Divine “Sortie” – Alla riscoperta di un fantastico disco

Direttamente dal sito di yastaradio, bellissima webradio con cui collaboro, scrivendo recensioni e articoli, ecco un servizione su uno dei gruppi meno ricordati (a torto) degli anni '90: i fantastici Divine di Pescara...

(Sonica/ Consorzio Produttori Indipendenti, 1998)

 

Era il 1996, autentico anno di grazia per il rock italiano alternativo, quando i pescaresi Divine

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esordivano con il Consorzio Produttori Indipendenti, dapprima attraverso l'inclusione in una collana denominata “I Taccuini”

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(dove, a dir la verità dividevano la rassegna con artisti tra i più disparati, dalle Mondine di Correggio, a gruppi sperimentali come i Cis-ha) e in un secondo momento in modo del tutto autonomo, con tanto di nuova copertina, decisamente più accattivante, con un bel primo piano della giovane cantante Valeria Nativio.

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Ma i meriti per poter ambire ad un'uscita più tradizionale c'erano già tutti nella prima edizione,  che pure si differisce leggermente nella scaletta, avendo sacrificato in fase di ristampa la dolcissima, eterea “Cento, mille, centomila” a favore di una scintillante cover dei, per certi versi modelli ispiratori, Smiths: la prescelta fu “Death of a disco dancer”, precedentemente inserita in un cd tributo del gruppo di Morrissey.

Per i Divine all'epoca si sprecarono paragoni piuttosto scomodi (dai Portishead ai Cocteau Twins), tirando in ballo l'allora imperante trip-hop, un genere ibrido che aveva tra i suoi massimi esponenti mondiali i britannici Massive Attack.

Tuttavia, i 4 giovanissimi pescaresi, poco più che ventenni all'epoca dell'esordio, nel calderone ci mettevano molto di più, spaziando dal pop di più facile ascolto (ad esempio nella melodicissima “Julie Sings”, che rievoca un pezzo dei Sundays) a quello più sofisticato, basti ascoltare la raffinata “Fail before I try”.

Certo, l'angelica voce di Valeria rimandava facilmente ad artiste come Elizabeth Fraser o Hope Sandoval dei Mazzy Star, ma se si escludono i pezzi più sperimentali, come l'alienante “De Sica”, che si sposta su territori bristoliani (echi di Tricky) o la maestosa apertura intrisa di malinconici archi (“Aprile”), si nota come il canzoniere del gruppo sia un grande caleidoscopio musicale, ricco di sorprese e spunti di rilievo, specie se paragonato alla maggior parte dei gruppi che stavano esplodendo in quel periodo nella nostra penisola, tutti in bilico tra rock rumoroso di matrice americana (Marlene Kuntz o Afterhours, tanto per citare i più famosi ancora in attività) e un certo folk di natura militante (Modena City Ramblers e tutto il fenomeno delle posse).

Pur mantenendo un livello emozionale altissimo per tutta la durata del disco, i picchi creativi si riscontrano nella parte iniziale, come a voler sparare per prima le cartucce migliori e a lasciare senza fiato, ma direi soprattutto estasiato, l'attento ascoltatore.

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Della prima traccia, “Aprile”, abbiamo già accennato: si tratta di una canzone che da obliqua diventa sognante, con i violini a rivestire l'arrangiamento e a darne calore; poi arriva la prima fragorosa botta emozionale, la stupenda “Nightside”, che come allude il titolo, è una canzone da ascoltare con le luci un po' soffuse, in modo che essa possa cullarti e rassicurarti. Caratterizzata da un insinuante e spigliato basso slide, suonato da Paolo Zappacosta, che sorregge tutto il pezzo, è a mio avviso una di quelle canzoni incompiute della musica italiana, che non avrebbe certo sfigurato davanti alle hit estere del periodo.
 

Di seguito, dopo l'intermezzo spaziale “De Sica”, con la delicata voce di Valeria robotizzata dal vocoder, si arriva a “1937”, l'episodio di gran lunga più rappresentativo dell'intero album e che da solo valeva il prezzo del biglietto, la dedica a Picasso e a una delle opere più famose del grande pittore spagnolo, Guernica.

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Scritta da Gianluca Spezza, in origine più semplice e diretta, dopo l'accurato lavoro in studio, svolto assieme al produttore/scopritore Gianni Maroccolo e un giovane fonico, l'australiano Bruce Morrison, diventa una canzone ricchissima di suggestioni, dalla sequenza di note iniziali, affidate al pianoforte del poliedrico Marco Mazzei all'incedere “ferrettiano” di Valeria; una canzone di una dolcezza sconfinata, che meritava uno spazio maggiore, magari un'uscita su cd singolo con relativo video: sarebbe stato un giusto riconoscimento alla bontà del pezzo e alle doti dei pescaresi, il tutto racchiuso in questi 4 splendidi minuti di poesia musicata.

A seguire, un altro pezzo in italiano, la più veloce e chitarristica “Crisi Temporale”, una delle più immediate e di impatto di tutto il disco.

 

“Sortie” si completa con il pezzo eponimo, molto elettronico, con l'eterea “The Letter”, con la sua chitarra dai toni gentili, l'onirica “My Funny Valentine”, la liberatoria “Faraway”, il pezzo più pop rock dell'intera raccolta e la darkeggiante “Wake Up”.

Con una sapiente alternanza di lingua inglese e italiana (anche se i riferimenti personali del gruppo pendono decisamente verso suoni anglofoni, ricordo che all'epoca in un'intervista mi dissero che tra gli italiani amavano ascoltare solo La Crus e Marco Parente, oltre ai CSI ovviamente!), i Divine (che si facevano chiamare indifferentemente Divìne alla lettera o Divain all'inglese) furono una piacevole, anche se purtroppo breve, scoperta del Consorzio, che all'epoca seppero valorizzare diversi gruppi capitanati da voce femminili: ricordiamo ad esempio i veneziani Estasia di Romina Salvadori, i più esperti Disciplinatha di Valeria Cevolani e Cristiano Santini, attivi già dagli anni '80 e i più quotati Ustmamò di Mara Redeghieri, che si muovevano su territori più elettro-folk, se si può far passare il termine.

Purtroppo i Divine, che pure andarono due volte in ristampa con le vendite di questo disco, attirando l'attenzione anche di riviste meno settoriali come “Tutto! Musica e Spettacolo”,  non ebbero fortuna e non seppero dare un seguito a questo promettentissimo esordio dal suono internazionale.

Nell'estate del '97 la giovane band aprì anche diverse date dei padrini CSI, che proprio in quell'anno si issarono al primo posto della hit parade con le vendite del loro terzo e ultimo album “Tabula Rasa Elettrificata”,

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ma sul più bello si sciolse quando già erano pronte diverse canzoni per l'atteso e decisivo secondo album.

Peccato che proprio durante la lavorazione del disco, sorsero e si scatenarono delle insanabili fratture all'interno del quartetto, con i componenti che si trovarono a fronteggiare una grave crisi.
 
 

Una volta passato il grande entusiasmo iniziale, dovuto al fatto di aver coronato il sogno di una vita, quello di incidere un disco e oltretutto per una grande etichetta discografica come la Polygram, affiorarono in modo evidente le diversità dei ragazzi della band, con Valeria Nativio desiderosa di proseguire una carriera universitaria, che l'avrebbe condotta a diventare ,12 anni più tardi, uno stimato medico e Paolo Zappacosta intenzionato a concludere gli studi di architettura.

Gianluca Spezza (insieme a Paolo uno dei maggiori artefici a livello compositivo del progetto Divine), viaggiò in lungo e in largo per l'Europa, allontanandosi, forse per riflusso, da quel mondo musicale che lo aveva prima incantato e poi deluso; Marco Mazzei, che entrò per ultimo nel gruppo ma contribuì molto in fase di arrangiamenti e idee, è l'unico attualmente impegnato sul versante artistico ed ha accumulato una grande esperienza sia come produttore, spesso a fianco del maestro Maroccolo, che come arrangiatore e musicista (ha lavorato persino con Jovanotti!).

Marco Mazzei è pure apprezzato scultore e titolare del progetto musicale dal nome pressochè impronunciabile, i Rramegliate Blonda, con i quali propone musica elettronica sulle orme dei Mum, degli Air e dei Kraftwerk.

Resta pertanto in catalogo un unico articolo della collezione dei Divine, uno di quei dischi da rivalutare assolutamente, per la grandezza delle canzoni e per il grande valore artistico che esse contengono.
 

 
 
 
 

 

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