Alla ricerca di Daud, Simone Esposito, Francesco Mancini e Tuia: talenti perduti classe ’90

Nel calcio, come in ogni campo della vita, non ci sono ricette vincenti per avere successo, per sfondare o anche solo per vivere di questa professione dagli apparenti contorni di un sogno. Tanti giocatori a cui era stata (con cognizione di causa) pronosticata una buona carriera o la capacità di imporsi, alla prova del campo denotano palesi difficoltà per emergere.

Non bastano le singole qualità tecniche, per quanto queste aiutino senz’altro a farsi notare dagli allenatori. La storia insegna che le variabili sono molteplici e che un ragazzino che fa la differenza negli Allievi o nella Primavera (categoria quest’ultima che in teoria dovrebbe spalancare le porte del professionismo) non è detto che poi si ripeta ad alti livelli o che, detta più terra terra, diventi un professionista del pallone. Cito ad esempio l’ex centrocampista giallorosso Raffaele De Martino, non certo vecchio ma nemmeno, a 26 anni compiuti, un esordiente, il quale dopo l’ottima trafila nelle giovanili della Roma e le molte presenze nelle varie selezioni azzurre, era da alcuni indicato come credibile o quanto meno degno erede di Daniele De Rossi in prima squadra. Una vera e propria odissea calcistica lo ha portato invece, dopo i brillanti esordi in prima squadra (nemmeno diciottenne) a cambiare vorticosamente maglia: da Bellinzona a Treviso, da Udine ad Avellino, da Crotone alla Nocerina fino allo scorso della stagione scorsa alla Paganese. Una parabola discendente, culminata con l’approdo in seconda divisione della Lega Pro con la maglia dell’Aversa Normanna, per il quale sarà indubbiamente il grande valore aggiunto.

Molti i fattori, dagli infortuni al carattere, dal mister che non ti vede alla discontinuità di rendimento… insomma, ho citato il buon Raffaele solo come esempio, ma già a 22 anni si possono capire, o per lo meno, intravedere certi destini.

Occorre avere personalità, forse faccia testa, di certo la voglia continua di allenarsi e di migliorarsi, la determinazione ma anche tanta fortuna, che può tradursi come trovare l’allenatore giusto al momento giusto, quello che sin dai primi giorni di allenamento ti guarda negli occhi e ti fa capire con uno sguardo che conta su di te. Un po’ come successo a Ciro Immobile, implacabile bomber delle giovanili bianconere ma mai pungente o utilizzato nelle prime esperienze da pro, a Siena e a Grosseto. Incrociato sulla sua strada un tecnico come Zeman, in grado di valorizzarlo, si è confermato super bomber cadetto con ben 28 gol e ora in serie A col Genoa sembra giocare con la predisposizione giusta e la sicurezza nei propri mezzi assolutamente ritrovata.

La stessa cosa non si può certo dire di altri due super talenti, classe ’90,  della Juve con cui Immobile componeva un tridente in grado di mettere a soqquadro ogni difesa avversaria. Infatti nè il tornante destro Simone Esposito, nè il suo contraltare a sinistra Ayub Daud stanno dimostrando le loro doti da quando sono diventati professionisti.

Se Daud già dalle giovanili alternava prove sontuose ad altre meno brillanti, essendo per natura umorale, su Esposito (il nuovo Camoranesi, come in più occasioni rilevato in contesti giovanili da più parte della stampa) era lecito attendersi una consacrazione veloce. Invece, presumo frenato dalla poca cattiveria e certamente non sostenuto da una condizione fisica accettabile, sta faticando enormemente a trovare la sua dimensione, essendo sembrato inadeguato alla primissima esperienza lontano casa, in quel di Ascoli e poi più reattivo ma non del tutto convincente a Reggio Emilia, prima di ripiombare nell’anonimato a Grosseto.

Lo stesso dicasi di Francesco Mancini, anch’egli transitato sinora senza successo da Grosseto, e in grado, nelle giornate di vena quando era nelle giovanili laziali, di cambiare da solo i destini delle partite. Tecnica sopraffina, carattere fumantino (tanto che pure l’allenatore Sesena nella Primavera della Lazio lo mise praticamente fuori rosa per un periodo a causa di intemperanze comportamentali) e soluzioni impeccabili al massimo della velocità, sembrava un Cristiano Ronaldo in miniatura, col suo dribbling ubriacante. Invece, esclusa una positiva stagione a Lumezzane, non si è ancora ripetuto e non ha fatto il salto mentale da professionista.

Inspiegabile invece appare l’involuzione tecnica di un altro predestinato laziale: Alessandro Tuia, per il quale sin da quando fece i suoi primi approcci in prima squadre a soli 16 anni, si parlò di un possibile nuovo Nesta. Io lì per lì, rimasi scettico nel confronto, proprio per le caratteristiche tecniche dei due. Del campione Nesta, infatti, Tuia non possiede la velocità, la tecnica e la grinta. Giocava molto di fisico, a testa alta sì, ma con limiti tecnici. Tuttavia, dopo gli elogi più volte ripetuti del presidente Lotito, suo primo sponsor, gli capitò un serio infortunio che, col senno di poi, gli avrebbe condizionato eccome la carriera, tanto che sia nel Monza che nel Foligno, è parso più volte impacciato, inesperto, acerbo. Quest’anno l’ulteriore salto all’indietro in Lega Pro seconda divisione, proprio nella Salernitana succursale della casa madre Lazio di Lotito.

A 22 anni le possibilità di farcela e di riavviarsi verso una carriera che possa in qualche modo confermare talune premesse ci sono ancora tutte per Daud, Esposito, Mancini e Tuia ma è necessario che ci mettano quel quid vincente che sinora è clamorosamente mancato.

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