Il Fenomeno Silvia Avallone – il successo editoriale di “Acciaio”

Avevo molta curiosità di leggere il romanzo di Silvia Avallone, "Acciaio" (ed. Rizzoli), vincitore del prestigioso Campiello, oltre che finalista allo Strega. Mi interessava la storia, e poi il fatto che lei fosse un'esordiente: volevo constatare che scrivesse bene, quanta fantasia avesse e che stile preferisse. Insomma, avevo molte aspettative, anche se ho atteso un po' prima di decidermi di acquistare il libro. Non per snobismo, ma perchè volevo aspettare che passasse l'effetto mediatico acceso sull'opera. L'occasione è stata individuata con il compleanno di mia madre, lettrice "forte", oltre che veramente selettiva. Immaginavo non fosse propriamente il suo genere ma tant'è. Alla fine, il suo giudizio lapidario fu: "E' molto simile al tuo". Il che poteva significare due cose: o mi aveva inconsciamente paragonato a un premio Campiello, oppure ricordando le critiche che mi sollevò (troppi adolescenti fuori dai canoni, troppi brutti giri, troppa disperazione..) potevo considerare che "Acciaio" non lo avesse contenuto. Non volendo necessariamente fare un paragone col mio romanzo, posso ben dire che, se le tematiche sono simili (si tratta di adolescenti alle prese con delle vite difficili e alla ricerca di un proprio ruolo nella società), i "miei" ragazzi al confronto sono degli ingenui agnellini! Troppo netto il divario tra i sogni dei giovani che ho narrato e la mestizia, la rassegnazione e lo stridore tra realtà e fantasia delle giovani protagoniste del romanzo della Avallone.
La quale ha confenzionato una storia italiana al 100%, tratteggiando molti vizi e le manie e le abitudini degli italiani, ma immergendola in una vicenda che rimandava a luoghi oscuri, tetri, dove non c'è davvero il minimo spazio per la speranza e la fiducia in un mondo migliore.
Sembrava la Germania Orientale, la DDR tutta grigia, piena di fabbriche, capannoni, impersonali capannoni. Due amiche, giovanissime, 13enni eppure con pensieri da donne, oltrechè "vissute". La loro relazione si intreccia a quella di altre persone, tutte accomunate da una mancanza vera e propria di valori che, anche quando ci sono, sembrano venire ricacciati giù nell'oblio. Ambientata ad inzio millennio (2001), concentra tutta una serie di caratteristiche che hanno sottolineato un'intera generazione definita con un'impersonale X. Totale mancanza di substrato, emozioni profonde che si dissolgono, la ricerca di uno svago, di un appiglio (sia una forte amicizia, l'uso di droga o l'attaccamento alla "fabbrica") a quella che sembra una sorta di girone dantesco senza fine. Lo stile è serrato, c'è poco spazio per l'ironia, per la leggerezza, ogni personaggio nasconde una maschera (tranne Anna, che sembra la più saggia e la più vera, con la sua freschezza da lolita che vuole scoprire il mondo in modo ingenuo). Ogni personaggio vorrebbe gridare contro qualcosa che gli impedisce di progredire (le due mamme, tristissime, Alessio, ricolmo di rabbia, o Enrico, il padre della bella Francesca, il quale è quasi incapace di esprimere i concetti, preferendo affidarsi alle grosse mani e ai colpi che riescono a infierire).
Lisa, ragazzina goffa e scansata da chiunque, diventa l'ago della bilancia nella ricerca di un qualcosa di più profondo nella relazione di amicizia/amore tra le due belle adolescenti, e sembra rimandare all'autrice stessa, in quanto rivela in uno sprint di coraggio che sogna di diventare scrittrice, raccontando la storia di due amiche diverse da lei. No, la Avallone non può essere davvero Lisa, in fondo nelle foto non è poi così male! La brutta adolescente è piuttosto uno dei tanti satelliti che gravitano attorno alle due stelle luccicanti.
La narrazione è molto particolare: è in terza persona ma spesso il narratore sembra dar voce ai pensieri dei protagonisti, regalando molta enfasi al lettore che riesce così quasi nell'impresa di immedesimarsi con i personaggi borderline del romanzo. Sullo sfondo, ma anche dentro di essa, si racconta pure della Fabbrica, più spesso rassomigliante a un terribile mostro, come se i suoi operai non riuscissero proprio a staccarvisi.
Un libro tosto, davvero! In certi frangenti duro da digerire, che ha evidenziato tutto il talento di scrittrice della Avallone che con maestria e trasporto è riuscita a farci calare in una realtà più simile a un incubo, una Piombino desolata e sempre uguale, quando basterebbe prendere un traghetto per raggiungere il Paradiso, come spesso viene definita nel libro, la vicina isola d'Elba, chiamata Ilva dai protagonisti.

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