La “Black Tarantella” di Enzo Avitabile: straordinario esempio di world music ai massimi livelli

Dall’ultima trasferta a casa di Ricky, come spesso mi accade, sono rientrato carico zeppo di cd, per la maggior parte di area folk, visto che il mio amico sa che, oltre all’indie uk e al rock italiano, ho un debole per i suoni del mondo.

Certe scelte sono quantomeno discutibili, e Ricky lo sa bene, tuttavia almeno sui Legittimo Brigantaggio o su Isaia e l’Orchestra di Radio Clochard c’è poco da eccepire: folk rock davvero militante i primi, sempre folk ma più “popolare”, di strada i secondi.

Ma il top della collezione stavolta è senza dubbio il recente album di un Maestro della musica etnica, il napoletano Enzo Avitabile. “Black Tarantella” è davvero un album ricchissimo di suggestioni, che definirlo “folk” è pure riduttivo: qui siamo dalle parti della migliore musica world mai prodotta negli ultimi dieci anni. Non fosse abusato come termine di paragone e quanto meno inappropriato, viste le diversissime latitudini e origini dei suoni espressi, verrebbe voglia di paragonarlo all’epocale “Creuza de Ma” del grande Faber.

Avitabile, classe ’55, da quasi 40 anni sulla breccia, produce e realizza un album vario, multiforme, suonato in maniera egregia e arrangiato altrettanto splendidamente, con una pulizia dei suoni che non vanno minimamente a intaccare l’anima “nera”, soul, blues, “sporca” di un genere antichissimo, rielaborato in chiave moderna. Sì, perchè la famosa tarantella napoletana qui è declinata in varie forme e fa capolino qua e là, come nella trascinante, scoppiettante “Aizamm’ na mana”, in duetto con Raiz, nuovamente a suo agio in queste vesti, dopo la non felicissima parentesi da cantautore classico italiano. La voce arabeggiante di Raiz si sposa alla perfezione con il narrato di Avitabile che invita a unirsi tutti insieme per poter cambiare lo stato delle cose, e perchè no?, migliorarle.

E’ un album ricco di temi sociali, di testi che sensibilizzano, si parla di fratellanza tra popoli, di giustizia, spesso anche in modo amaro, come accade nel bellissimo e toccante duetto (a mio avviso serio candidato a qualche targa Tenco come lavoro in dialetto) con Guccini  ” Gerardo nuvola ‘e povere”, racconto a due voci su un emigrato del sud che va a Modena per lavorare e trova la precoce morte proprio sul luogo di lavoro. Da contraltare fa Francesco Guccini con una parte in dialetto modenese, sorta di dialogo tra chi accoglie l’emigrato e chi si ritrova a dover ricominciare un’esistenza, senza per questo abbandonare l’impegno e la passione (come lavorare di giorno e parlare a Radio Popolare la sera). L’apertura dell’intero cd è affidata a una dolente, intensissima ballata: “E’ ancora tiempo” con l’amico storico Pino Daniele, il quale tratteggia con la chitarra blues un brano davvero difficile da dimenticare. Poi ci sono episodi più ritmati, molto moderni, come il rap ” Mai cchiu'” con i Co’Sang, nel cui brano lo stesso Avitabile si ritrova a cimentarsi con l’hip hop. Anche “Nun è giusto” con Idir trasuda passione e voglia di muoversi, mentre altri brani paiono più che altro nati per far riflettere e sognare, magari sulle note di un efficace sassofono, strumento principe di Enzo. Alludo al primo singolo “Suonn’ a pastell” con l’irlandese Bob Geldof, a ” No’ e no” con Battiato che colora un brano senza troppi scossoni e al triste “Elì el'” con il compianto Enrique Morente, cui è dedicato tutto l’album. Compare addirittura David Crosby nel brano di forte impatto emotivo “E ‘a maronn’ accumparett’ in africa”, mentre in due occasioni Avitabile canta da solo. Infine vengono riproposti pure due tra i maggiori successi della lunghissima e onorata carriera del “nostro”, la poetica “Mane e mane” questa volta impreziosita dalla voce del mauritano Daby Tourè e a chiudere un disco senza punti deboli la famosa “Soul express” stavolta interpretata con Toumani Diabatè e Mauro Pagani.

Un album che merita più di un ascolto e che annovera Enzo Avitabile, di cui è in lavorazione addirittura un documentario firmato dal regista de “Il silenzio degli innocenti” Jonathan Demme, innamoratosi del suo sound, ormai tra i massimi esponenti di una musica antica epperò sempre in grado di rinnovarsi, potendo attingere da tutti i suoni del mondo.

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