PELLEeCALAMAIO intervista il grande PAOLO ENRICO ARCHETTI MAESTRI degli YO-YO MUNDI


 

Ciao Paolo Enrico, è con grande piacere che ti ospito nel mio blog. Mi è doveroso dirti che la tua musica, come quella di altre formazioni affermatesi negli anni’90, ha segnato la mia crescita e colpito la mia sensibilità. Gli YoYo Mundi sono un esempio fortissimo di band sempre attuale e con delle cose da dire. Importanti, non banali!

“Voi siete emersi negli anni’90, un periodo assai florido per la scena “rock” italiana. Uso un termine generico, ma intendo inserirvi i vari fenomeni emersi: le posse, il combat folk, il rock alternativo, l’hip hop. Io seguivo da appassionato e poi da addetto ai lavori, tu come artista coinvolto in prima persona, come vivevi quel periodo? Sentivi l’elettrizzazione nell’aria? Oppure si poteva fare di più in quel contesto storico-culturale?”

– Si può sempre fare di più, ma quello fu un bel momento. Lo è ancora di più ripensandoci oggi in questo periodo così buio, soprattutto quando mi\ci ritornano in mente i momenti vorticosi che ci portavano ad arare in lungo e in largo la penisola: quelli erano i tempi dei cento e più concerti all’anno. Purtroppo quel movimento creativo e colorato si è – quasi subito – ripiegato su se stesso. Tutti hanno cominciato a pensare solo al proprio orto e non c’è mai stato davvero un’idea collettiva, mai obiettivi comuni da raggiungere. E di quegli anni, in giro, siamo rimasti in pochi.

“Mi riaggancio alla parte finale della precedente domanda: sembravano già vent’anni fa tempi bui e difficili ma avresti mai pensato di arrivare (parlo di Italia) quasi alla bancarotta? Tu che ti sei esposto tanto a livello politico, non solo con le splendide canzoni, come pensi che si potrebbe provare a rialzarsi? Da dove inizieresti?”

– non esistono ricette. L’Italia è fatta così, si tende ad assomigliare a tutto ciò che dovremmo combattere e rifiutare. Il mondo cosiddetto indipendente è ormai un arcipelago di chiese e sette, con qualche guru, con molta puzza d’incenso e di stantio. Le regole sono quasi le stesse del mercato major (e del Berlusconismo), quelle dello share e quelle delle raccomandazioni, quelle degli amichetti e quelli delle preferitissime. Vuoi un premio? Devi avere santi in paradiso oppure tanti soldi da investire per uffici stampa ai quali pochi possono dire di no. Vuoi partecipare al concertone del Primo Maggio, uguale o quasi. E, mi ripeto, non capita mai un’occasione o un momento collettivo per cambiare e\o migliorare lo stato delle cose. Si pensa solo ed esclusivamente ai propri interessi. Ci si illude di guardare lontano, mentre ammiriamo la punta del nostro pisello. Peccato perché uniti, potremmo fare moltissimo. Anche qualche piccola grande rivoluzione! Penso alla SIAE e alla vergogna di un sistema non ancora informatizzato e mostruosamente penalizzante per la stragrande maggioranza degli autori (con premi smisurati per i soliti noti), penso al fascismo mediatico dei network che propongono solo una manciata di brani in perenne rotazione – stop ai contributi pubblici per quelli che non diversificano e non promuovono gli emergenti -, penso a una legge che imponga spazi certi e retribuiti per la musica italiana in tv e in radio, nel solco di ciò che già viene applicato in Francia.

“Torniamo in ambito musicale. La vostra esperienza è ormai lunga, siete passati da un folk piuttosto classico (ma sempre “d’autore” più che legato indissolubilmente alle tradizioni popolari come ad esempio hanno fatto i Modena) a una musica alquanto contaminata. L’espressione musicale non vi basta più? Quanto è importante la commistione con cinema e teatro ai fini di veicolare al meglio certi messaggi importanti?”

Vitale. Era necessario uscire dal binario disco di canzoni e relativo tour. Ci sentivamo in gabbia e la nostra creatività rischiava di appassire. L’incontro con l’altro – siano persone\artisti o generi o arti -è indispensabile per gli Yoyo. Senza saremmo più poveri, meno credibili e molto meno felici.

“Il mio album preferito “di canzoni” è “Percorsi di musica sghemba” in pieno periodo CPI. Eppure all’epoca per alcuni fu un momento di svolta poco capito. Cosa dire allora delle vostre successive sperimentazioni? I vostri fan hanno ben presto imparato a conoscere la vostra sete di novità e la vostra curiosità. Quando è avvenuto lo “strappo” con i vecchi Yo-yo Mundi, quando avete capito che stavate svoltando a livello artistico?”

In effetti anche noi pensavamo di avere compiuto qualche strappo. Percorsi – è il primo disco dopo l’avventura CPI -, segnò senza dubbio una svolta, poi ci siamo accorti che in realtà, molto semplicemente, la nostra strada non era dritta, ma piena di curve e tornanti. E, percorrendola, ci siamo accorti anche che non era solo una strada, ma un vero e proprio fiume destinato a crescere in qualità e contenuti, grazie agli infiniti affluenti che via, via si sono manifestati e hanno arricchito e colorato la nostra musica.

“Il progetto “Sciopero” giustamente ha raccolto fragorosi e meritati consensi, anche all’estero. Mi parli un po’ delle tue emozioni e delle tue motivazioni profonde legate a questo felice episodio della tua carriera?”

La prima sonorizzazione Yoyo di Sciopero risale al 1994 – Festival Musica delle Ombre a Roma -, da quell’esperienza molto ardita e altrettanto acerba (sonorizzammo “a vista” e quell’errore fece sì che a ogni nuova replica modificavamo e integravamo la nostra opera perché a parte una canovaccio cartaceo, non ci ricordavamo le soluzioni scelte la volta precedente), la nostra sensibilità è cresciuta moltissimo e, da lì in poi, niente fu più come prima! Quel film ci ha sconvolto e conquistato, e la nostra testa si è aperta. E, inarrestabile, si è manifestato un nuovo mondo creativo ed espressivo. Il disco, uscito con i Materiali del Manifesto, ha venduto tantissimo e, da quel momento in poi, si sono moltiplicate le repliche (a oggi sono circa 130). Nel 2005 abbiamo osato l’inosabile e siamo andati in UK a proporre Sciopero\Strike– in quell’occasione il The Guardian ci definì: “I Clash con la fisarmonica” -, e dopo quei primi fortunati concerti londinesi, nel 2006 siamo tornati per un tour indimenticabile di nove date, la prima al Barbican Centre di Londra, sorprendentemente sold out, e poi a seguire Sheffield, Manchester, Edimburgo e infine l’Irlanda con un altro “pienone” al Sugarclub di Dublino, nel frattempo il cd di Sciopero venne stampato e distribuito sia in Inghilterra e sia negli USA (seppur in minore quantità), e la stampa inglese coniò per noi la definizione “Italianmasters of silent film soundtracks”. Ironia della sorte, non abbiamo mai lavorato con un regista vivente… altre chiese e altre sette, quelle del cinema italiano.

“Nell’accostare in maniera magistrale suoni, immagini e idee mi viene da avvicinarvi a un altro gruppo che adoro: i Tetes des Bois. Ti piace la loro musica, l’hai seguita in questi anni?”

Ci sono molti artisti, tra questi anche i TdB, che seguiamo con affetto e attenzione penso ai Massimo Volume, ad Andrea Chimenti, e ancora i CFF e il Nomade Venerabile, i Virginiana Miller, Alessio Lega, i Gang, Marco Rovelli e moltissimi altri (tra questi tutti quelli sono passati dalla nostra etichetta Sciopero Recrods!). Siamo appassionati di musica, siamo attenti a ciò che succede nella penisola e privilegiamosempre gli acquisti di opere italiche.

“Da Fossati a Gaber, le soddisfazioni non vi sono certo mancate. Il riconoscimento, lo status di grande band vi manca? Non è che finirete sul palco dell’Ariston anche voi come Afterhours, La Crus e Marlene?”

– Chissà, può essere, ma noi non siamo con una major, dunque tutto si complica! E comunque noi non siamo mica gente con la puzza sotto il naso, se capiterà – di nuovo – l’occasione andremo anche a Sanremo! E poi… Essere una grande band non è mai stato il nostro desiderio principe, volevamo realizzare i nostri sogni, vivere della nostra musica. Siamo insieme da 23 anni, la formazione è sempre quella delle origini. Probabilmente non saremo mai una grande band, ma di sicuro siamo un’esperienza unica e irripetibile nel panorama italico. Una band che si autogestisce da sempre, dove non ci sono leader e tutti siamo uguali e abbiamo pari dignità, insomma una piccola repubblica di socialismo reale! Andare a Sanremo non aggiungerebbe molto alla nostra storia, ma di sicuro non ci toglierebbe niente. E poi i nostri fans ci regalerebbero altri nuovi sorrisi, di certo per loro come per noi, non sarebbe un atto scandaloso. Con un pezzo giusto, arioso, avvolgente, faremmo pure una bella figura, no?

“Il progetto “Munfrâ” è un caloroso omaggio alla vostra terra, non solo nei testi ma pure nelle atmosfere e nei rimandi. Mi parli un po’ di questo capitolo così singolare del vostro ricco catalogo?”

– Un disco a chilometro zero che sta andando molto lontano – Il 16 aprile Munfrâè uscito in UK (l’estate scorsa è stato pubblicato in Francia)-, e a distanza di un anno ci sta ancora offrendo grandissime soddisfazioni. Tanti gli ospiti che hanno collaborato (Hevia, Eugenio Finardi, Steve Wickham, Radiodervish e la Banda Osiris e molti altri), ognuno di loro ha portato suoni e colori e sapori con una sarabanda strumenti e idee. L’album è stato accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico, siamo davvero molto felici (siamo anche arrivati secondi… alla Targa Tenco 2011 nella sezione disco in dialetto). Come ben sai Paolo Conte ha regalato al nostro album una prefazione bellissima, eccone un frammento eloquente e, ancora una volta, emozionante: «Sto ascoltando dal mio Monferrato […] questo magnifico disco degli YoYo Mundi dedicato a queste terre (loro e mie). Queste canzoni [creano] danza continua di luce e ombra. […] Su questi antichi sobbalzi in due quarti e tre quarti, gli YoYo hanno lavorato con eccellenti orchestrazioni che infiammano e corteggiano la scatola magica, la fisarmonica, torre di Babe e regina di Saba». In “Munfrâ” abbiamo scelto di cantare anche in dialetto (quello acquese e monferrino), in tempi in cui i dialetti del nord Italia andrebbero riscattati dalle pesanti ipoteche leghiste. Qui abbiamo una lingua imbastardita dal vento, al contempo antica e acerba, ma viva e in movimento che sa di provenzale, lombardo, occitano, ligure, piemontese e chissà di cosa d’altro. Il dialetto, ogni dialetto, non si può imprigionare in un vocabolario o insegnare a scuola, lo si impara dagli altri, siano i nonni o gli amici, e lo si impara attraverso il dialogo e l’incontro, il dialetto è memoria – la nostra memoria -, e storia – la nostra minima storia ai margini del mondo -, ma, soprattutto, quando diventa canzone, è un sogno da sognare con le orecchie aperte e da suonare con gli occhi chiusi.

“Sei in perenne fermento creativo e questo ti fa onore. Cosa bolle in pentola, quali sono i tuoi progetti più imminenti?”

– Abbiamo appena “varato” uno spettacolo nuovo di zecca: “La solitudine dell’ape” con l’attore Andrea Pierdicca e per la regia di Antonio Tancredi (entrambi coautori insieme al sottoscritto e allo scritto Alessandro Hellmann). Si parla di ambiente, agroindustria, moria delle api, neonicotidinoidi e del sogno dell’avvenire. E poi mi piacerebbe orchestrare e musicare alcune favole (mi piacciono molto le favole e le filastrocche e adoro scriverle). Poi stiamo lavorando a un nuovo album che non sarà certo il secondo capitolo di “Munfrâ”(sarebbe un po’ troppo prevedibile per i nostri gusti!), ma si muoverà nel solco di quell’esperienza entusiasmante e rivelatrice. E poi mi sto dedicando alla composizione di canzoni d’amore e di desiderio, ma, ti prego, non approfittare di questa mia confidenza per tirarmi di nuovo fuori la storia di Sanremo!

Ti ringrazio Paolo Enrico per la tua estrema disponibilità e gentilezza. Sono sicuro che i miei lettori apprezzeranno tanto il tuo intervento su queste pagine. A presto e in bocca al lupo per tutto!

– Grazie di cuore, Gianni… viva il lupo! A questo link trovate qualcosa di più sulle nostre attività e, naturalmente, tutti i prossimi concerti: www.yoyomundi.it


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