La mia intervista con il cantautore Caso

Andrea Casali, conosciuto nel settore musicale come Caso, è un cantautore certamente “sui generis”, un artista che sta cercando un proprio stile, facendo leva sulla spontaneità comunicativa e sulla forza delle parole.

Ecco le mie 7 domande alle quali ci ha risposto, soddisfacendo tutte le nostre curiosità

1)      Come ho già avuto modo di dirti, ho apprezzato a posteriori il tuo disco ma ora non me lo stacco dalla testa! Quando hai affinato il tuo stile, rendendolo originale oppure hai agito in modo istintivo, a livello compositivo?

Ciao e grazie ancora per il secondo ascolto e la seconda possibilità data al mio lavoro. Mi sono messo a scrivere canzoni solo dopo una lunga esperienza come batterista punk, così, a venticinque anni, ho imbracciato per la prima volta la chitarra senza conoscere le note né gli accordi, ma con uno spiccato senso ritmico. Mi considero un neofita dello strumento e lo utilizzo giusto per costruire una base semplice e scarna su cui appoggiare voce e testo, ai quali dò maggiore importanza. Dove la voce è più gridata e le parole più veloci sono di solito i momenti in cui nella stesura ho agito d’istinto, quelli nei quali più viene alla luce il richiamo delle mie esperienze precedenti.

2)      Anch’io sono caduto nella trappola di paragonarti a Vasco Brondi. Pensi che lui abbia aperto una strada o viceversa la sta precludendo ad artisti come te che in qualche modo, ad un ascolto superficiale, lo possono ricordare? Come ben sai in Italia si fa presto a etichettare e a infilare tutti nello stesso calderone.

E’ un vizio e al tempo stesso necessità del recensore fare paragoni, trovare analogie e rimandi. Vasco Brondi ha l’unica colpa di aver avuto molta attenzione, forse smisurata, in un momento in cui nel sottosuolo del cantautorato italiano si stava muovendo qualcosa; è diventato troppo velocemente termine di paragone e metro di giudizio. Senza cattiveria dico che ne avrei preferiti altri, ma credo che ognuno possa trovare i riferimenti che vuole in base al proprio background e al proprio approccio all’ascolto. In un panorama musicale così saturo di gruppi e proposte è difficile trovare qualcuno in grado di immergersi in una lettura attenta del tuo lavoro o anche solo ascoltare due volte il disco di uno sconosciuto. Credo che le mie canzoni possano centrare il bersaglio solo dal terzo ascolto, ma la considero una fortuna: le cose facili, canticchiabili già dal secondo ritornello mi stancano in fretta.

3)      Ho definito “Aranciata Amara” l’”Avvelenata” di questi nostri anni. Al di là che probabilmente il giornalista a cui ti rivolgevi si è già riconosciuto… cosa stavi provando mentre la scrivevi?

Quando hai vent’anni, hai una band e ogni mese compri la rivista musicale, sogni di essere tu un giorno quello in copertina. Poi spedisci al giornale il tuo disco e capisci che sarai fortunato se ti concederanno tre righe molto nascoste nelle pagine meno “attraenti”. Quando mi è successo ho riguardato le copertine dell’ultimo anno e non ci ho trovato le mie band preferite, anzi, proprio quelle in cui meno mi riconoscevo; ne ho letto le interviste ho capito che il “rock’n’roll” che raccontavano, quello fatto di esagerazioni, di avventure estreme con alcool e droga non combaciava per niente con la mia personale idea in merito, anzi mi sembravano concetti stantii, vecchi e soprattutto troppo focalizzati sulla forma ed il contorno; mi sembrava insistettero nel dire: “Guarda come siamo matti, come siamo stravaganti, diversi”, eppure a me non sembrava così. Ho letto i testi di questi “genii” e nella maggior parte dei casi mi sembravano banali, scontati e quando provavano ad essere impegnati erano retorici. Poi purtroppo ho capito anche che contava sì la tua musica, ma era molto più importante conoscere chi scriveva articoli, avere foto accattivanti e boriosi comunicati stampa da mandare. Su questo ed altro ho riflettuto a lungo e mi è salita un’onesta incazzatura, un “avvelenamento” che non aveva antidoti se non quello di sfogarlo totalmente e allora l’ho fatto. Ne è uscita una canzone schietta, decisa, che credo racconti con sincerità quello che sono e da dove vengo.

4)      Una canzone come “Dimmi qualcosa in silenzio” è una perla assoluta. Possibile che nessun network nazionale l’abbia notata? E poi sei riuscito a inserire la parola “cumulinembi”, che se non sbaglio inserì proprio Guccini (ancora lui) in un suo album d’annata.

Non lo sapevo di Guccini, forse non conosco la canzone. Dimmi qualcosa in silenzio è sicuramente una delle mie canzoni più riuscite: ho detto ciò che volevo nel modo migliore e di questo vado orgoglioso. Anche dal vivo capita spesso che chi tra il pubblico già conosce la canzone si lasci andare e la canti insieme a me.

Forse perchè ha una forte apertura sul ritornello, forse per il testo ben strutturato, non so. I canali nazionali molto seguiti e in grado di indirizzare l’attenzione sono pochi e non mi hanno mai regalato troppe occasioni; se avessi fatto la scelta furba di affidarmi ad un produttore conosciuto o ad un nome altisonante che mettesse il proprio marchio forse avrei avuto qualche possibilità in più. E’ un’opzione che non ho mai considerato, può aiutare in quel senso, ma ne sarebbe uscito un disco diverso e, a un anno di distanza, riascoltando quella canzone posso dire che mi piace così. Sinceramente non tornerei indietro.

5)      Rimpiangi gli anni ’90, quando per gli artisti alternativi c’erano concrete possibilità di vivere di musica (penso anche ad artisti assai poco convenzionali come Assalti Frontali o 99posse che riuscirono a vendere svariate decine di migliaia di copie) oppure meglio ora che con Internet e i Social Network c’è la possibilità di far arrivare ovunque la propria musica.

Degli anni ’90 rimpiango l’importanza che si dava ad un disco. Risparmiavo i soldini per fare l’acquisto al negozio o al concerto e poi non ascoltavo altro per settimane. Internet ha velocizzato tutto, ha accorciato i tempi della comunicazione ma anche quelli dell’ascolto. Scarichi un disco, non sei arrivato in fondo e già dai una sbirciata al successivo. Ha creato una sorta di impazienza che spinge l’utente ad una continua ricerca e ad un ascolto sempre meno attento. Da musicista riuscire a farsi largo nelle infinite proposte della rete è difficile e, se riesci ad ottenere risultati, è comunque qualcosa di poco duraturo. Resto convinto che la storia la si scriva partendo dai piccoli locali, suonando molto e nei più svariati contesti; soltanto dopo la rete può dare il proprio contributo lasciando traccia di ciò che è successo realmente, mantenendo vivo il contatto che davvero c’è stato tra le persone.

6)      Una curiosità: quali sono i tuoi artisti di riferimento, italiani e stranieri?

Non ho molti riferimenti, mi piace vedere le mie canzoni come un impossibile anello di congiunzione tra Back to Basic di Billy Bragg e Bufalo Bill di Francesco De Gregori. Mi piacciono molto alcuni storytellers americani: Bonnie “Prince” Billy, Songs: Ohia, Rocky Votolato e altri. Con impazienza sto attendendo il nuovo di Damien Jurado. Di italiano ascolto poco, però dal vivo ho visto gruppi gran bravi, i miei preferiti sono: Disquieted By, Il Buio, Johnny Mox, il cantautore Phill Reynolds e i miei conterranei Garage Ermetico.

7)      Ultima e quasi scontata: quali sono i tuoi progetti futuri e come sta andando questo album?

Da quando è uscito Tutti dicono guardiamo avanti ho fatto più di cinquanta date e suonato in città in cui non ero mai stato; ho ancora date in programma e gli ultimi cd rimasti poi mi concentrerò sul lavoro nuovo del quale ho già il titolo e una manciata di canzoni. Mi piacerebbe riuscire a fare un disco più completo: con qualche traccia in più e magari qualche arrangiamento, però c’è ancora molto da lavorare.

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