Intervista a Luca Gemma

PELLEeCALAMAIO incontra oggi il cantautore Luca Gemma, da pochi mesi uscito con il nuovo album “Supernaturale”.

 “Ciao Luca, è un piacere per me ospitarti, alla luce del fatto che ti seguo e stimo dalla tua esperienza con i Rossomaltese. Ma iniziamo dalla… fine: il tuo album è uscito da poco e ad un primo ascolto ciò che mi colpisce è la grande eterogeneità dei brani e la pulizia degli arrangiamenti. Ma forse a colpire maggiormente sono i testi, molto amari e conditi da una sorta di “rabbia” verso i tempi in cui viviamo. Come si è sviluppata l’idea di un disco simile?”

Con questo disco, più che in passato, volevo che le canzoni fossero nude e crude, senza orpelli, magari grezze, ma istintive. Ecco perché si chiama Supernaturale. Questa idea riguarda la cornice entro la quale avevo deciso di muovermi, scrivendo di getto le canzoni. La rabbia per il decadimento culturale, politico e sociale che vedevo e vedo intorno a me ha dato origine a un paio di brani, che aprono il disco. Poi sono andato come sempre alla ricerca di un antidoto o di un buon motivo per reagire e cercare la bellezza che da qualche parte si nasconde. Ed è venuto fuori il resto. Non è un concept album ma un disco molto umorale, nel senso che all’interno di una giornata i miei umori cambiano spesso. Sono irascibile ma non resto incazzato per tutto il santo giorno.

 “Rispetto a “Folkadelic” che all’epoca apprezzai tantissimo e che già dal titolo richiamava una certa attitudine, questo ultimo lavoro, pur autoprodotto e artigianale, se mi passi il termine, ha un sapore diverso, più aperto sul mondo. E le tante collaborazioni ne sono testimonianza. Quanto hanno influito a colorare i brani gli interventi dei tuoi amici?”

C’è una parte di lavoro che a me piace svolgere da solo o a tu per tu con il produttore che in questo caso è Paolo Iafelice. Poi arriva il momento in cui mi piace aprire le porte per far entrare altri musicisti in modo che possano aggiungere, sottrarre e comunque dire la loro sulle canzoni in questione. Da quel momento in poi diventa il disco di una band allargata e tutto prende la forma definitiva.

“Nei Rossomaltese sembravi a un passo dalla piena affermazione, proponendo uno stile originale per l’epoca, una sorta di folk-rock d’autore, come poi le carriere tua e di Pacifico avrebbero dimostrato. Cosa non ha funzionato all’epoca, se riesci a individuarne un motivo. O la separazione è stata, così come dire, consensuale? Te lo chiedo perché avevate prodotto due splendidi dischi e bellissime partecipazione, per esempio sui “Disertori” o su “Materiale Resistente”

La separazione è stata consensuale ed è avvenuta per una sorta di esaurimento delle energie che tenevano in piedi il gruppo. Siamo stati una band affollata di musicisti, tutti molto importanti per il suono dei Rossomaltese, ma anche molto diversi tra loro. Eravamo essenzialmente un gruppo live, che provava maniacalmente quasi tutti i giorni, che faceva una media di settanta, ottanta date l’anno con picchi di oltre cento. Su e giù per l’Italia in sette, otto persone, con molti compiti da svolgere per tenere insieme il carrozzone. Dopo circa dieci anni avremmo voluto ottenere di più in termini di vendite per poter lavorare in condizioni migliori. Questo non è avvenuto, per nostro demerito e per motivi oggettivi che non sto ad elencare. A quel punto la spinta e la motivazione non c’erano più. Era diventato più facile mandarsi a quel paese che proseguire tutti insieme e così è avvenuto. In quel modo ognuno ha ripreso in mano la propria vita senza dipendere dagli umori degli altri.

“La crisi evidente del formato disco è stata assorbita o siamo nel bel mezzo di un passaggio epocale? Sei un cantautore esperto e hai vissuto diverse fasi della discografia. Rimpiangi quella “classica” o meglio ora che con il web e i social network è possibile far arrivare la propria arte senza troppi filtri?”

Siamo evidentemente in mezzo al guado di una crisi-rivoluzione della discografia in cui i formati tradizionali stanno morendo ma il nuovo ancora non decolla. Insomma non siamo né carne né pesce. La musica è tanta, forse troppa, è ovunque, è liquida e gratuita e non si capisce bene da dove possa arrivare il guadagno per continuare a produrre e a vivere, e questo vale a livello individuale e del sistema nel suo insieme. Insomma i dischi non si vendono ma Itunes e similari non prendono quota perché il gratis ha un appeal imbattibile, almeno da noi in Italia. Nel download gratuito la quantità di ciò che si scarica ha nettamente la meglio sulla scelta e sulla capacità di ascolto. Ovviamente il digitale ha anche introdotto molti vantaggi economici nella fase della produzione e della diffusione porta a porta della musica. Ma il problema principale resta e non si vede una soluzione a breve.

“Ci parli un po’ della tua anomala e interessante esperienza di circa 4 anni fa del progetto “Liveondemand” con il quale in pratica da casa proponevi la tua musica in maniera innovativa. Pensi di poter ripetere quel tipo di concerti alla luce dell’avanzata ancora maggiore della tecnologia in questo senso?”

L’idea è molto semplice, ovvero utilizzare Skype, con cui comunicavo e tuttora comunico, per degli houseconcert in cui la casa era sempre la mia. Facevo prenotare un set di venti minuti sul mio sito e poi, al giorno e all’ora prestabiliti, mi collegavo con la persona o il gruppo di persone per un concerto acustico voce e chitarra davanti alla webcam. Due chiacchiere per conoscersi e tre, quattro canzoni. Ne ho fatti un paio al giorno per circa un mese collegandomi anche con New York o Berlino. Tutto gratis ovviamente. Quest’autunno lo rifarò, magari con qualche cambiamento come l’introduzione di paypal.

“Sei anche apprezzato e valente autore e hai debuttato piuttosto tardi come solista, pur non allontanandoti mai del tutto dall’ambito musicale. Quanto è importante per te il contatto con un pubblico, poter esprimere il proprio pensiero, specie come in questo album nel quale lasci molto spazio alle tue idee personali. La musica può ancora avere funzione sociale, veicolare dei messaggi importanti che esulino dal puro intrattenimento.”

La musica è da sempre tutte queste cose insieme, ovviamente in proporzioni diverse. La combinazione di musica, suono e parole, quando riesce, dà origine a una cosa bella che può far invariabilmente ballare, pensare, sorridere, muovere il culo e può solleticarti la rabbia come l’amore, la commozione e mille altre sensazioni. La distinzione rigida tra intrattenimento e impegno è artificiale ed è una invenzione tutta italiana che dagli anni Settanta in poi separa il pop dalla canzone d’autore, producendo cose belle ma anche cose orrende in nome dell’uno e dell’altra. Ma se ascolti i Beatles o James Brown così come Modugno o Tenco, questo problema non si pone: la musica è il messaggio!

 Grazie Luca della tua disponibilità e gentilezza. In bocca al lupo per i tuoi progetti.

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