Mumford & Sons: Il fenomeno musicale del 2012 è solo un grande bluff o siamo davanti a un gruppo epocale?

Uno dei gruppi più ascoltati – e chiacchierati nell’universo della rete – sono sicuramente da un paio d’anni a questa parte gli inglesi Mumford & Sons del leader Marcus Mumford. Un quartetto che sta dividendo il pubblico di sostenitori di una certa musica da più parti definita “indie”, nel loro caso a ragione, vista la certificata provenienza da una piccola etichetta indipendente, prima di passare a una succursale della Island.

i Mumford & Sons: la miglior band del 2012?

i Mumford & Sons: la miglior band del 2012?

Neo folk, classici, country, pop… mille definizioni per cercare di incasellare le loro prime canzoni, che emanavano passione e sudore da tutti i pori. Musica viscerale, sincera, melodica, fatta prevalentemente con strumentazione acustica, quasi “povera”. Niente batteria o chitarre elettriche, ma bensì chitarra acustica, banjo, contrabbasso e una tastiera a colorare le atmosfere. Fu un successo non previsto, esempio di come spesso il passaparola anche in un’epoca così tecnologica, possa invero ancora fungere da volano per veicolare informazioni certe, quali la bellezza e la qualità della performance live, per prima cosa.

I Mumford infatti non si sprecano dal vivo, sciorinano tutta la loro carica emotiva e coinvolgono il pubblico con cori, melodie serrate, musiche che fanno muovere il piedino, quando non proprio ballare. In due anni il loro esordio, uscito quasi in sordina nel 2009 “Sigh No  More” conquista pubblico, copertina, fino alle classifiche generaliste. Si prepara il terreno all’attesissimo seguito, materializzatosi in “Babel” che per tutto il 2012 si è fatto valere di qua e di là dell’Oceano, issandosi al primo posto della classifica di album venduti di Billboard, portando singoli al numero uno come non capitava dai tempi dei… Beatles, ebbene sì.

Ma qui cominciano inevitabili le prime accuse: di essersi venduti, di essersi plastificati, di aver replicato in malo modo le intuizioni dell’esordio, di essere capaci di proporre “solo quello”, insomma, da più parti sorgono i detrattori, non ultimo un redivivo Liam Gallgher.

Io parlo per me, ovviamente. Adoro certe sonorità, già ascoltavo certo folk pop, già i primi Kings of Leon, certamente più elettrici, non lo scopro certo io, mi avevano colpito principalmente proprio per la loro attitudine country western. Quest’anno il mio disco dell’anno è quello dei Lumineers, ma apprezzo pure gli Of Monsters of men e in passato ho divorato d’ascolti i Decemberists che facevano ampio uso di strumentazione acustica, fra cui addirittura fisarmonica e armonica a bocca. Quindi, come non rimanere conquistati dai genuini Mumford and Sons? Infatti ci sono cascato in pieno: adoro questo gruppo e non mi importa se hanno replicato il disco d’esordio, magari diventando più “fighetti” (consentitemi il termine poco ortodosso) o avendo a disposizioni una “macchina” più grande, specie per quanto riguarda la pulizia degli arrangiamenti.

Quando si diventa troppo grandi e troppo in fretta, sorgono sempre dubbi sull’autenticità della proposta e del gruppo, ma mai come in questo caso mi viene da pensare che siamo davanti a un complesso dalle qualità vere, forti, sospinti da entusiasmo, passione e voglia di comunicare ciò che sono realmente.

Sul loro “peso” nelle sorti della musica contemporanea, beh, ne riparleremo in seguito ma credo proprio che i ragazzi siano qui per restare!

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