“La leggenda del Paron” di Gigi Garanzini: ecco come dovrebbero essere le biografie!

Dovessi mai cimentarmi in una biografia di un personaggio sportivo (ammetto che ho un progetto in cantiere che aspetta solo di essere sviluppato), non nego che ad ispirarmi sarebbe il bellissimo omaggio di Gigi Garanzini (stimatissimo giornalista sportivo) al grande Nereo Rocco.
Uscito ormai più di 10 anni fa, in occasione del ventennale della morte dell'allenatore triestino (avvenuta nel '79), illustra in modo credibile e mai scontato un personaggio unico del nostro calcio, non scadendo mai nell'apologia o nel memoriale gonfio di buoni sentimenti. Garanzini lascia raccontare il "Paron" a chi lo ha conosciuto e amato da vicino: suo figlio, l'amico di infanzia, sporadiche testimonianze della moglie ma soprattutto molti suoi discepoli, giocatori divenuti poi allenatori che a chiare lettere si autoproclamano suoi eredi legittimi. In tutti prevale il gusto dell'anedottica ad accompagnare un ritratto assai variopinto di un uomo che non è stato solo un allenatore vincente, ma un personaggio assolutamente sui generis in un mondo (quello calcistico) che stava crescendo vorticosamente come movimento italiano, nel bel mezzo del boom economico che aveva attraversato il nostro paese. Goliardia e poesia viaggiano di pari passo, tanto che ci si può commuovere per un calcio che chiaramente non esiste più, ma anche sorridere (talora si ride nel vero senso della parola) delle battute fulminanti, comiche o involontariamente tali, del Nostro. Nereo Rocco ha attraversato diverse fasi, come uomo e come rappresentante di uno sport che negli anni'60 è stato specchio fedele dei mutamenti sociali. Un grande tecnico che si contrapponeva nel migliore dei modi al rivale Helenio Herrera negli anni di trionfi delle due squadre milanesi. Ma Rocco aveva un tratto umano ineguagliabile, una concezione dello spogliatoio che rasentava il sistema familiare, almeno quello in voga il secolo scorso. Squadra come famiglia, giovani calciatori (anche promettenti, pensiamo a Gianni Rivera) che prima di tutto dovevano dimostrare di essere maturi come uomini, pronti a soffrire prima di cimentarsi nella massima serie. Infiniti i ricordi proposti da Carraro, Trapattoni, il povero Rosato, lo stesso Rivera, gli scagnozzi di Padova come il fido difensore Scagnellato (che visse col Paron l'epopea del Grande Padova dell'Appiani), ma su tutti spiccano i racconti del grande attaccante brasiliano Josè Altafini, uno dei più legati e in sintonia con il mister. Quelle battute in dialetto triestino- veneto che non lasciavano scampo.. (come quando un francese gli si rivolse dicendogli "Monsieur Rocco, mon ami!" e lui che rispose "Mon ami? Mona ti e anca testa de gran casso!"), quegli scatti contro i giocatori che trovava in flagrante, come l'inglese Greaves, o "quel matto di Smersy". Un libro che trabocca di sincera umanità, una storia appassionante e coinvolgente, un modo di scivere calcio, abbinando qualità letterarie e competenze linguistiche non indifferenti.

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