Grignani a Mantova


Direttamente dal sito di Radio Popolare Verona la mia recensione – fiume sul concerto di Gianluca Grignani.

 

Gianluca Grignani – 19 febbraio a Mantova

Il nostro inviato Gianni ci racconta la serata mantovana del tour di Gianluca Grignani….

Sabato sera, mentre dalle sedi Rai programmavano la finalissima di un Festival
di Sanremo in tono minore, anche se in parte riscattato dalla vittoria del
grande Roberto Vecchioni, su un altro palco, a Mantova, si apprestava ad
imperversare Gianluca Grignani, con l’ennesima tappa del suo fortunato tour
dell’ultimo disco “Romantico Rock Show”.

Location adatta ai numeri del cantautore brianzolo, il PalaBam si presenta
come un polifunzionale auditorium, un  moderno palazzotto (forse sin troppo
moderno, considerato che all’interno prima del concerto, si può mangiare in un
comodo ristorante).

Scartata subito la bizzarra ipotesi, da me considerata ben
poco rock ‘n roll, mi sono appostato nella tribuna superiore, constatando una
certa curiosità negli occhi dei numerosi fan (in pratica esauriti tutti i posti
numerati a sedere), intenti soprattutto a provare l’esperimento acustico che
sta portando avanti il Grigna per questo tour, vale a dire l’ascolto in
quadrifonia.

Anticipati dal supporter toscano Massimiliano Lalli, aiutato dallo
stesso Gianluca in un paio di episodi co-scritti per il suo imminente esordio,
che chitarra stile Ben Harper ha deliziato (si fa per dire, considerando le
nenie masochistiche presentate al pubblico) la trepidante platea, subito dopo è
iniziato il vorticoso mix di suoni, rumori, loop, suggestioni e giochi di luce
ampiamente attesi.

Salutato dal boato del pubblico, ecco sbucare il capellone cantautore che,
nonostante uno show passionale e tiratissimo, sembra veramente riappacificato
con sé stesso, oltre che in piena sintonia con il suo fedele popolo.

L’open act è dedicato a una vecchia canzone poco conosciuta ai più, ma molto
presente nelle playlist dei fans, vale a dire una viscerale e super
psichedelica “+Famoso di Gesù”, che cita un famoso aforismo dell’idolo John
Lennon.

Poi è il turno di tre canzoni tratte dall’ultimo album, che dimostrano un
ulteriore cambio di stile di Grignani, secondo consuetudine (ogni album in
pratica ha un sound molto diverso da quello che l’ha immediatamente
preceduto).

“Un anno come un’ora” è un grintoso bilancio personale che finisce per
diventare universale o viceversa, mentre le due canzoni successive sono i
singoloni che ben hanno contribuito a portare in alto in classifica quest’
ultimo lavoro del Nostro.

Decisamente più intrigante “Il più fragile”, che fece commuovere sua moglie
Francesca la prima volta che l’ascoltò, mentre “Sei sempre stata mia” pullula
di miele e romanticismo, anche se il testo è un po’ banale e giocato su parole
volutamente assonanti.

Bello il finale arrangiato con il sax, tale e quale al
disco.

Si apre quindi una fase più morbida, che denota ancora una volta una
contraddizione di fondo, che forse è la chiave di lettura per capire come mai
un talento così puro non sia mai riuscito a sfondare del tutto nel mainstream
ma nemmeno diventare un guru per il mondo alternativo (come è riuscito invece
ad es a Carmen Consoli).

L’alternanza tra pezzi dalla forte propensione e attitudine rock e il dato di
fatto che vuole il Grigna più convincente nelle ballad di stampo commerciale.
La forma ballata gli è molto congeniale, perché riesce con melodie semplici ed
efficaci a bilanciare testi romantici ma non da baci perugina, come conviene a
gente come Nek o Biagio.

Quando avviene il connubio tra le due anime si sentono i risultati migliori: è
il caso di “Mi piacerebbe sapere”, stupendo brano, unico ripescato dal riuscito
album “Campi di popcorn”.

Armato di chitarre elettriche dall’inizio alla fine del concerto (si perde il
conto di tutti i preziosi esemplari utilizzati, su cui spicca la copia del
modello Led Zeppelin a 12 corde), Gianluca si prodiga in distorsioni,
sferragliate giunge, sterzate aggressive, assoli spesso rubati al giovane
chitarrista al suo fianco.

Non si fa mancare niente, spesso ad interpretare le emozioni evocate sul palco
si affiancano pure tre ballerine, ma onestamente mi sembra un corredo carino ma
non necessario ai fini del messaggio.

Fedele alla regola di presentare dal vivo almeno una canzone per album (tra
cui “Speciale” da “Sdraiati su una nuvola”, una “Chi se ne frega” eseguita tra
lo stupore generale, tratta da “il re del niente” e la stupenda “Cammina nel
sole” dall’album omonimo), e di lanciarsi in azzeccate cover (la “Non è
Francesca” di battistiana memoria, resa credibile nell’interpretazione anche
per il fatto che la moglie come detto si chiama proprio così), Gianluca non si
fa mancare neanche un tentativo di incursione sul palco da parte di un focoso
fan, dapprima sventato dalla security ma poi incoraggiato da lui stesso in una
corale “Uguali e diversi”, acclarato esempio della tensione verso il sociale
pienamente raggiunto.

Non manca la coda finale in cui Gianluca cita la celebre
“Knocking of Heaven’ s door”.

Scorrono poi via tra le parole divertite del cantautore, che appare rilassato
e sereno, oltre che soddisfatto della resa dello show, molti brani dell’ultimo
disco ma anche parecchi pezzi dei primi due album, quelli a cui sembra
maggiormente legato, pur essendo tra loro diversissimi, quasi antitetici
(“Destinazione Paradiso” e “La Fabbrica di Plastica”).

E qui ritorniamo al
discorso iniziale delle due anime del cantante, che non a caso ha adottato come
nickname il nome del Joker.

Cantate all’unisono i suoi primi super hit risaltano e sembrano aver superato
indenne senza perdere nessuno smalto e neanche un minimo di fascino le varie
“Destinazione Paradiso”, “La mia storia fra le dita”, una ruggente “L’
allucinazione”, uno dei momenti migliori di tutto lo show  e quella “Falco a
metà” che ben rappresentava lo stato d’animo di un giovane che si sentiva
estraneo alla sua stessa realtà.

C’è spazio anche per “Primo treno per Marte”, anche se siamo già ai titoli di
coda. Bis che comprendono un accenno di uno dei brani meno noti e più vecchi
del suo catalogo, una dolcissima “Una donna così”: bello vedere l’affetto della
gente che sembra apprezzare questa ingenua ma sincera composizione giovanile.

Insomma, perdonati qualche difetti di tonalità (alcune vere e proprie
stonature), ben compensati da un’energia tangibile e da una passione per il
proprio lavoro che prevarica quella di molti più acclamati colleghi, quello che
ci resta è l’istantanea di un ragazzo di 38 anni maturo, professionista
maniacale (lungo l’elenco delle persone coinvolte in questo progetto), che
suona, scrive, arrangia e produce tutti i suoi dischi in piena autonomia,
circondato da validi collaboratori che negli anni si sono avvicendati ma non
per malumori o incomprensioni, quanto per la voglia mai esaudita di provare
nuove strade e sperimentare nuove idee.

L’impressione è che Gianluca possa migliorare invecchiando e pazienza se ogni
tanto si concede qualche escursione in territori troppo vaschiani, ai quali sin
dall’esordio è stato accostato come erede.

Per fortuna “L’aiuola” non è stata
considerata e speriamo che in tutta fretta l’abbia rimossa da ogni scaletta
futura.

Un talento anomalo, grezzo, difficilmente imbrigliabile, un joker, un outsider
della musica leggera italiana, un po’ come sin dalle prime apparizioni, ormai
risalenti a 17 anni fa, irruppe prepotentemente sulla scena musicale.

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