Intervista a Claudia is on the sofa, che ci parla della sua ultima fatica “Love Hunters” e del suo mondo musicale

Claudia is on the sofa è un progetto della cantautrice bresciana Claudia Ferretti, la quale dopo un interessante ep in cui si è presentata alla scena musicale, è giunta finalmente all’esordio su lunga durata con l’album “Love Hunters”, di recentissima uscita.
Un disco in cui suggestioni nuove si aggiungono a quelle già demarcate nei primissimi brani incisi dalla giovane, anche se il mondo di riferimento è quello di un cantaurato al femminile molto raffinato, acustico ma che non disdegna anche soluzioni più complesse, con arrangiamenti delicati e armoniosi resi in particolare brillanti dall’utilizzo del piano del sodale Marco Franzoni, che ha pure curato assieme a Claudia la produzione.
Non un disco unplugged in senso stretto, visto che compaiono chitarre elettriche a colorare i brani, ma l’idea di pacatezza e tranquillità prevale su atmosfere rabbiose o grintose. Claudia è legata a Yastaradio ( la web radio gestita da Dalse per cui collaboro anch’io) in quanto sin dal debutto lo staff  ha creduto in lei e nella sua musica.
Ne parliamo volentieri con la titolare del progetto:


“Ciao Claudia, è un piacere conoscerti, dopo aver avuto modo di apprezzare la tua musica, così dolce, sussurrata e pulita che mi rimanda immediatamente – a un primo ascolto – a validissime interpreti, specie di provenienza americana… Quando si è accesa in te la miccia della musica e quali erano gli ascolti da giovane teenager, prima di provare a cimentarsi con qualcosa di tuo?”

 Ciao, il piacere è tutto mio ritrovare l’amata Yastaradio, che ringrazio per aver creduto in me già dal primo ep. Come spesso accade si incontra la musica sin da bambini e dall’adolescenza. In casa si ascoltavano i grandi cantautori italiani e i Beatles, tanto che il primo progetto in cui ho suonato è stata una cover band dei Beatles tutta al femminile. Da qui poi i passi sono stati vari ed eterogenei fino ad approdare alla musica americana e alle sue ampie distese sonore alla Paris Texas.

 “Tra i brani a mio avviso più riusciti vi sono quelli dal sapore vagamente folk o country, anche se rispetto all’ep si nota evidente un’evoluzione di stile, grazie soprattutto a un affiatamento tra le parti che pare tangibile. In fase di scrittura, sei una che arriva con le idee di base già pronte o lasci sfogo alla creatività in studio, con l’apporto dei tuoi validi musicisti?”

Ogni brano nasce voce e chitarra sul sofà. Ci si sposta poi in cucina nella sala prove e dello studio di registrazione dove viene preparato ed arricchito.

I brani di Love Hunters in particolare, come si usava fare anche in passato, sono stati sperimentati live, quindi registrati in diretta e prodotti (da Marco Franzoni) in studio. Fondamentale è infatti suonare insieme davanti a un pubblico prima di registrare, per capire ogni canzone a fondo, sperimentare e per farla completamente propria.

La band gode sempre di ampia libertà, siamo molto affiatati e sappiamo esattamente dove vogliamo andare, quindi è veramente semplice capirsi e portare ognuno la propria personalità all’interno della struttura dei pezzi e della produzione.

“I brani mantengono una certa linearità, non discostandosi molto per quanto riguarda il tono generale dell’album (in questo mi viene in mente lo splendido esordio dell’irlandese Damien Rice, uno dei miei autori preferiti), eppure mi sembra che “Too hot”, “old Jack” e “Shadow Man” riflettano di una luce ancora più abbagliante. Se tu dovessi presentarti con un solo brano quale sceglieresti come quello che maggiormente ti rappresenta nel profondo?”

 Ogni brano riflette una sfumatura di me, del mio modo di vedere la musica e di sentire il mondo. Anche nella selezione del singolo per le radio si è presentata la stessa questione e ho scelto Boy, perché nell’atmosfera, nella carica, nella musicalità e nel suo significato al momento ritengo il pezzo che maggiormente rappresenti me e le diverse sfaccettature del disco: dalla pop Same story, alla intima Too hot, alla bluesy If Jesus, alla country Old Jack, alla più eterea Apple tree.

“A livello discografico da più parti si sente ormai parlare di morte del supporto disco, di musica ormai adatta al mero consumo e dell’evento live come principale momento in cui il musicista, l’artista ha modo di emergere, mettendosi a nudo, senza filtri davanti a un pubblico. Tu preferivi un’epoca in cui i dischi erano considerati dei “tesori” e magari si ordinavano dall’estero, e si riuscivano a vendere non solo ai concerti, o meglio ora che la tecnologia ha aperto ogni orizzonte? A mio avviso, un album come il tuo andrebbe assaporato piano, dall’inizio alla fine e non fatto slittare da un mp3 all’altro, come si è soliti ormai fare con queste playlist infinite!”

 Una canzone registrata resta per sempre. Amo chi assapora tutto il disco attentamente o come dolce colonna sonora a casa, in macchina, al bar. Ma amo altrettanto chi si gusta o ascolta distrattamente un pezzo alla volta e magari vede comparire Boy tra Che cos’è l’amor e Wild horses, o Same Story tra Toxic e Somebody that I used to know, perché no? L’importante è ascoltare e amare.

“Molti artisti all’inizio si esprimono con l’inglese, forse perchè la lingua spesso è dettata dall’abito musicale che si intende fare indossare ai brani. Mi rendo conto che anche le tue canzoni si adattano perfettamente all’utilizzo dell’inglese… tuttavia, hai mai preso al vaglio l’ipotesi di comporre ed esprimerti anche in italiano?”

 Per questo progetto sinceramente ho sempre pensato all’inglese. È nato in questo modo e i testi nascono direttamente in questa lingua in modo naturale e diretto. Adoro comunque l’italiano e quindi non escludo a priori questa declinazione, per ora faccio un passo alla volta e cerco di seguire le mie modalità espressive. Forse un giorno l’esigenza artistica della lingua italiana prevarrà in me e allora mi muoverò seguendo quello in cui mi rivedo come sempre: adoro mettermi sempre in gioco e non sedermi mai anche se sono sul sofa.

“Cosa ti aspetti da questo disco? Molti artisti mi ripetono che il sogno ormai è sempre più quello di riuscire se non altro a vivere di questa arte, senza più osare fare voli pindarici. Quali sono i tuoi obiettivi in musica?”

 In generale mi creo sempre solo obiettivi a breve termine, quelli troppo lontani mi spaventano. Quindi un sogno e obiettivo a cui punto è portare questo disco live in tutta Italia e poter suonare per almeno una volta oltre oceano.

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