PELLEeCALAMAIO incontra Marco Fanna, ex giovanili Verona, figlio del grande Piero

Con immenso piacere sono riuscito a ospitare sul mio blog Marco Fanna, il figlio del mitico Piero, trascinatore dell’Hellas Verona scudettato ormai 26 anni fa. Marco non era ancora nato, essendo un classe ’86 ma col tempo ha maturato cosa significa essere il figlio di Fanna, cosa suo padre ha rappresentato per i tifosi veronesi ma non solo, direi tutti i cittadini scaligeri, ai quali ha saputo regalare e far vivere un sogno.

Inevitabile quindi partire da lì, se per Marco avvicinarsi al calcio è stato un fatto assolutamente spontaneo, oppure se ha vissuto la sua passione come tutti i bambini affascinati da un pallone in fondo alla rete.

“Ciao Gianni, è un piacere anche per me conoscerti e direi che è buona la seconda, nel senso che mi sono avvicinato al calcio da solo, come fanno tutti i bambini, giocando con i miei amici al campetto, per il solo gusto di farlo. No, all’inizio davvero non mi sono reso conto dell’importanza del mio cognome a Verona, mio padre è sempre stato discreto, certo mi seguiva ma senza mai fare pressioni di alcun tipo. Chiaro, ci teneva che in qualche modo mi avvicinassi al suo mondo, e quando intravide delle doti particolari nel mio modo di giocare cominciò a interessarsi in maniera più decisa e iniziò la mia trafila in gialloblu, non poteva essere altrimenti, anche perché me la cavavo abbastanza”

Direi proprio di sì, ti ricordo davvero efficace sulla fascia, guarda caso il ruolo di tuo padre in campo, sebbene le caratteristiche fossero molto diverse

“Certo, giocavamo nella stessa posizione, e quindi i suoi consigli erano prettamente di natura tecnica, anche se sono il primo a rifuggire ogni tipo di confronto con lui. Mio padre giocava indifferentemente di destro e di sinistro, era devastante in velocità, e in possesso di notevoli doti tecniche”. Tanto da guadagnarsi, aggiungo io, la nomea di big del campionato ‘84/’85 da parte dell’illustre Carlo F.Chiesa, giornalista storico del Guerin Sportivo.


Dalle giovanili del Verona al Parma, e poi le prime esperienze professionistiche. Ci vuoi raccontare qualcosa dei tuoi inizi?

“Certo, la prima esperienza fu al Portogruaro, esordii tra i Professionisti, ma mi infortunai anche gravemente, stetti fermo 10 mesi, poi passai alla Reggiana e lì purtroppo ho molto rammarico. Mi allenavo bene, sentivo di poter dire la mia ma in pratica non ebbi proprio mai modo di dimostrare le mie qualità. Il mister proprio non mi vedeva e così mi ritrovai a giocare per lo meno con la Berretti, tanto per non perdere il ritmo partita, ma è chiaro che confidavo in qualche chance. In quel momento ero in comproprietà tra Parma e Reggiana e non volevo rischiare, rimanendo un altro anno a Reggio, di allenarmi duramente e poi guardare gli altri giocare la domenica. Così fui disposto a scendere di categoria, andando a Trento. Giocai comunque poco, la squadra retrocesse e l’anno dopo firmai per il Somma sempre in serie D. A quel punto però fu inevitabile farsi delle domande sulla mia carriera, riflettere.. la delusione e in parte lo scoraggiamento erano evidenti. Io ho una passione fortissima per questo sport e c’ ho sempre creduto ma il dato di fatto è che stavo faticando e non poco per trovare la mia dimensione”

Giusto, anche perché con le qualità tecniche che ti ritrovi una lega pro pensavo fosse il minimo a cui potevi ambire. Che risposta ti sei dato ai tuoi quesiti sulla carriera deviata verso i dilettanti?

“Purtroppo non c’è una ricetta per sfondare, ma sicuramente ho capito ben presto che le sole, pure qualità tecniche, e nemmeno l’impegno, bastano per farti un calciatore. Ti faccio un esempio: quando arrivai a Parma avevo circa 18 anni, non ero mai andato in una realtà calcistica diversa da Verona. Fu un impatto difficile, ero un ragazzo, avevo dei timori, oltre ovviamente a tanto entusiasmo; Dessena invece, più giovane di me di un anno, magari a livello tecnico non era granchè, non meglio di altri comunque (diciamo che non gli avrei predetto una carriera in serie A, attenendomi alle sole qualità tecniche) però aveva una serietà incredibile, si poneva come un uomo, si allenava in maniera perfetta. L’aspetto della personalità conta enormemente.”

Come è proseguita quindi la tua carriera, all’insegna di un sogno?

“Dici bene, il sogno di sfondare non l’avevo mai abbandonato però decisi di tentare una carta avventurosa, mi trasferii con un amico in Inghilterra per un anno. Mi allenai tutto il tempo col Wimbledon, non nego che speravo in un ingaggio, si era in quarta serie inglese. Però anche lì le leggi sono ferree, non è facile farsi tesserare, così tornai in Italia, certamente arricchito ma orientato a scendere nuovamente di categoria, questa volta finendo in una società ambiziosa come il Vigasio. Giocai benissimo però qualcosa si era forse rotto, la motivazione dopo tante delusioni si era fatta sentire. Feci uno più uno e decisi di fare una scelta ancora più drastica, accettando di giocare con lo Zevio, allenata da Gigi Sacchetti, protagonista del Verona di Bagnoli e grande amico di mio padre. Una persona davvero per bene, con lui mi trovo benissimo e mi diverto come il primo giorno a giocare. Certo, ormai ho abbandonato l’idea del professionismo ma sono sereno. Come ti dicevo, contano tanti fattori. Se ci pensi, anche mio padre se fosse rimasto alla Juve con un allenatore come Trapattoni che non lo vedeva molto e non lo faceva giocare nel suo ruolo, non avrebbe mai combinato quello che poi ha fatto con l’Hellas. Anch’io mi rammarico per l’anno perso a Reggio Emilia, ero in Lega Pro, sentivo di poter giocare, di competere a certi livelli. La lega pro è un calcio molto fisico, con le mie qualità tecniche potevo emergere. Forse mi è mancata la “cattiveria” giusta, essere un po’ più “sbruffone”.

Anche perché eri arrivato all’Under 19 in compagnia di gente che poi ha fatto carriera

“Sì, tra i tanti ricordo bene Andreolli, Pozzi, Abate, già allora una vera freccia sulla fascia. Io ero esterno alto, lui appena più dietro, si vedeva lontano un miglio che avrebbe fatto carriera. Ma quelli che ricordo meglio sono gli ex atalantini Motta e Morosini. Due fenomeni! Il primo, pienamente sicuro di sé, d’altronde è sempre stato il capitano di tutte le rappresentative azzurre, aveva una personalità fortissima, il secondo.. beh, non perché ora è successo quello che è successo.. ma Mario era davvero speciale, come lo hanno poi dipinto tutti quanti. Un amico innanzitutto,un calciatore dalle grandissime qualità tecniche, e poi una persona umile, per bene, eccezionale. Andavamo d’accordissimo, ci somigliavamo pure come carattere. A livello tecnico poi spiccava davvero, e credo anzi che con una personalità più forte, con un carattere più “cattivo” avrebbe potuto fare una carriera migliore. E comunque ricordo bene, al termine di una finale di un torneo giovanile, tra Verona e Atalanta. Avevamo solo 11 anni e mio papà al termine di quella gara mi disse: “vedrai che il 2 e il 4 dell’Atalanta faranno di sicuro carriera in serie A”. Si trattava proprio di Motta e Morosini”

E chi invece tra quei compagni non ce l’ha fatta a mantenere appieno le promesse? Oppure tra i tuoi ex compagni della Primavera gialloblu: ricordo ad esempio Hofer, il portiere Cecchini…

“Di quella nazionale forse mi sarei aspettato di più dal centravanti Rej Volpato, non so più adesso dove gioca…”  E’ ormai da anni in Lega Pro, vittima di perenni infortuni, di lui si parlava come fosse l’erede del Bobo Vieri dei tempi migliori.

“Invece dei miei compagni dell’epoca del Verona mi sembra che solo Luca Nizzetto giochi stabilmente, e con pieno merito, in Lega Pro, alla Cremonese. Gli altri che hai nominato li ho persi di vista, forse Cecchini è in Eccellenza. Comunque, nessuno ha sfondato, è un po’ come la canzone di Morandi: uno su mille ce la fa!”

Tornando alla domanda iniziale, insomma, quando hai cominciato a sentire il peso del tuo cognome sul rettangolo verde di gioco? Mi ricordo da cronista che in tribuna gli occhi erano tutti inevitabilmente puntati su di te…

“Direi verso i 14/15 anni, prima no. Però, come ti ho detto, mio padre ha sempre evitato di farsi vedere, non era uno da intrusioni, non voleva in qualche modo condizionare le scelte, far pensare che gioco solo perché ero suo figlio. Penso che quello che ho fatto me lo sono guadagnato con le mie qualità, lui era inarrivabile”

Chiudo anch’io con un aneddoto che mi regala sempre forti emozioni. Mio padre Vincenzo è stato per più di 20 anni presidente di un nutrito calcio club dell’Hellas Verona. Si può dire che sono cresciuto in mezzo a quei giocatori, assaporando gli anni migliori della storia del club. Ho bellissime foto con tuo padre Piero, con Tricella, Galderisi, tutti protagonisti assoluti di quelle splendide annate. Ero un bambino di 8 anni, e inevitabilmente i ricordi sono sbiaditi e trasfigurati eppure sentendo anche i discorsi di mio papà ho vivido il concetto che si trattasse non solo di campioni in campo, ma di uomini veri, in gamba, persone speciali.

“E’ proprio così Gianni. Lo riscontro anche con il mio mister Gigi Sacchetti. Quel gruppo aveva un’alchimia speciale, erano bravissime persone, umili, erano anche amici fuori dal campo (certo, come dimenticare lo splendido capodanno a Cavalese in cui i giocatori gialloblu strinsero un vero patto d’alleanza verso lo scudetto che a dicembre era ancora un argomento tabù, nonostante gli splendidi risultati che si stavano conseguendo partita dopo partita!). Mio padre mi ha trasmesso grandi valori, di questo lo ringrazierò sempre”

E la sensazione, dopo un’ora di piacevole conversazione telefonica con Marco Fanna, è proprio quella di aver parlato con un ragazzo senz’altro maturo, profondo, intelligente che ha fatto suoi quei valori di cui si è parlato, e che sembrano non appartenere a molti calciatori professionisti.

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