“Limbo – un’intervista postuma a Kurt Cobain” Racconto inedito sul leader dei Nirvana

LIMBO

(“un’intervista postuma a Kurt Cobain”)

kurt

Avere competenza musicale talvolta può rivelarsi un handicap. Non voglio autoincensarmi, diciamo che sto sopra la media di un normale ascoltare da network radiofonici commerciali e che ho avuto una buona formazione (mio zio, di 10 anni più di me, cresciuto negli ’80, mio padre appassionato di progressive e cantautori e mia madre vicina al beat), ma da qui a ricevere questo incarico, ce ne passa.

La mia inclinazione per storia, ricerca e statistica fin da ragazzino mi ha portato però a una voglia di “saperne” di più, e così mi son ritrovato nell’età in cui molti iniziano a prendere in mano gli strumenti a farmi una cultura.

D’altronde, è troppo impegnativo imparare accordi, melodie, bisogna giustamente applicarsi e questo comportava necessariamente non avere più tempo per ascoltare musica, quello sì che mi arrecava piacere. Così da ritrovarsi, poi, a 36 anni, tra la faccia disperata della tua ragazza a dover trasportare in fase di trasloco scatoloni e pile di raccolte, volumi, enciclopedie, tali da riempire una libreria a parete del soggiorno. Ma tutto questo ha un senso se poi mi ritrovo a dover intervistare uno dei simboli musicali di tutti i tempi, l’ultimo artefice di una rivoluzione vera – il grunge – e che ha segnato la vita di tanti, compresa la mia. Kurt Cobain, da Aberdeen, idolo incontrastato e portavoce per eccellenza della famosa “generazione X”.

Un’ intervista postuma, per giunta, a 20 anni dal suo ultimo album di inediti “In Utero”, ma che in un primo momento avrebbe dovuto intitolarsi “I hate myself and I want to die” (odio me stesso e voglio morire… agghiacciante constatare quanto fosse profetico) e a 19 dalla sua dipartita da questo mondo.

Fu così che riuscii – anche se probabilmente mi avranno sedato per bene, non ricordo viaggi astrali o spazi temporali – a ritrovarmi in una landa nebulosa, ma pervasa di pace (che fosse quello il Nirvana a cui ambiva Kurt?) e senso di grandezza.

Non sapevo come comportarmi… fermare il primo che passasse di lì, o cosa? Alla fine mi si materializzò davanti Cobain stesso! Cazzo, sono organizzati, sapeva del nostro incontro.

“Sei tu Gardon? E’ la prima volta che qualcuno si scomoda per venire a intervistarmi qui, bravo!”

“Che bella accoglienza, Kurt! Sono proprio io, ma fidati che i giornali, i media, i rotocalchi non ti hanno certo dimenticato, per non parlare di Internet, che “ai nostri tempi” non c’era!”

“Riesco a percepire ogni cosa, credo che ai miei tempi si sarebbero divertiti ancora di più allora a scrivere cazzate!”

“Beh, l’adagio dice che dipende da come si usa il mezzo, la rete sta dando anche immense opportunità a tante persone, soprattutto a livello divulgativo”

“Sì, ma la gente può anche distruggere, non è giusto!”

“Scusa Kurt, la banalità… ma davvero, avevano tutta questa importanza le male lingue, la cattiva stampa, dico… al punto di?”

“C’erano di mezzo la vita di mia figlia, fosse per me soltanto li avrei mandati a cagare prima, mi facevo i miei dischi per conto mio, qualche tour, d’ altronde più su di lì non si poteva arrivare. C’hanno pensato ben bene qualche anno dopo i Radiohead, quella era la strada da percorrere”

“Wow, citi un gruppo tra i miei preferiti! Loro in effetti si sono smerciati in tempo dal problema. Ovviamente ho divorato le  tue biografie, mi sono sempre chiesto però da dove derivasse tutta quelle tristezza di fondo, quell’amarezza, come non riuscissi a ricaricarti con le piccole e grandi gioie, non parlo di hit da classifica, ma proprio di gratificazioni?”

“Se alludi all’incidenza della droga, ti dico subito che ha provato a colmare qualcosa che era già scavato in profondità. L’amarezza nasce da una visione del mondo non condivisa, dal senso di abbandono, dalle ingiustizie che dapprima si cerca di combattere con le proprie armi, con la musica o con il proprio modo di comportarsi, come feci con un caro amico gay sin da adolescente. Poi però giunge la frustrazione e se uno è troppo sensibile non ne esce”

“Con la tua musica infatti, hai subito dato un taglio netto a ciò che da anni ci propinavano band hair metal tipo i Guns o i Motley: soldi, macchinone, sesso facile con top model. La realtà, a quanto pare era ben diversa”

“C’è venuto naturale farlo, a noi e tante band “di provincia”. I problemi erano reali, e accomunavano noi e gli ascoltatori. Non avrei mai potuto fingere”

“Tra voi band grunge o comunque della zona di Seattle c’era grande rispetto, se non proprio amicizia… Un contesto quasi unico per l’emergere di una vera scena, seppur diversa a livello di stile. Eppure non hai collaborato con molti di loro, ufficialmente dico”

“Da giovane ho suonato con tante band, tanti artisti di passaggio poi divenuti celebri coi loro gruppi. Non ho partecipato a “Singles, l’amore è un gioco”, se è a quello che ti riferivi, perché era una commedia stupida, con qualche canzoncina a impreziosire un film che si è avvalso di una bandiera immeritata: “film epocale. Manifesto della generazione x. Complimenti ai tuoi colleghi”

“Mi hai smontato uno dei miei film preferiti! Non è giusto, tu mi  puoi leggere nel pensiero!”

“Eh, il tuo connazionale Dante mi ha messo in un buon posto… mi sono suicidato in fondo, poteva andarmi peggio”

“Sei stupito della carriera dei tuoi due ex sodali? Dave Grohl sta facendo le cose in grande, di album in album”

“Kris ha notevole talento, ma non poteva diventare un leader in una band, un ottimo bassista sì, ma sarebbe stato ingombrante per ogni gruppo avere con sé un ex Nirvana. Dave era giovanissimo quando entrò nei Nirvana, una macchina da guerra, un vero punk. E’ molto intelligente e dotato, un professionista e si merita il successo”

“Successo.. questa parola…”

“A me, Gianni, davvero, non è mai interessato. Volevo fare il musicista, cantare le mie canzoni, sentire il volume della chitarra esplodere!”

“Tutte cose che sei riuscito a fare piuttosto bene, mi pare, tanto che ragazzi di tutto il mondo si sono avvicinati alla tua band. Anch’io, seppur giovanissimo, iniziai ben presto, e così immancabilmente mi feci crescere i capelli e indossai sporadicamente qualche paio di jeans sdruciti e felpe pesanti. Bel look, vero?”

“La moda non mi interessava granché, fu più che altro Gavin Rossdale del Bush a rendersi ridicolo, quando volle imitarci”

“A me però piacevano le sue canzoni, in particolare “Swallowed”.  E’ che, come gli australiani Silverchair, volevano fare come te, senza emergere per le loro qualità”

“Ora però non si perde una partita dei Grandi Slam, accanto ai super vip…   Vive di una rendita che gli abbiamo indirettamente pagato noi”

“Sbaglio o sei più combattivo che depresso?”

“Beh, sono quasi 20 anni che ci rifletto. Vorrei dirti che invecchiando si diventa saggi, ma farei una gaffe”

“Avrai immaginato la mia domanda, sei troppo arguto ma soprattutto troppo in una posizione di vantaggio.”

“Vada pure…”

“Quel biglietto d’addio, straziante, lacerante, lucido… Pensi davvero sia meglio bruciarsi?”

“Non è una verità assoluta, l’ho estrapolata da una canzone in fondo, ma è divenuta nel tempo una sorta di aforisma per me. Stavo troppo male, e la lenta agonia non avrebbe lenito il mio dolore interiore. Quindi, misi in calce quelle righe, ma non solo”

“Infatti, mi commuovo sempre quando –  a un certo punto – ti rivolgi a tua moglie e tua figlia con semplici parole d’amore. Mi dico, ma come poteva non bastarti questo?”

“Gianni, non sarei riuscito a ricambiare, le avrei fatte soffrire. Non sarei stato un buon marito e padre, ero io ad aver bisogno di loro…”

“E che male c’è? Non dobbiamo vergognarci di aver bisogno di aiuto, di chiedere sostegno a chi ci ama, fossero gli amici, i milioni di fan? Credi non ti avrebbero capito, Kurt?”

“Lo so, erano tutti speciali, ma io non riuscivo a contraccambiare, sono felice però se dici che ho cambiato la vita di molte persone,sai? Questo mi rincuora”

“Te lo posso garantire, tutti hanno percepito la tua onestà e la tua sincerità, pur nel dolore!”

“E tu, Gianni, hai tanto amore da dare?”

“Io sì, Kurt, amo la mia ragazza, la mia famiglia, il mio lavoro, la vita. Ho tanti progetti, mi piace assaporare ogni giorno ciò che vedo attorno a me”

“Ti stupisci ancora quando guardi un cielo azzurro, la maestosità delle montagne, un quadro di Caravaggio o la luce abbagliante della luna?”

“Sì, così come mi capita di piangere quando vedo un sorriso di un vecchio o di un bambino, un abbraccio di un padre, un bacio in un film…”

“E allora Gianni, scendi giù. L’intervista è finita, grazie. Ci rivedremo quando sarai molto vecchio, vienimi incontro tu, io sarò sempre quel capellone biondo mal vestito un po’ sull’introverso”

“Grazie rock star”

Il dottor Jan Schroeder, uno dei massimi allergologi italiani, osservando e studiando le mie cartelle cliniche risalenti a un precedente ricovero quando mi fu diagnosticata la terribile sindrome di Stephen Johnson-Lyell, disse che nella notte di un giovedì di gennaio in cui i valori ematici e immunologici erano del tutto fuori controllo e contemporaneamente la febbre aveva toccato 42, letteralmente fui trattenuto giù da “Qualcosa”, e da lì faticosamente iniziai le cure che poi mi salvarono.

Il paradiso può attendere, nel frattempo mi metto in cuffia “Nevermind” ed esco a correre un po’.

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