Il mito di Syd Barrett

Ci sono degli artisti che ho sempre adorato, sia per le loro indubbie capacità compositive, sia per il loro modo alquanto alternativo di proporsi al pubblico. Personaggi intriganti, interessanti ma anche tragici!

Emblema di questo paradigma è certamente la parabola discendente che ha visto prendere la carriera (ma direi più esattamente l’esistenza) di un talento cristallino e vorace come Syd Barrett, uno dei fondatori della mitica band, una delle più importanti della storia, i Pink Floyd.

Del quale, detto per inciso, ho seguito attentamente la vicenda, andando a ritroso per quanto riguarda memorabilia e documenti video vari, fino all’avvento di Internet che ha facilitato questo genere di ricerche musicali.

Ora è a portata di tutti, reperibile ai più e in modo facile, il materiale prodotto dalla band nei primi anni di carriera. In rete sul tubo è possibile persino ascoltare una versione live della famosa “SEE EMILY PLAY” con Syd alla voce e chitarra, registrata dalla BBC. Più in generale, dall’avvento del formato CD ogni occasione si rivelava propizia per riesumare il mitico disco d’esordio della band, nel quale il marchio di Barrett è inciso prepotentemente, essendo lui l’autore principe di tutti i brani.

Con ” THE PIPER AT THE GAMES OF DAWN”, ma prima ancora con gli stralunati singoli editi, tra i quali una bizzarra “Bike” e una folle “Arnold Layne” che parlava di un tizio il cui passatempo era rubare la biancheria intima delle vicine di casa, era nata ufficialmente la PSICHEDELIA in musica, il POP – allora definivano così questa musica – ma soprattutto un modo tutto sperimentale di approcciarsi agli strumenti, lontano anni luce dal primitivo rock’r roll, di cui comunque tutti i futuri Floyd erano grandi appassionati e ascoltatori.

In questo primo album spicca tutta la passione di Syd per lo spazio, per la natura, per l’ampiezza di un mondo che si poteva perlustrare, dandone una chiave di lettura assolutamente inedita, grazie anche ai funghi allucinogeni, alle prime droghe sintetiche, all’LSD, molto in voga sul finire dei ’60 e che caratterizzerà per molto tempo la via di svago e di ribellione più consona per i frequentatori della scena della Swinging London.

Un peccato, perchè la mente di Syd Barrett, col senno di poi, si scoprirà poco incline a queste sperimentazioni pericolose di percezione della mente. Una natura pregressa di determinati sintomi associabili al bipolarismo o alla schizofrenia (anche se non fu mai dichiarata alla stampa la vera patologia psichiatrica di cui avrebbe sofferto per tutto il resto della sua vita) avrebbe minato per sempre il suo già fragile equilibrio.

Ma all’epoca il giovanissimo Barrett, appena 22enne quando lasciò la band (o ne fu cacciato, questa è un’eterna diatriba all’interno dei Pink Floyd), agli albori delle registrazioni del secondo album, non si curava certo delle conseguenze dei suoi sempre più frequenti trip. 

Restano così negli annali un disco con i PINK FLOYD, due “tentativi” solisti, prodotti a gran fatica dall’amico-rivale David Gilmour e tante uscite rimasterizzate che sanno tanto di “raschiare il barile”. Un talento che poteva certo diventare sconfinato, una personalità schiacciata dai suoi grossi eccessi, ma anche tanta morte disseminata in quegli anni a per colpa di droghe per le quali ancora non si conoscevano e si comprendevano bene cause e relativi pericoli.

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