Recensione “Il Circolo Dante” di Matthew Pearl

Rimanendo così tanto tempo all’ospedale (anche se, toccandomi, incrocio le dita che sia davvero l’ultimo periodo, prima della completa guarigione), è naturale che, salute permettendo, trovi il tempo per dedicarmi a varie letture, dalle biografie che tanto apprezzo (tipo quelle di cui ho scritto di recente, su Pecci e Beppe Carletti, o l’ultimissima, sul Liga scritta dall’esperto in materia Massimo Poggini, molto viscerale e ricca di aneddoti personali, oltre che documentatissima, come è solito fare il noto giornalista di Max) a varie altre forme letterarie.

Oggi però approfitto nel riprendere in mano dopo vario tempo pc e tastiera per parlarvi un po’ di un romanzo che mi è stato prestato da uno dei miei migliori amici, Dennis.

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Il libro in questione è “Il circolo Dante”, uscito dieci anni fa esatti e che, dopo un iniziale interessamento mediatico che sembrava preludio di un ipotetico film (non è detto tuttavia che l’idea sia del tutto tramontata), vive ora in un limbo (tanto per restare cari all’argomento principale su cui si intreccia tutta la storia), dopo che appunto l’eco su di esso sembra essersi scemato, lasciando punti interrogativi sulla sua reale fattura.

Intendiamoci, il libro dell’allora ventiseienne Matthew Pearl è notevole per spessore culturale, trattandosi invero di un thriller atipico, visto che all’interno vi si dipanano elementi ben assemblati di noir, storia dell’ottocento ben ricostruita, e uno stile sì prolisso ma alquanto poetico, con i frequenti richiami alla figura dantesca.

Certamente ambizioso il suo progetto di trasporre in fiction quella che di per sé è realmente esistito, un vero “circolo Dante”, dedito – in una Boston di fine secolo all’insegna di una moltitudine di problematiche sociali, non dissimili tra l’altro da quelle emerse in altre realtà in forte espansione – alla traduzione della Divina Commedia su larga scala in territorio americano. Un certo conservatorismo, un razzismo neanche troppo velato, con il primo poliziotto di colore tra i protagonisti del romanzo. Qui si annidano le storie e le vite di un gruppo di accademici, di scrittori, poeti o semplici eruditi che hanno come primario obiettivo quello di divulgare la poetica della Divina Commedia in un suolo fortemente puritano come quello statunitense, poco propenso ad accogliere tra i propri corsi di studi universitari lo studio di altre lingue.

Più che l’avversione per Dante, visto ai più come apocalittico e portatore di sventure, se non proprio millantatore di un degrado della società, con la sua discesa agli inferi, è proprio tutto il contesto a insidiare l’intreccio di una trama giù di per sé complessa. La diffidenza, poi arrivata a scontro aperto tra gli ambienti accademici e una buona fetta della società conservatrice e l’operato stesso degli studiosi desiderosi invece di ultimare le loro traduzioni e vederle poi pubblicate, con la consapevolezza di avere a che fare con un genio della letteratura.

A questo aggiungiamo – e qui sta il thriller- tutta una serie di efferati omicidi che avvengono ravvicinati e, a quanto pare, dopo un senso di smarrimento iniziale, ispirati in qualche modo proprio dall’Inferno di Dante. Logico che gli studiosi finissero così ancora di più nell’occhio del ciclone.. ma saranno loro stessi, più della diffidente polizia, a sbrogliare il bandolo della matassa, con una conclusione alquanto machiavellica.

Ammetto che il libro – come detto, molto ambizioso – non sia di facile presa: spesso prolisso nelle descrizioni, con poca introspezione e tante divagazioni che forse hanno solo appesantito la lettura, ma diamo merito a Pearl di aver osato mettere in scena un resoconto credibile della società americana dell’epoca e di aver genuinamente amato Dante, al punto di laurearsi ad Harward con una tesi proprio sul Fiorentino, tanto da voler su ampia scala, cioè con un romanzo e non soltanto con una tesi accademica, ampliare e divulgare il nostro Poeta. Certo, non un libro per tutti… astenersi chi ha letto da qualche parte che appartiene al filone di Dan Brown, per intenderci.. come in molti all’epoca si affrettarono a scrivere.

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