Stone Roses e Pulp presto live in Italia!

Tra non molto sbarcheranno in Italia due tra i gruppi che ho maggiormente ascoltato in vita mia, e che ancora adesso sono in grado – oltre che di farmi tornare indietro nel tempo ad un periodo elettrizzante della mia vita . di emozionarmi con le loro note. Sto parlando dei Pulp e degli Stone Roses, entrambi gruppi inglesi di rock alternativo (scegliamo una definizione standard che possa andare bene per tutti, và).

Due band contemporanee, anche se nell’immaginario generale, attribuite a due epoche ben distinte della recente musica di matrice britannica. Non si scappa da certi riferimenti stilistici, a volte palesi, altre rimescolati a proprio piacimento ma nel tempo sia gli uni che gli altri hanno raggiunto standard ottimali, abbinando qualità e vendite.

Tra il 13 e il 17 luglio quindi i fans italiani potranno andare in brodo di giuggiole (io pure, visto che, grazie a un regalo di compleanno dell’amico fraterno Ricky, con il quale ho condiviso gli anni dell’università e della radio, oltre che di centinaia di concerti, andrò ad assistere al live dei Pulp a Pordenone il 13) e constatare da vicino lo stato di forma di due gruppi gloriosi ma che di fatto ormai si erano sciolti. Reunion furbetta o nuova linfa di una carriera in divenire? Difficile dirlo, certo il percorso loro è stato assai differente. Dicevo, contemporanei, perchè anche i Pulp del carismatico ed istrionico Jarvis Cocker iniziarono nei primi anni ’80 ma vissero nell’oblio per tutto il decennio, esplodendo solo nei ’90 in piena era “britpop”, epoca che invece è stata (forse inconsapevolmente) annunciata e ispirata dagli Stone Roses che, nell’89, con il loro album d’esordio sbaragliarono le classifiche indie inglesi, per poi issarsi nelle vette delle charts. Ma i Roses non erano propriamente britpop, genere poi comparato per band di successo come Oasis, Blur, Supergrass e li stessi Pulp: la band di Ian Brown veniva da Manchester e con il loro mix di pop, rock, psichedelia e certi rimandi inevitabili ai padri putativi Smiths, crearono il suono di “Madchester”, la scena denominata “baggy”, in virtù di un look semplice ma alquanto vistoso, con maglie e pantaloni larghi e spesso berretti, come il batterista Reni.

Una band, quella degli Stone Roses, che a fronte di un successo clamoroso, in termini di pubblico e di attenzione dei media, sempre pronti a strumentalizzare o enfatizzare alcune sparate dei componenti, spesso un po’ troppo “high”, subì un’involuzione, un’implosione se vogliamo. Non so se tutto fu da additare alle grane con la casa discografia o se invece ci fu alla base anche una perdita di “senso della realtà” su quello che si faceva. Fatto sta che passarono ben 7 anni da quello splendido esordio eponimo e il secondo album, intitolato imperiosamente “The second coming”. In realtà la freschezza delle liriche, ma anche delle musiche, era andata del tutto perduta, essendo quello un album di chiara ispirazione seventies, lontano mille miglia dal sound acido e lisergico che li aveva resi famosi. Spazio ai riff del talentuosissimo John Squire ma dove era andato a finire il basso sognante e quasi funky di Mani? A me quel disco non piacque dal primo ascolto e faticai per molti anni ad “accettarlo”, troppa era la mia delusione. Col tempo il nome della band, mai ufficialmente sciolta, nemmeno dopo la nascita dei Seahorses, in pratica progetto solista mascherato di Squire, si perse letteralmente, sparì da ogni scena, mentre i loro componenti cambiarono band (finendo nei Primal Scream, all’epoca in forte ascesa in Europa, dopo aver giù spaccato in patria con il fenomenale “Screamedelica”) o si dedicarono ad altro, come il chitarrista, valente pittore di forme astratte. Ian Brown nel ’97 tentò la carriera solista, ma il risultato, seppur non deludente, sembrava paradossale: molti sostennero che quasi volesse copiare lo stile del famosissimo Liam Gallagher degli Oasis, quando tutti sanno che fu proprio Liam a scimmiottare (o a imitare nel vero senso della parola) a inizio carriera le mosse e gli atteggiamenti di Brown, suo idolo assoluto e cantante della sua band preferita. (fu proprio dopo aver assistito a un concerto dei Roses che un allora sedicenne Liam decise di provarci con la musica, fondando i “The Rain” (progenitori degli Oasis) con gli amici di scuola Bonehead e Guigsy. Poi intervenne il fratellone Noel e il resto è storia.

Chi ha visto i Roses in giro per l’Europa parla di una band molto in forma, sicura di sè (ma quando non lo sono stati in fondo?), ma soprattutto coesa e amalgamata! Pubblico in delirio con le varie “I’m the Resurrection”, “She bangs the drums”, “Sally Cinnamon”, “Fools Gold”, “I Wanna be adored”… brani epocali, niente da eccepire.

I Pulp invero vengono da una storia assai diversa, forse opposta a quella appena raccontata. Mentre i primi fecero il botto all’esordio per poi non replicare, i Pulp impiegarono più di 10 anni a emergere dalla scena alternativa e lo fecero dapprima con un album interessante come “His ‘n’ hers”, a inizio ’90, per poi raggiungere le vette delle classifiche col seguente “Different class” del ’95 che non aggiungeva nulla di nuovo a livello stilistico, ma rappresentava un compendio di tutte le anime musicali del gruppo, una summa ben sintetizzata da brani immortali come “Common People”, emblematico sin dal titolo o “Disco 2000”.

Piena epoca britpop, si diceva, e in effetti, i Pulp seppero nuotare bene in questo mare, in cui furono gettati gruppi che poco avevano a che fare con certi richiami artistici o stilemi inglesi. Invece la band di Jarvis Cocker seppe rappresentare un genere col loro pop elegante, con il loro tocco veramente english, con la loro ironia e amarezza trattata ampiamente e assai diffusa nei testi, con la loro classe innata. Seppero resistere all’usura del tempo e a un genere brillante ma stantio, superando i paletti dei riferimenti classici “Beatles, Kinks, Stones” e aggiungendo archi, suoni grevi, prediligendo talvolta, come nell’album immediatamente successivo (“This is hardcore”), la forma ballata, ma non romantica, o non necessariamente romantica, bensì struggente, epica, d’impatto.

Non vedo l’ora di vedermeli dal vivo, per poter ballare, gioire, scatenarmi e emozionarmi, come in pratica facevo nella mia cameretta da (post) adolescente. Grandi bands, grandi suoni, grandi attitudini, grandi momenti!

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