“Il Toro non può perdere”, ottimo libro del grande Eraldo Pecci. Passione, nostalgia, simpatia e poesia.

La lunga degenza ospedaliera comporta anche del tempo libero che, salute permettendo (ma spero di potermi sbilanciare nel dire che il peggio sia passato) e scomodità permettendo (si è pur sempre in reparto, seppur attrezzato) mi concede ottime letture e possibilità di scrivere, come vedete dai numerosi post pubblicati nelle ultime settimane.

Mia mamma ha pensato bene di farmi qualche regalino scrittevole, andando sul sicuro. Posseggo, non dico tutta perché francamente è quasi impossibile, la bibliografia riguardante la storia del Torino. Il top rimane a mio avviso “Il Romanzo del Grande Torino” di Franco Ossola, figlio dell’indimenticato attaccante granata perito a Superga, e di Renato Tavella ma leggo volentieri ogni libro che esce sul Toro.

Così un giorno mi vidi recapitare il libro di Eraldo Pecci, uno dei protagonisti dell’ultimo scudetto granata, all’epoca di Sala/Graziani/Pulici. Di fatto un regalo a sua volta di due librai amici di Legnago,che ringrazio. Edito da Rizzoli, “Il Toro non può perdere”  raccoglie all’interno non solo la cronaca, seppur frizzante, di un’impresa sportiva ma direi tutto un mondo interiore dell’autore.

pecci

Pecci è personaggio molto noto, perché dopo aver appeso le scarpe al chiodo, fu uno dei primi –e più incisivi, col senno di poi, commentatori ad affiancare i cronisti, supportando le telecronache, a volte appiattite,altre volte eccessivamente enfatizzate nel nome del portare acqua al mulino della propria azienda. Eraldo ce la faceva rimanendo sé stesso, umile, spontaneo, guascone, dalla battuta pronta ma raramente banale.

Poi il distacco da quel mondo, almeno a livello ufficiale, perché comunque ha continuato a collaborare con tv locali ecc. Bolognese nell’anima, ha comunque marchiato a fuoco la sua storia sportiva e personale con quella del Torino e di Torino, dove è tuttora nell’empireo, tanto che si schernisce di essere “santino” per quelli delle nuove generazioni… anche se poi lo stesso accadeva a lui con gente come Ferrini o altri precedenti la sua epoca. E’ il fascino di una squadra unica in Italia, dove la nostalgia per un passato glorioso diventa riconoscenza e accettazione forzata di una realtà lontana da fasti ma ancorata a principi di fedeltà e attaccamento raramente riscontrabili in altre realtà.

pe

Il libro è adatto a chiunque, non solo ai tifosi del Toro… certo, è un inno all’essere del Toro, ai suoi miti, i suoi riti, la sua magia, ma tra le pieghe di questa storia si innescano tante altre storie, tanti sinceri omaggi che Pecci regala a compagni, amici  veri e rivali, sì ci sono tante parole buone anche per i “gobbi” come anche lui li chiama. C’è un’umanità variegata, il giusto riconoscimento per la conquista di uno storico scudetto, il primo (e l’ultimo) del dopo Superga, vero spartiacque della storia granata, e del calcio italiano tout court. Quindi, non solo il ricordo di una scalata, condita da emozioni dirette, aneddoti in serie, ma anche quello di persone che hanno contribuito in egual modo a quell’impresa, dai magazzinieri, agli autisti, ai preparatori, ovviamente i dirigenti e i compagni. Grandi attestati di stima per il mister Radice e di profondo affetto per il Presidente Orfeo Pianelli. Ma anche i ristoratori, le persone comuni, gli amici di Torino rievocati con dovizie di particolari, e con una tenerezza infinita. Un bellissimo libro, che fa inevitabilmente rimpiangere un calcio che sembra davvero lontano anni luce da questo attuale.

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2 risposte a ““Il Toro non può perdere”, ottimo libro del grande Eraldo Pecci. Passione, nostalgia, simpatia e poesia.

  1. Sebbene sia napoletano e, per certi versi, avverso a quella parte del nord che, a mio parere, ha depauperato scientemente il meridione allo scopo di sfruttarne territorio e mano d’opera – come potrà leggere, se vorrà, alla voce “IL DELFINO E RE AURELIO” del mio blog -, ho sempre avuto un istintivo affetto verso il Torino per il suo essere la manifestazione di una squadra di popolo, radicata nell’animo di donne e uomini e, proprio per questo, espressione di una umanità verace e viscerale. Ricordo con altrettanta simpatia il grande Eraldo Pecci, conosciuto mediaticamente nell’epopea maradoniana, che, come da lei descritto, rappresenta quel mondo aristocraticamente operaio e legato alla terra come al senso profondo dell’essere, proprio come la squadra del Torino nella quale giustamente egli si identifica.

    • ciao Giuseppe, benvenuto nel blog e grazie del tuo commento… beh, stai parlando on uno che proprio non concepisce la discriminazione su nessun livello, figuriamoci nell’ambito italiano… sono di Verona ma sono quanto di più lontano dall’onda leghista che immagino voi avvertiate.. Non siamo tutti così, nè in Veneto, nè a Torino, nè a Bergamo.. il nostro risentimento (l’essere tacciato di razzismo solo perchè del nord) è un po’ simile al vostro quando sentite brutti discorsi, tipo che i napoletani o i siciliani sono tutti mafiosi, non hanno voglia di lavorare ecc.. La mia compagna che presto sposerò è pugliese e, per quanto non ce ne fosse bisogno, ormai da anni ho scoperto ancora di più il meridione, la cultura, la gente, la passione, la grande dignità… basterebbe che la gente fosse più aperta, più libera di farsi i propri pensieri, le proprie idee e non condizionabile da slogan, etichette, ecc… chiusa parentesi 🙂 ho apprezzato tanto il tuo commento, in questo libro, se sei un amante del calcio genuino, dei valori che ancora questo sport è in grado di regalare, le emozioni genuine, troverai tante sorprese, ti capiterà di sorridere, specie se conosci il personaggio… buona lettura! alle prossime

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