Dischi anni ’90- 2) GIANLUCA GRIGNANI “La Fabbrica di Plastica”

Seguo Gianluca Grignani da una vita, dalla sua fortunata e simpatica apparizione alla popolare trasmissione televisiva “Non è la Rai”.  Mi fece sorridere quella sua irruzione in un covo di giovanissime scatenate alla sua vista. Erano i tempi delle boy band, dei Take That e degli East 17, era il 1994. Grignani però sembrava da subito avere l’aria di uno che se ne frega altamente delle regole e poco più tardi lo avrebbe ampiamente dimostrato.

Fatto sta che io, ancora studente al Liceo Classico, rimasi molto colpito, intravedevo nelle sue canzoni molta malinconia, quel senso di struggimento non penoso, quella voglia di ribellione insita in lui. Dopo l’apparizione sanremese nel ’95 con la stupenda “Destinazione Paradiso”, uscì l’album eponimo, sul quale non mi soffermo più di tanto. 700.000 copie solo in Italia, singoli spaccaclassifiche, perle divenute autentici classici come “La mia storia fra le dita”, “Primo treno per Marte” o “Falco a metà”.

Eppure era in agguato una svolta clamorosa nella carriera di Gianluca, che avrebbe avuto delle conseguenze sulla sua carriera, e che a conti fatti lo ha invece rimesso in carreggiata, garantendogli quella “credibilità” artistica che invece è venuta a mancare ad altri (pur bravi) cantautori emersi in quel decennio.

Appena un anno dopo, infatti, esce “La Fabbrica di Plastica”, un disco in odor di psichedelia, dagli arrangiamenti rock, sferraglianti, dalle liriche intense, audaci, sincere fino al midollo. Una fotografia netta del Grignani- pensiero, di un giovane ragazzo di 24 anni, salito alla ribalta forse troppo presto per rispettare canoni e convenzioni: rimane nella storia una sua apparizione al Festivalbar, dove platealmente rifiuta il playback!

Nella “fabbrica” vengono centrifugati dubbi esistenziali (“Solo cielo”), gridi d’amore (“L’allucinazione”), brani incentrati sulla vacuità delle apparenze (la title track e un’altra canzone come “Rokk star”) e semplici ballate acustiche che rivelano il suo talento (“Il mio peggior nemico” o la delicata “Fanny”, scritta quando era un adolescente).

Un gran bel disco, giustamente osannato dalla critica del tempo e tuttora pietra miliare, assieme al successivo “Campi di Popcorn”, nella sconfinata discografia del Nostro. Sì, perchè Gianluca, lungi dal farsi schiacciare da etichette alquanto scomode, ha proseguito sulla sua strada, pubblicando dischi sempre di spessore, sino all’ultimo, convincente, episodio “Natura Umana”. E il suo ormai è il ritratto di un uomo di 40 anni nel pieno della sua consapevolezza umana e artistica.

qui sotto una micidiale performance di Gianluca (in una delle rare apparizioni con i capelli corti – ma in fondo chissenefrega del look, su cui pure si è molto parlato all’epoca) impegnato ne “L’allucinazione”, ospite della trasmissione “Super”

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2 risposte a “Dischi anni ’90- 2) GIANLUCA GRIGNANI “La Fabbrica di Plastica”

  1. Di quest’album conosco solo la “title track”, ma ne lessi diverse recensioni, e comunque l’impressione che mi diede fu la stessa che ben descrivi tu: un giovane cantautore fuori dagli schemi che, col primo album certo originale e ben fatto ma sicuramente “commerciale”, ha ottenuto un successo straripante e imprevisto e che, subito, vuole far qualcosa per dimostrare, forse innanzitutto a se stesso, di non essere uno dei tanti nuovi idoli… plastificati: in questo modo di ragionare va inserita anche la sua rinuncia, pochi mesi prima dell’uscita del secondo album, alla partecipazione al Sanremo ’96, cui pure avrebbe avuto diritto, con la motivazione, alquanto ermetica: “Voglio utilizzare la mia capacità di decidere”. Già da quella frase sibillina, riportata dal Corsera, si potevano capire molte cose, e l’album successivo, spiazzante per il pubblico e per gli stessi discografici, chiarì il tutto. Certo, poi è tornato un Grignani più ordinario, anche se spesso più ispirato e innovativo di tanti artisti coetanei, ma quello fu davvero un grande atto di coraggio.

  2. sfondi una porta aperta parlandomi di Gianluca. L’hai fotografato perfettamente: si tratta di un artista che, seppur meno sperimentale e “folle” rispetto alla parte iniziale della carriera, ha saputo mantenere viva la curiosità e alta l’asticella della creatività

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