con gli sbalzi d’aria figurati.. ho preso 4 volte la febbre quest’inverno… insomma, per farla in breve i medici mi suggerirebbero un lavoro il più possibile “protetto”, tanto che per diritto posso già essere incluso nelle famose liste.. .però onestamente credo sia nell’interesse di tutti – così mi pare di percepire chiaro da parte dei superiori – trovare un compromesso per venirmi incontro, anche perchè sinceramente non mi sono mai tirato indietro, ho sempre dato il massimo, messo il cuore e la passione, e mi trovo bene, al di là che sia un lavoro tutto sommato anche ben retribuito… ciaooo

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