Klimt + Matteo Toni

Ho ascoltato di recente il lavoro dei KLIMT (Autoprodotto, 2009), nome già di per sé intrigante, essendo io un grande estimatore del pittore viennese Gustav e, dopo averli ascoltati in più versioni nella recente apparizione al MEI 2010, mi sono fatto un’idea più precisa della proposta del gruppo, soprattutto delle loro potenzialità e delle loro legittime aspirazioni.
Si tratta di un gruppo non di primissimo pelo, lo si evince dall’anagrafe ovviamente ma pure da una grande maestria e dimestichezza con gli strumenti, oltre che da un affiatamento sul palco che mostra i segni tangibili di una gavetta alquanto necessaria ma oramai sul punto di terminare, visto il buon riscontro di pubblico raccolto in quel di Faenza nella piovosa giornata di domenica 28 novembre.
Colpisce soprattutto la visceralità e l’eclettismo dell’ensemble, l’impatto forte e allo stesso tempo sinuoso che traspare dalle liriche, specie dal cantato.
In versione acustica prima, all’interno della Tenda e rigorosamente raccolta all’interno del padiglione, con solo chitarre e finte o quanto meno insolite percussioni, i KLIMT hanno dato vita ad esibizioni per forza di cose brevi ma ruggenti e piene di vita, in una chiave “roots” che sembra permeare le loro atmosfere, anche se alcune cose tendono verso un rock di tipo alternativo vicino a certo rock anni ’90, quello nobile, tanto vicino a Seattle. Siamo dalle parti soprattutto di Alice in Chains e Soundgarden, con il cantante, indubbiamente dotato di buone corde vocali e molto molto intonato, sicuro di sé e trascinante. Reggono meglio i pezzi in inglese, se non altro in questa versione scarnificata, forse perché i testi appaiono ancora un po’ acerbi, poco personali ma certamente l’aria che si respirava durante il loro set è stata rassicurante sul fatto che in Italia possano prevalere ancora la grande passione per la musica e per le canzoni che, al di là di intellettualismi frivoli e fini a sé stessi, devono ancora essere in grado di suscitare emozioni e arrivare alla gente, ciò che nella loro umiltà, sono riusciti a fare i KLIMT in poco più di mezz’ora.

Diverso il caso dell’impegnato cantautore modenese Matteo Toni (Still Fizzy Records, 2010), già in possesso di una discreta esperienza come session man o come collaboratore di artisti anche importanti come i cuneesi Marlene Kuntz o i più scatenati e contaminati Après la Classe, ma in cantiere può vantare anche una partecipazione negli eclettici Meganoidi, oltre che rivendicare una notevole affinità musicali con il suo mentore, Umberto Giardini, alias Moltheni, autentico fuoriclasse di certa canzone rock d’autore emersa negli anni’90 ed arrivata, seppur faticosamente fino ai giorni nostri, inghiottita ormai da adolescenti in piena fase ormonale come Lost, Dari e affini con la loro carica finto-trasgressiva, adatta soprattutto a far sentire un po’ alternativi dei ragazzini di 11/12 anni.
Matteo Toni, chitarrista che nell’attitudine e nel modo derivativo di suonare la chitarra può richiamare direttamente un mostro sacro come Ben Harper, risulta certamente meno ermetico rispetto a Moltheni ma con in serbo forse più colori e calore rispetto al suo illustre scopritore. I testi sono più diretti, le influenze appaiono molteplici e per Toni il problema sembra essere quello di trovare una definizione più precisa per le sue composizioni, senz’altro interessanti ma probabilmente ancora da mettere a fuoco, da catalogare maggiormente, non certo per un mero gusto esemplificativo ma per essere più riconoscibile. Un progetto che può dare buoni frutti, a mio avviso puntando di più su atmosfere calde e vagamente country. 

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