Un po’ di sana nostalgia con la recensione del manifesto della generazione X: “Singles, l’amore è un gioco”

Mi sono sempre tenuto alla larga da scomode etichette, e pensavo che avrei rifuggito a lungo il momento in cui sarei passato anch’io inevitabilmente da nostalgico e passatista. Ma in fondo, quando cominci ad avere più di 30 anni (e nel mio caso, tra poco, diventeranno 36), è naturale anche guardarsi indietro. Anche perchè non sopporto coloro che vogliono fare i “moderni” a tutti i costi. Premessa per dire che, nonostante cerchi sempre di tenermi al passo coi tempi (non dico in quanto a “diavolerie” tecnologiche, quanto piuttosto ad avere sempre uno sguardo aperto e attento sul mondo, da un punto di vista sociale e culturale, per quanto possa ancora valere in un contesto plastificato come quello attuale) che oggi ho semplicemente voglia di tornare indietro negli anni ’90, quando ero in pratica un adolescente.

Dopo aver visto di recente l’italiano “Ovosodo” di Virzì, ieri ho alzato l’asticella della nostalgia, guardandomi su Sky quel vero e proprio manifesto generazionale (almeno vent’anni si diceva così) che è “Singles, l’amore è un gioco”, per la regia di un Cameron Crowe, all’epoca interessante giovane regista in ascesa.

il cast del film

il cast del film

Si parla di un gruppo di giovani adulti, under 30, che si ritrova invischiato tra lavori precari, amori improbabili o sognati, paure e timori, sano disimpegno (ma questo mi sembra solo una facciata, come si capirà nel corso dello svolgersi della vicenda) e aspirazioni artistiche.

A fare la differenza è il contesto, il tessuto socio-culturale: Crowe fotografa all’istante la scena di Seattle (città dove è ambientata la storia) nel suo massimo fulgore, e solo i più attenti magari coglieranno il riferimento a “un gruppo partito da qui che sta sbancando le classifiche di tutta America). Paradossalmente all’appello mancano proprio solo i Nirvana… infatti della colonna sonora fanno parte brani di Pearl Jam, Alice in Chains o Soundgarden, ma anche band più seminali che in quel lustro fecero faville, come Mudhoney, Mother Love Bone, Tad, Screaming Trees. Insomma, IL GRUNGE, quella genuina corrente debitrice del punk, così come di un certo hard rock, nei quali testi dei gruppi, i giovani venivano guardati negli occhi. Si parlava di loro, in pratica, di apatia, di sfiducia nel futuro, di famiglie sregolate, di società assenti. La cosiddetta “Generazione X”, anche se occorre ammettere che certi argomenti vengono solo sfiorati nella pellicola. Si tratta in fondo di una commedia romantica, in cui non manca la lieta fine. La musica assurge a protagonista, con i protagonisti del film che si ritrovano nei club per ascoltare quei gruppi locali che finiranno per influenzare non solo tutti gli Usa ma il mondo intero. Con le magliette e i poster degli stessi gruppi, con le canzoni mandate a tutto volume nelle autoradio.

Visto con gli occhi di un trentacinquenne nel 2013, il film crea l’effetto tenerezza: era questa la tanto famigerata “Generazione X”? Se guardiamo ad oggi, i giovani mi sembrano molto meno ricchi di slanci e di fiducia nel futuro. Che la generazione X sia giunta da noi con 20 anni di ritardo, forse? Oppure siamo al cospetto di una spirale che sta portando le nuove generazioni sempre più giù. A me piace pensare che siamo sempre noi gli artefici dei nostri destini e che i giovani siano molto meglio di come i telegiornali ce li vogliono far passare. Certo, i politici, chi dovrebbe favorire il cambiamento, non ci aiutano di certo nella ricerca di un nuovo benessere, e quindi occorre essere ancora più forti e determinati per cambiare lo status quo delle cose.

sing2

Ultima annotazione sul film… a testimonianza di un legame indissolubile tra città di Seattle e gruppi protagonisti della scena grunge, mi piace segnalare come molti di loro, poi divenuti affermati cantanti e artisti, partecipano attivamente alla pellicola, in qualità di attori o interpretando sè stessi. Ritroviamo dei giovanissimi Eddie Vedder, Jeff Ament e Stone Gossard dei Pearl Jam (nel ’92, quando uscì nelle sale “Singles, l’amore è un gioco” stavano esplodendo al di fuori delle mura cittadine, grazie allo splendido album di debutto “Ten”, uscito invero nel 91, ma assurto al successo dopo svariati mesi), Chris Cornell e i Soundgarden, ma anche un cameo di un giovane Tim Burton, con la ragazza che lo snobba, preferendo girare un video con gente come Scorsese. Le verrà risposto che un giorno quel giovane regista diventerà bravo e famoso come lui, ma l’altra sembrerà non preoccuparsene più di tanto.

Nota di merito per il perfetto cast, con una bellissima e dolcissima Bridget Fonda, innamorata di un Matt Dillon che insegue in realtà il sogno di diventare una rock star e per la coppia ben assortita formata da Scott Campbell – che vedrà tramontare il suo progetto di costruire un super treno per favorire la circolazione nella sua caotica città e la bionda e fragile ambientalista Kyra Sedgwich.

Un film da riscoprire, se avete avuto anche voi la fortuna di vivere in quell’epoca.

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